Solo i “poveri” capiscono i poveri

“Chez ‘Jhonny’”. Al termine del corso di formazione del clero indigeno a Mbour (Senegal), i partecipanti m’invitano a una festa, in un ristorante della zona turistica. Accetto di bere l’aperitivo con loro, poi mi congedo, con la scusa che qualcuno mi vuole parlare. Sento il bisogno di  trascorrere un po’ di ore nel quartiere dei poveri.

 “Chez ‘Jhonny’”, una baracca sulla spiaggia. Ordino riso condito con salsa di pesce ed una birra. Subito si fanno avanti i giovani che, dal mio «ciao», non tardano a capire la mia provenienza e tutti – monotonamente – pensano di farmi un complimento dicendo: «Gli Italiani sono gli Africani d’Europa». Stanco di questo ritornello, rispondo: «Sì, ma ci sono anche Italiani cattivi, e io appartengo a questa categoria». La battuta li fa ridere. Beati loro!

Ora la mia attenzione è attratta dal pianto disperato di un bambino. Per un po’ mi sforzo di non sentirlo. Poi vado a vedere. Oh, Signore! Non farmi più incontrare bambini “tutta testa e niente corpo”! E quegli immensi occhi bianchissimi – in quel corpicino tutto nero – inondati di lacrime… 

Mi è passata la voglia di mangiare. Prendo la via del ritorno. Ma i giovani hanno intuito che ho il cuore a pezzi e decidono di starmi vicino. Torna il ritornello: «Veramente gli Italiani sono gli Africani d’Europa».

Una corsa a prendere il tamburo. Battito di mani e canti, tanti canti, mentre i corpi s’abbandonano alla danza. Lo spettacolo è tutto per me, fino al tramonto. E al sole succede la luna. Stasera c’è la luna piena e, come di rito, non si va a letto. La birra, da “Chez ‘Jhonny’”, per i poveri si offre a un terzo del prezzo pagato dal bianco. Tamburo, birra, complicità della notte e quella luna piena, salutata con tante canzoni. Torna alla  mia mente un verso dell’ex presidente di questa terra, Leopold Sengor: «Là dove senti cantare, fermati. Gli uomini malvagi non hanno canzoni». 

La vita esplode a “Chez ‘Jhonny’” per convertire le mie lacrime in passo di danza.

Chi tra i poveri può dirsi beato? Pietro Pavan – rettore magnifico dell’università del Laterano –, durante il pontificato di Giovanni XXIII, abbozza la dottrina sociale della Chiesa e aiuta il Papa a scrivere l’enciclica “Pacem in terris”. Frequento il terzo anno di filosofia  e sono rappresentante degli studenti. Questo mi permette di discutere sovente con il Rettore che invita noi studenti ad aprirci al sociale, a dialogare con “il mondo”, a leggere i segni dei tempi affinché la Chiesa non arrivi a dare risposte desuete, cinquant’anni in ritardo sui tempi. E, prevedendo quello che fra tre anni capiterà (1968 ), ci invita a stare in guardia, perché: «Quando nel mondo piove, anche in convento pioviggina».

Diventiamo amici. Ma presto le nostre strade si dividono. Lui cardinale e io missionario. Ma non interrompiamo il rapporto epistolare, né le visite, di ritorno dall’Africa. Un pomeriggio, passeggiando lungo il Tevere, un mendicante ci chiede l’elemosina. Pavan gli dà diecimila lire. «Questa volta hai sbagliato di grosso – gli dico –. Non senti che puzza di vino?». Ribadisce: «Mia mamma mi ha insegnato che a fare del bene non si sbaglia mai. So quello che pensi, ma… se quel mendicante avesse veramente bisogno dei miei soldi?». 

Nasce una discussione sull’identità del povero secondo la Bibbia: chi si svuota di sé, per far posto in sé a Dio e agli altri. Chi sa ringraziare il Signore, qualunque sia la situazione da affrontare, bella o brutta. Chi accoglie tutti come fratelli e sorelle. Chi sa spogliarsi, senza scaricare la sua croce sulle spalle degli altri; senza fare le cose per procura, ma sporcandosi le mani; senza fingere che tutto vada bene, ma accettando il “giogo di Cristo”, pesante, leggero o soave che sia. Chi fa pulizia dentro di sé, liberandosi dalla zavorra che appesantisce il cuore, illude la mente e impedisce di seguire Cristo fino alla croce e oltre, fino alla resurrezione.

Mi ascolta il Cardinale e sorride. Dice che l’Africa mi ha fatto bene. E poi si abbandona a una chiara visione del futuro. Prevede il tempo in cui gli Africani correranno a frotte sulle nostre spiagge a cercare aiuto per sconfiggere la loro povertà materiale, la loro miseria: «Come mai gli Occidentali non hanno presente il principio dei vasi comunicanti? Se da una parte c’è troppo e dall’altra quasi niente, la logica delle cose è tendere all’equilibrio. Noi in Europa e Nord America abbiamo troppo. In Africa c’è il nulla. Chiaro che gli Africani verranno da noi. Nulla li fermerà se non un serio lavoro per la giustizia».

Trent’anni dopo, in Senegal. Sosto tre giorni a Gorée, per sentire sulla mia pelle quanto è capitato in quel passato che ha vissuto la indescrivibile umiliazione della tratta degli schiavi. Sono  nell’isola che Giovanni Paolo II ha definito come santuario del dolore africano. Poi faccio visita al cardinale Théodore Adrien Sarr, arcivescovo di Dakar. Parliamo dello schiavismo – il primo, quello praticato da sempre da parte degli Arabi –, ma il porporato riporta l’argomento allo schiavismo attuale: «Nel 2003, noi vescovi dell’Africa Occidentale siamo andati in pellegrinaggio a Gorée per chiedere perdono, a nome dell’Africa, per la parte di responsabilità degli Africani nel lugubre fenomeno dello schiavismo. Abbiamo anche messo in guardia il Continente sul fatto che non è del tutto tramontata quella complicità che nel passato ha permesso lo schiavismo. Vediamo tuttora nei nostri governanti una complicità che porta la popolazione ad essere schiava: decisioni prese sulla testa della gente, irresponsabilità, corruzione. Ci sono corruttori e corrotti. E ciò rende gli individui schiavi, esaspera la popolazione, la porta alla perdita di speranza, al punto che poi vediamo i più intraprendenti dei nostri figli – i nuovi schiavi – mettersi su piroghe e sfidare il mare in cerca di orizzonti di libertà».

Parliamo dei sogni dei giovani senegalesi, simili a quelli degli Etiopi, degli Eritrei, dei Sudanesi. E il Cardinale continua: «L’Occidente si è sviluppato grazie al sistema coloniale, si è sviluppato a scapito di queste popolazioni. Tocca quindi a voi, Occidentali, riequilibrare la situazione. Non saranno le barriere a fermare le fughe, né sofisticati apparati ultramoderni atti a scoprire chi sta fuggendo o chi sta sbarcando illegalmente. La lotta contro le immigrazioni illegali si fa soltanto dando alla popolazione africana la possibilità di studiare nella propria terra, di formarsi in base alle necessità del Paese e di creare posti di lavoro».

Mentre il cardinale Théodore Adrien Sarr espone queste ultime idee, si fa triste e gli occhi gli diventano lucidi. Mi torna alla mente il cardinale Pavan e la sua profezia dei vasi comunicanti. Poveri cardinali… “Voci che gridano: Preparate la via del Signore nel deserto”. La loro porpora onora il loro operato e il loro Paese, ma il suo colore richiama quello del sangue: il sangue degli antichi schiavi e delle vittime delle nuove schiavitù e delle nuove povertà.

Povertà evangelica: quella che papa Francesco esalta ad Assisi, additando nei poveri il corpo vivo di Cristo ed esaltando San Francesco, il povero per antonomasia, che porta nel suo corpo le stimmate di Cristo mentre serenamente intona il Cantico delle Creature. 

San Francesco e papa Bergoglio possono parlare di povertà in quanto l’hanno vissuta e la vivono. Perché solo il  “povero” capisce il povero. Solo il “povero” aiuta il povero.

Valentino

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