Tu, il più bello tra i figli dell’uomo

Salmo per le nozze del Re

Liete parole mi sgorgano dal cuore:
io proclamo al re il mio poema,
la mia lingua è come stilo di scriba veloce.

Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo,
sulle tue labbra è diffusa la grazia,
perciò Dio ti ha benedetto per sempre.

Grazie allo spirito profetico, in questo inno nuziale (Salmo 44) è naturale vedere in Cristo il più bello dei figli dell’uomo. È Lui lo Sposo e la Sposa è la Chiesa. La grazia di cui parla, allude all’intima bellezza della parola di Gesù, alla gloria dell’annuncio evangelico, alla forza della Verità.

Questo Salmo sembra contraddire la profezia di Isaia: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere» (53,2). Non si tratta di contraddizione, ma di contrapposizione, quale stimolo alla nostra riflessione e domanda: «Di che bellezza si tratta?». La risposta può venirci dal Vangelo e dalle lettere di Giovanni: «Dio è amore». «Ci ha amato fino alla fine». Nel Volto trasfigurato dal dolore ci è additato il volto del più bello dei figli dell’uomo, la cui bellezza è la Verità. Questa non esclude la sofferenza, anzi la mostra come mistero che introduce all’amore. Bellezza e verità indicano, nella sofferenza e nel dolore, realtà permesse per rivelare il mistero affascinante e tremendo che è ogni persona (oltre, naturalmente, Dio stesso).

Continuamente e ovunque, si va ripetendo che il male del mondo è la prova più sicura che Dio non esiste e che è un “non senso” parlare di bellezza, bontà e amore. Di fronte a questa obiezione, il cristiano non ha molti argomenti da contrapporre. Gliene basta uno: il Crocefisso, perfetta icona della verità dell’amore, che si fa dono redentivo per quanti non si lasciano sedurre dalle menzogne del mondo, dalle bugiarde sirene, dagli effimeri ideali del potere, del successo e dell’apparire.

Cristo, bellezza eterna e assoluta, si è lasciato spogliare e trasfigurare al punto da essere considerato – dice il Salmista – come «un verme e non un uomo». E ha fatto ciò per permetterci di comprendere il profondo significato della bellezza, che affascina e ferisce, seduce e sconvolge, nasconde e rivela.

Rivela che, assieme a Cristo, diventando un dono per tutti e spogliandoci della bellezza esteriore, noi sfociamo nel cuore della “bellezza che salva”: la Verità.

Nella giovane età… Quante indecifrabili contrapposizioni! Ebbri della nostra bellezza, assetati della bellezza altrui, corriamo in ogni direzione alla ricerca – senz’altro provvidenziale – di ciò che dia un senso alla vita dell’essere umano che, lapidariamente,   San Tommaso definisce come «bisogno d’amare e di essere amato». Ecco il moltiplicarsi delle relazioni, degli incontri per crescere ad ogni livello: «in sapienza, età e grazia».

Nel tentativo di raggiungere l’ideale per il quale siamo stati creati, si commettono sbagli: molti involontari, molti di metodo. «Peccammo, e siamo divenuti come gli immondi, e siamo caduti tutti come foglie. E le nostre iniquità ci hanno dispersi come il vento: hai nascosto a noi la tua faccia e ci hai schiacciati per mano delle nostre iniquità» (“Rorate coeli desuper”). Sbagli e peccati che portano ad oscurare l’opzione fondamentale, cioè la scelta di fondo, costituita da Dio o dai valori che rendono significativa l’esistenza umana.

Si offusca l’ideale di bellezza innato in ogni essere umano. L’io puro del bambino e del ragazzo amante della giustizia, a causa del peccato delle origini – ratificato dai peccati personali – subisce contraccolpi gravi e ferite difficilmente rimarginabili senza un lungo cammino di purificazione, senza l’aiuto dall’Alto.

Si offusca la propria bellezza e lo sguardo non coglie facilmente l’altrui bontà. Finché non arriva il momento della prova: il dolore (la morte di una persona cara, il distacco – subito o voluto – dagli amici, la delusione per la scoperta dei propri limiti…).

Lasciati a noi stessi, sarebbe molto difficile  recuperare il volto della bellezza come verità. Ma, per chi sa guardare al Crocefisso, ciò è possibile: la morte profuma di resurrezione, il distacco diventa fonte di ascetismo e la delusione per i propri limiti si trasforma in stimolo a intensificare il grido d’aiuto a quel cielo che non resta muto: «Chiedete e otterrete». Che cosa otteniamo? Qualunque sia la nostra richiesta, Padre e Figlio ci comunicano lo Spirito Santo, l’Amore, e questo basta a rendere significativa e bella la nostra esistenza.

Distacco. Questa la parola chiave che ci permette di attaccarci alla vera bellezza che non delude, quella di Cristo, «il più bello dei figli dell’uomo». Solo Lui ci permette di scoprire il vero significato della bellezza, che consiste nel liberarci da quanto ci abbaglia per vivere bene il nostro quotidiano – ponendo in esso semi di eternità – e per fare del Bello il trampolino di lancio verso il Bene.

Le cose affascinanti delle terra devono generare in noi la nostalgia del divino, altrimenti diventano ingannevoli tranelli, nei quali già Eva cadde. Il frutto dell’albero «era bello a vedersi, buono da mangiare e seducente agli occhi» (le stesse tre tentazioni provate da Cristo nel deserto). La madre dei viventi non è andata oltre l’apparente bellezza, si è lasciata ingannare, ha “posseduto” il frutto… con tutte le conseguenza che ben conosciamo.

Il “frutto” – simbolo del creato – non va concupito, posseduto e divorato, ma contemplato, donato, condiviso. Allora diventa trampolino di lancio verso il Frutto più bello dell’umanità: Cristo, nostro fratello e nostro Dio.

Valentino

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