La bellezza della quotidiana crisi

Il sogno si è realizzato: formata una famiglia, il lavoro ha dato il massimo delle soddisfazioni; c’è denaro a sufficienza o fin troppo, al punto che sarebbe possibile vivere di rendita. Gli amici ti stimano e ricorrono a te per consigli, ritenendo che tu sia al di sopra di ogni crisi.  Ma a un certo punto le parole si fanno logore, i rapporti sfilacciati, le cose non solo perdono il loro gusto, ma sono esse stesse pianto. E dentro s’annida tanta rabbia, per il fatto di dover mettere una maschera e giocare una parte che non s’addice più: il vaso si è rotto e può raccogliere solo fiori finti.

Non si tratta di un singolo caso: è il ritratto sintetico fornito dai racconti di alcuni amici intelligenti e sensibili che, a un certo punto, esplodono, scappano, si buttano nel lavoro per non pensare o ricorrono prima allo psicologo per cercare di capire, poi allo psichiatra per cercare di ridurre le angosce. Il castello costruito attorno alla propria vita si sfascia, come per un’improvvisa, anticipata vecchiaia: “non è più dolce la luce”, dà angoscia “il fiorire del mandorlo” – immagine usata da Qohèlet per descrivere i capelli che diventano bianchi – e solo quel tanto di buon senso rimasto impone di non scacciare un amore con un nuovo amore, perché imbarazzante sarebbe il rapporto (e per la coscienza cristiana creerebbe problemi), relativo il piacere e molte le spiacevoli conseguenze…

Il vecchio, saggio Qohèlet torna a  sussurrare: «Vanità delle vanità. Tutto è vanità…».

Ma ci sono anche imprenditori logorati dall’impegno di portare avanti un’azienda che incontra tanti problemi in un momento di crisi economica, con l’aggravante delle preoccupazioni per non licenziare nessun operaio. Le banche strozzano con i prestiti. Si ipoteca la casa. Si abbozza il contratto di solidarietà. Si pregano gli operai di comprendere il momento storico che esige sacrifici da parte di tutti, a cominciare dal datore di lavoro, il primo a dover dare il buon esempio di riservarsi un salario come uno dei tanti impiegati. 

Agli amici demotivati si può citare Qohèlet e far notare che le ricchezze ammazzano le attese, le aspettative e i sogni. È deleterio soprattutto dare soldi ai figli che, più hanno, più pretendono. Deleterio dare l'impressione che la famiglia sia ricca. Ma, grazie a Dio, a tutti il Signore offre una crisi come opportunità. A tutti, ma in particolare a chi più è dotato, perché dal privilegiato Dio si aspetta di più: «Infatti, chi ha ricevuto molto dovrà render conto di molto, perché quanto più uno ha ricevuto, tanto più gli sarà chiesto».

È stato scritto nell’ “Imitazione di Cristo” che tutto è vanità tranne l’amare e il servire Dio. Tutto è caduco: occorre quindi vivere da asceti? L’ascesi vissuta per se stessa è puro masochismo. Ciò che conta è coniugare Qohelet e l’Imitazione di Cristo: una volta ridotto all’essenziale, all’estrema povertà, alla nudità nei confronti di tutti e di tutto, l’essere umano è chiamato ad avere il coraggio di porsi le domande più radicali sul senso della vita, sui valori, su ciò per cui valga la pena di vivere e di morire. 

Agli imprenditori disperati si deve offrire un aiuto affinché capiscano come mai si è arrivati alla crisi economica e spirituale. Giova ricordare il principio manzoniano: «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande». È necessario aiutare a riconoscere, oltre l’apparente disfatta, la mano provvidenziale di Dio; oltre il proprio dolore, un cammino di salvezza per gli altri; oltre il buio della notte dei sensi e della fede, un tunnel che porta alla speranza di un incontro con la vivida Luce.

A quanti tendono a lamentarsi perché eccessivo è l’impegno in ogni campo, amo ricordare una frase che ricorreva sulla bocca di mio padre: «La éta l’è bela fin che ‘s tribùla», che interpretato vale come: la vita è bella finché ci si affatica, si tribola, ci si impegna ad uscire da ogni situazione difficile a testa alta. Mio padre… Gli hanno ammazzato il papà quando aveva undici anni, nel 1922. Ha cominciato a fare il contadino. Dieci anni di guerra. Figli morti in giovane età. Impegno nel commercio di acque gassate. Autoservizio. Distributore di benzina. Costruzione della casa. Vicesindaco. Giudice conciliatore… E guardando al passato ringraziava il Signore per questa vita che nella crisi assume un volto sempre più interessante, ludico e bello.

Semi di sapienza. Papa Francesco, al termina della visita “ad limina” dei vescovi italiani, ha profuso tanti semi di sapienza. Nella sua invocazione a Maria, ci ricorda che la bellezza «fiorisce dalla fedeltà al lavoro quotidiano». Più avanti aggiungerà che è bello lavorare per Cristo a tempo pieno, citando il beato Puglisi, ammazzato dalla mafia.

Quando Dio vuole purificare e rafforzare il suo popolo, lo chiama nel deserto, per quarant’anni. E lì il popolo eletto scopre che la crisi è un’opportunità di cambiamento. Che il dolore è un mistero che si capisce solo alla luce del mistero di Dio. Che il silenzio è il custode del mistero di Dio ed è fonte di rinascita spirituale, morale e – perché no? – anche economica. Serve, infatti a:

ricordare le meraviglie del passato;

fare nostro il sogno di Dio: che tutti vivano come fratelli;

purificare la memoria e la coscienza, spesso riluttante ad accettare la logica 

di Cristo che mostra i poveri come la sua stessa carne;

leggere i segni dei tempi con occhi allenati a vedere ovunque il positivo e la 

bellezza;

pregare per preparare un futuro migliore;

vegliare per non soccombere al momento della prova, ma servirsene come stimolo 

a stare attaccati a Dio;

chiedere la perseveranza finale, come continuamente ripetiamo alla Madonna: 

«Prega per noi, peccatori, adesso e nell’ora della nostra vera nascita». 

Per purificarci. Nel buio della crisi, per chi ha fede, prima o poi  irrompe una nuova luce. Nella nudità totale, Dio si fa vestito del povero che solo in Lui confida. Nel silenzio risuona la Parola, seme posto in un terreno ferito dall’aratro.

Nella debolezza, Dio diventa la nostra forza. Nel nostro triste quotidiano franare, Dio pone il gioioso argine dell’Amore.

Facile cercare e trovare Dio quando tutte le cose vanno bene, quando gli amici rispondono all’amore con altrettanto amore, quando la bellezza del creato aiuta a lodare il Creatore! Ma la crisi, sembra suggerirci Qohélet, ci fa intuire che Dio, paradossalmente, parla di più con il silenzio che con la parola. Sussurra a noi, e a quanti non riescono a credere che, se nonostante tutto, lui – Qohèlet – è riuscito a mantenere la fede, anche noi non dobbiamo disperare.

La Parola nasce dal silenzio, come la spiga di frumento nasce dal seme che marcisce. Nella crisi, nel buio, nel deserto Dio risponde alla domanda del senso della vita, facendosi certezza, luce, parola, convertendo l’angosciante nulla nella bellezza del Tutto.

 

Valentino

Commenti

  1. Ermanno
    ago 30, 16:50 #

    Tanti Fratelli hanno allontanato Dio dalla loro vita, chi per indifferenza , chi per altri svariati motivi.

    Secondo me, nasce da qui la crisi attuale, con tutte le sue conseguenza nei vari campi.

    Camminando con Dio, ogni giorno, ogni attimo, è tutto diverso.
    Uniti a Dio si ha quella pace nel cuore che solo Lui può e sa dare.

    Non è che le difficoltà svaniscono in un nulla, ma le si affrontano con una Nuova Speranza , con una Nuova Forza che Gesù ci Dona.

    Con Gesù e Maria il nostro orizzonte è sempre positivo, ricco di una nuova Luce!
    Pieno di Amore !

    Apprezzo molto questa pagina Don Valentino e riscopro come dici Lei la Bellezza della Quotidiana Crisi, sia personale, morale che economica.

    Trovando a Tutto un’unica soluzione = Confidare in Gesù !

    Un Abbraccio
    Ermanno

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