Un nuovo cantico al Creatore

Nati per danzare la vita. Così si sentono quegli Africani che sopravvivono all’immane tragedia di chi muore di fame. Di fronte al lutto di un familiare, per tre giorni si abbandonano a lamenti, a riti per scongiurare il male e a una notte di veglia funebre, in preghiera. Dopo il funerale un pasto comunitario. Poi basta: «Ciò che è passato è passato!». 

La vita continua. La vita è un’avventura meravigliosa. La vita va danzata. 

Nell’Africa subsahariana non ho mai sentito parlare di suicidi. Nel Sudafrica le statistiche parlano di quindici suicidi all’anno ogni centomila persone. Per non scandalizzare non riporto la statistica dei suicidi in Giappone, paese dove ho vissuto la peggiore delle mie esperienze all’estero: lì i soldi non mancano, ma “mancando” Dio, la vita da troppe persone non è apprezzata. La cultura locale reputa maleducazione parlare all’altro guardandolo in faccia.

In Italia… Non è il caso di commentare “La dolce vita” di Fellini, noto film che descrive la società degli anni Cinquanta e Sessanta del nostro Paese, mentre non può essere ignorato il capolavoro di Benigni: “La vita è bella”. Lo si può presentare come “il quinto Vangelo”: un papà, animato da tanta fede, riesce a trasformare un campo di concentramento in una piazza in cui si partecipa a una gara a premi. Ciò permette al suo piccolo figlio di non perdere la speranza nella vita e di trasformare anche il dolore in un mezzo per accrescere l’amore, per continuare a vivere, anzi, per amare questa vita. 

“Cantico delle Creature”. In un  periodo di grandi sofferenze fisiche e morali, mentre affronta il silenzio di Dio («Signore, parlami!») – e la risposta sono… le stigmate – San Francesco compone una sublime lode al Creatore. Giunto a fatica al convento di San Damiano, dopo che tante porte gli sono state chiuse – anche da parte di quanti un tempo avrebbero per lui dato la vita – una notte gli sembra di sentire una voce: «Rallegrati, Francesco, e canta. Il paradiso è già tuo. Le sofferenze te ne hanno spianato la via». Al sorgere del nuovo giorno, mentre il sole dà un colore a tutte le cose e la creazione si risveglia per lodare il Signore, San Francesco dà una voce al creato: «Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione». 

Chi ama le lingue, legga in spagnolo il commento che il poeta e sacerdote Ernesto Cardenal fa al salmo 148: «Alleluia. Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell'alto dei cieli. Lodatelo, voi tutti, suoi angeli, lodatelo, voi tutte, sue schiere. Lodatelo, sole e luna, lodatelo, voi tutte, fulgide stelle».

 Nella nostra letteratura è utile e bello leggere “Per un cantico nuovo”, di David Maria Turoldo:

«Lodato sia il mio Signore per l'unità delle cose: ogni oggetto involge la sua parola, ogni forma è una epifania. E la terra è il suo paese e tutti i volti degli uomini insieme fanno il suo unico volto.

Lodato sia il mio Signore perché le cose sono buone, per gli occhi che ci ha dato da contemplare queste cose. Lodato sia perché esistono i fanciulli e le donne: perché l'uomo è grande e infinita come lui è la sua inquietudine.

Lodato sia anche l'uomo fratello di ogni creatura, aiuto e amico del mio Signore… Lodate il mio Signore per ogni tristezza e dolore, per ogni goccia di gioia nascosta nelle cose».

«Conosci te stesso». Da venticinque secoli ad Atene, sul Partenone, questa  frase di Socrate – scolpita a caratteri cubitali alti due metri e mezzo – sfida le varie generazioni. Il filosofo greco era convinto che la conoscenza sempre più approfondita di sé fosse fondamentale per permettere a una persona di prendere in mano se stessa, dare alla vita un senso e coglierla nella sua unicità e bellezza. 

La presente generazione sembra impostata in modo che un rumore programmato per tutte le ore del giorno e della notte impedisca di entrare in quel silenzio dal quale può nascere la parola, il “logos” (senso) e il gusto di questa esistenza. «Chi sei?», domando a tanti giovani durante le assemblee studentesche. E nessuno risponde. «Che cosa c’è di bello, unico e irripetibile nella tua vita?». E la risposta è: «Boh!».

Sembra di trovarsi davanti a giovani che sono passati dal «Conosci te stesso» al «Temi te stesso».  Hanno paura di affrontare e accettare la propria immagine, come è bene abbozzato nel romanzo “La storia infinita”, là dove si accenna all’orrore di guardarsi allo specchio. L’autore, Michael Ende,  parla della paura della propria immagine: non dell’aspetto esteriore, ma del proprio io interiore. In questo contesto è azzeccata la domanda: «Come posso amare questa vita?».

I valori che rendono bella la vita e stanno alla base dell’educazione di una persona passano attraverso la connaturalità. I genitori trasmettono ai figli il meglio di se stessi semplicemente vivendo, manifestando la semplice e pura gioia di essere vivi e di assaporare la bellezza dell’esistenza. Naturalmente se molti genitori non vivono cercando il senso e il gusto del vivere, se non sono aperti alle realtà spirituali, se  non comunicano il senso della meraviglia, sono  responsabili nei confronti di una  nuova umanità mutilata, ferita e nuda.

Mutilata in quanto priva di strumenti per cercare valori umani e divini.

Ferita dal comportamento dei genitori, le urla dei quali s’imprimono nella  psiche dei figli – come dilaniante martello pneumatico che demolisce il concetto stesso dell’amore – e ingenerano la paura di formare una famiglia, di abbandonarsi ad una scelta definitiva, di dare vita alla vita.

Nuda, senza neanche la possibilità di buttar via in seguito valori mai proposti, in base alla folle idea che i figli faranno le loro scelte al momento opportuno. Ma che cosa può scegliere chi è privo di proposte? Nel nulla si può cadere. Ma dal nulla niente può nascere.

In una parrocchia, durante l’omelia, invitavo i fedeli a non vergognarsi di essere credenti e a mostrare anche in pubblico la loro fede. Li spronavo a leggere una pagina del Vangelo, ogni giorno, tutti assieme in famiglia e a fare il segno di croce prima di mangiare. Un ragazzo si lasciò scappare di bocca, ad alta voce: «Perché?». Spiegai che in Africa molti bambini muoiono di fame e la maggior parte mangia un giorno sì e un giorno no, quindi lui, in segno di ringraziamento, avrebbe dovuto fare il segno della croce. Immediata la replica: «Non lo fa neanche la mia nonna»…

La mancanza di genitori o di nonni validi può essere supplita – in parte – da un buon maestro di vita e da una buona comunità che siano grembo fecondo di nuovi figli. Indispensabile, comunque, è una personale esperienza profonda di fede. Una volta incontrato Dio, tutto si ridimensiona, si relativizza e si valorizza. Si ridimensiona il concetto stesso della nostra vita che, vista alla luce dell’eternità, è un soffio: «Mille anni, […] come il giorno di ieri che è passato». Si relativizza quel nostro spasmodico desiderio di contare, di fare colpo, di essere sulla cresta dell’onda: «Vanità delle vanità – dice l’Ecclesiaste –. Vanità delle vanità e tutto è vanità».

Si valorizza invece ogni nostra più piccola azione, ogni pensiero, ogni sospiro. Tutto passerà: cielo, terra, mare… Eterno resterà l’Amore, che rende bello il nascere, ludico il vivere e interessante anche il morire.

Valentino