Perché il pregare diventi una festa

Lì, ad arare le pietre. Un presbitero, che esercita il suo ministero in  due piccole parrocchie di montagna, indisposto, mi chiede se io possa sostituirlo nelle celebrazioni delle sante messe domenicali. Il diritto canonico proibirebbe di celebrare quattro eucaristie in un giorno, ma – pensando che è difficile trovare un prete all’ultimo momento –  accetto la
sua richiesta, curioso di vedere come viva un giovane parroco una situazione analoga a quella descritta da Bernanos, nel “Diario di un curato di campagna”.

Nella zona la gente mi conosce perché la televisione locale, quando sono in Italia, m’intervista e registra vari interventi messi in onda al momento opportuno. A volte scherzando, ma più spesso sul serio, questo è il ritornello che mi sento ripetere: «Reverendo, in mezz’ora si può celebrare la messa. A lei, che viene da lontano, permettiamo di arrivare a quaranta minuti».

Terminata la terza messa, esprimo al parroco l’amarezza per quell’osservazione che non solo è “irriverente”, ma sa di bestemmia: perché quei fedeli vanno a Messa? Che idea hanno di Dio? Perché gli contano i minuti? Un amaro sorriso: «…E pensa che a me lo dicono tutti i giorni!». Facendomi carico anche della sofferenza di questo povero prete, alla messa vespertina imposto l’omelia sul privilegio di pregare e sulle condizioni necessarie affinché il dialogo con Dio sia fruttuoso. Riporto alcune idee che ho espresso ai pochi fedeli dell’ultima ora, con la speranza che i miei lettori siano più benevoli di quei parrocchiani che, appena udito il saluto finale, in un lampo sono scomparsi dalla chiesa, lasciandomi con la sensazione provata più volte dal “curato di campagna” di essere lì ad arare le pietre.

La “Ballata dell’uomo vecchio”. A metà degli anni Sessanta, nelle limpide notti estive popolate di stelle, accompagnato dalla chitarra mi univo al coro degli amici, per cantare al cielo il nostro bisogno di vedere il volto
di Dio:

«La tristezza che c'è in me, l'amore che non c'è hanno mille secoli;
il dolore che ti do, la fede che non ho hanno mille secoli.
Sono vecchio ormai, sono vecchio sì,
questo Tu lo sai, ma resti qui.
Io vorrei vedere Dio, vorrei vedere Dio, ma non è possibile:
ha la faccia che tu hai, il volto che tu hai e per me è terribile…».

È la “Ballata dell’uomo vecchio”. Vecchio dentro. Vecchio perché attaccato ad un “io” che non vuole morire, aggrappato a tutto quello che sa di terreno, di mondano, a ciò che offusca la mente, «perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente di molti pensieri» (Sapienza 9,14). È l’“io vecchio” – come lo chiama San Paolo –, che è l’opposto dell’“io cristificato”.

La zavorra che c’è nella nostra mente e le passioni che offuscano il desiderio di vivere in contatto con la Verità, fanno sì che non sentiamo il pregare come un privilegio, come il respiro della nostra anima, come il bisogno di stare in continuo dialogo con Dio.

«Bisogna pregare sempre», dice San Paolo, facendosi eco dei Sinottici: Gesù racconta parabole sulla necessità di pregare continuamente e di insistere nella richiesta di ciò di cui abbisogniamo per la salute dell’anima e del
corpo.

C’è da sperare che molti cristiani preghino, anche se non si sentono obbligati a partecipare all’eucaristia domenicale. Ma come pregano? Che difficoltà incontrano? Hanno imparato un metodo per pregare con profitto e con gioia? E tra quelli che vanno a messa, quanti vi arrivano preparati ad incontrare il Signore? Quanti hanno preparato il cuore all’ascolto della Parola? Quanti si predispongono a morire e a risorgere con Cristo, al banchetto eucaristico? L’io vecchio non vuole morire.  Perciò non nasce “l’uomo nuovo”.

Chi vuole fare il santo subito, fa la bestia. Siamo cristiani abitudinari e andiamo in chiesa guardando continuamente all’orologio perché non abbiamo ancora incontrato Cristo. Abbiamo pensato di costruire il cristiano allorché non c’era ancora l’uomo. Abbiamo pensato di avere tutte le risposte a tutti i problemi, allorché non eravamo ancora stati educati a porre la domanda giusta a noi stessi e a quelle persone che – interpellate – avrebbero potuto iniziarci ai misteri del cristianesimo e alla logica della vita di fede.

Noi ora stiamo vivendo un tempo che è sì complesso, ma anche straordinario. Tempo di cambiamenti e di quelle crisi che più volte ho presentato come opportunità di una svolta significativa a livello personale e sociale. Nel campo dei valori – soprattutto di quelli dello spirito – l’essere umano ha bisogno di gradualità, di pazienza (capacità di patire con animo sereno) e di contare sui tempi lunghi. Secondo Franz Kafka: «Esistono, nell'uomo, due peccati capitali dai quali derivano tutti gli altri: impazienza e ignavia. Per l'impazienza sono stati cacciati dal paradiso, per colpa dell'ignavia non vi fanno ritorno. Ma forse esiste un unico peccato capitale: l'impazienza. È l'impazienza che li ha fatti cacciare, è l'impazienza che impedisce loro di ritornare».

E l’impazienza, ancora oggi, è la causa di una creazione ferita.Significativa l’affermazione di Benedetto XVI: «Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini». L’essere umano voleva la “conoscenza” senza esserne pronto, perché non si era ancora lasciato educare da Dio. Non ha conquistato il paradiso per pigrizia, per inerzia, perché si è adattato alla gabbia che lui stesso si era fabbricato. Si è adattato al carcere da lui stesso costruito. L’arte di svuotarsi e  meditare. Se uno arriva alla celebrazione eucaristica domenicale con la testa piena di preoccupazioni, di immagini televisive e di tensioni per quello che potrà fare nel resto della giornata, la messa sarà una frustrazione aggiunta ad altre frustrazioni. Non ha forse detto Gesù che bisogna preparare il terreno se si vuole che il seme porti frutto? Abbiamo predicato tante idee, ottimi organigrammi,  ma ci manca l’essenziale: l’esperienza di fede, maturata in quel silenzio che è il guardiano dell’anima. La nostra tendenza ad avere tutto sotto controllo, la nostra incapacità di abbandonare le nostre sicurezze per affidarci completamente a Dio non ci permette di entrare veramente in noi stessi; c’impedisce di creare quelle condizioni per cui, se Dio vuole parlarci, possa trovare un cuore che ascolta.

I medioevali sostenevano che prima di pregare bisogna preparare l’anima. Pregare per predisporci a pregare. Ecco, è bello vedere persone che vanno in chiesa mezz’ora prima della messa, rimangono per un po’ di silenzio e, quando la mente è più libera, recitano il rosario. Questo può essere recitato ovunque: viaggiando in macchina, in famiglia, nella comunità riunita davanti a un’icona di Maria che mostra suo Figlio tra le braccia, o che sosta ai piedi della croce raccolta in un muto dolore… È bello sgranare piano piano la corona del rosario, facendo delle cinquanta “Ave Maria” innanzitutto un’efficace preghiera, ma anche una specie di mantra che rilassa l’orante, lo libera da tante preoccupazioni, lo immerge nella contemplazione delle verità fondamentali della nostra fede e lo prepara a fare dell’eucaristia il centro della propria vita.

Svuotarsi la mente e meditare la parola del Signore, «tesoro antico e sempre nuovo», che produce abbondanti frutti in chi si sforza di arrivare al raccoglimento interiore, che permette la tranquillità dei sensi e del corpo. Questo è un tutt’uno con lo spirito: è l’arpa che permette all’anima di creare armonie. Corpo e spirito: un tutt’uno, per diventare un’unica realtà in Cristo, fino al punto da poter ripetere: «…non vivo più io, ma Cristo vive in me». Morte dell’“io vecchio” e nascita dell’“uomo nuovo”. A questo punto il pregare non è più vissuto come un obbligo, ma come una festa.

Valentino