Gioia di tener viva la speranza

Una storia, quasi una parabola. Quand’ero piccolo, mille e mille volte ho raccontato a mio fratellino la storia della cavalla dai sette colori e solo a sessant’anni l’ho capita.

“Giovannino senza paura” aveva una cavalla alla quale poteva chiedere sette favori, a beneficio della comunità. A questa si offrì per fermare l’epidemia scoppiata in paese a causa della durezza dei cuori dei suoi abitanti. Epidemia che sarebbe cessata qualora tutti fossero stati aspersi con l’acqua che si trovava solo sulla montagna dei sogni. Impresa molto difficile per l’avventuriero, che doveva intraprendere un lungo viaggio, mentre tutta la popolazione avrebbe dovuto attenderlo con un lumino acceso alla finestra.

La cavalla aveva emesso il suo nitrito di accondiscendenza e Giovannino senza paura, salutati tutti i conoscenti, aveva augurato ad un’amica di sperimentare gioia nel tenere viva la speranza del suo ritorno.

 

Le prime notti il lumino ardeva sui davanzali di tutte le finestre, poi la gente cominciò ad abituarsi al vivere quotidiano. Progressivamente perdeva la speranza. Non accendeva più il lumicino di notte.

Dopo immani fatiche e lunghi mesi, Giovannino senza paura  trovò l’acqua prodigiosa e, felice, riprese la via del ritorno. Arrivò di notte al villaggio e lo vide avvolto nelle tenebre. Guardò meglio. Solo una candela lottava, tremante, in mezzo a quelle oscure mura. La sua amica l’aveva aspettato.

Asperse i compaesani nel sonno. Cessò l’epidemia. Grazie a quella sola candela.

La grave esitazione di Abramo. Nel capitolo 18 del Libro della Genesi, si narra che la malvagità degli abitanti di Sodoma e Gomorra era giunta al culmine, tanto da rendere necessario un intervento di Dio per compiere un atto di giustizia e per fermare il male, distruggendo quelle città.

Dio decide di rivelare ad Abramo ciò che sta per accadere. Il Patriarca si rivolge al Signore: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?».

Con queste parole, con grande coraggio, Abramo mette davanti a Dio la necessità di evitare una giustizia sommaria: se nella città ci sono degli innocenti – quaranta, trenta, venti – questi non possono essere trattati come i colpevoli. Dio, che è un giudice giusto, non può agire così!

Dio è disposto ad avere misericordia… Perché mai Abramo si è fermato a dieci? In Sodoma c’era Lot, uomo giusto. Perché non ha chiesto: «E se ci fosse anche solo un giusto …?». Ha esitato. Ha dubitato. Non ha avuto sufficiente fede.

La grande sfida. Nel Nuovo Testamento vediamo Gesù porre una sconcertante domanda ai suoi discepoli:  «Al suo ritorno, il Figlio dell’uomo troverà ancora la fede sulla terra?».

Questo inquietante interrogativo è formulato da Gesù a conclusione e a commento della parabola della vedova che supplica il giudice ingiusto perché le faccia giustizia. Il Maestro la racconta  per insegnare che bisogna «pregare sempre, senza stancarsi mai» (cfr. Lc 18,1-8). Nel momento stesso in cui Cristo formula questo principio, invita i discepoli a non prendere  per  scontata la fede. Il Figlio dell’uomo la troverà ancora sulla terra quando ritornerà?  

Il dubbio espresso da Gesù  assomiglia molto all’altro interrogativo, quello formulato dai suoi discepoli nel giorno in cui aveva pronunciato la sua famosa sentenza sulla salvezza dei ricchi: «E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco si salvi». I discepoli, sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». In quell’occasione Gesù aveva cercato di rassicurarli: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio» (Mc 10,26-27).

È possibile che la fede duri sulla terra fino al ritorno del Figlio dell’uomo, ma a questa precisa condizione: che noi non diamo tregua a Dio. Mai deve morire la speranza, fuoco animato dalla incessante preghiera di chi guarda al futuro con serenità, mantenendo una gioia di fondo, legata alla fedeltà della parola di Dio: «Io sarò con voi sempre, fino alla fine del mondo». 

La preghiera non è un dovere, ma una gioiosa necessità. È un armonioso intrecciarsi  della chiamata del Signore e della risposta dell’essere umano, rappresentato dal padre del fanciullo paralitico: «Credo, Signore, ma tu aiutami nella mia incredulità» (Mc 9,24). La fede sussiste, si rafforza e si consuma in gioiosa speranza per chi non “recita le preghiere al mattino e alla sera”, ma sa che tutta la sua vita deve essere una continua preghiera che dà un senso e un gusto alla vita.  Mirabile l’episodio raccontato da David Maria Turoldo. Quando vide che la mamma stava morendo, le chiese se volesse pregare. Lei, sorpresa e serena allo stesso tempo, rispose: «Frut (figlio), la mia vita è stata tutta una preghiera».

Fede e opere. Nei confronti del rischio di ridurre la preghiera a sole parole, senza la gioia di essere in relazione con il Signore della vita, Gesù mette in guardia i discepoli. Per esempio, al termine del Discorso della Montagna afferma: «Non chi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).

La vita eterna è riservata a chi mette in pratica la Parola, i comandamenti di Dio, grazie alla sua capacità e volontà di stare continuamente “attaccato” al Signore. Se è vero che la fede senza le opere è morta, è altrettanto vero che le opere, senza la fede, perdono il mordente che le sostiene al di là di qualsiasi ideologia, si impoveriscono, muoiono. Vale a dire: per chi non crede in Dio, diventa difficilissimo perseverare nel proprio impegno di fare del bene al prossimo, disinteressatamente e continuativamente. In Africa e in Asia, quando trovo un volontario credente in un determinato posto, sono sicuro che ritornando in quel luogo lo ritroverò ancora, anche dopo parecchio tempo. Non così per i volontari atei. Per un po’ fanno del bene, poi… non reggono. Senza la luce della fede, anche i rapporti umani soffrono brutti contraccolpi.

L’enciclica di papa Francesco “Lumen fidei” mette bene in risalto questo concetto, mentre presenta la fede come luce della mente e divina energia. La preghiera, forza indispensabile per credere e trasformare il mondo. E l’amore è la condizione per capire, come aveva magistralmente intuito ed espresso Sant’Agostino: «Ama e capirai».

Modello per una vita di fede che sfoci nella speranza e si consumi nell’amore è la Vergine Madre, beata e grande perché ha creduto.

Lei è viva in cielo e ha il potere di intercedere per i suoi figli. Lei, la persona giusta per antonomasia, nostra sorella e madre. Lei la gioiosa speranza di salvezza per questa umanità: per grazia sua, Cristo, al suo ritorno, troverà ancora la fede sulla terra e ricompenserà la nostra gioiosa speranza con una corona di gloria, per tutta l’eternitài

 

Valentino

Commenti

  1. Fabrizio Martelli
    lug 24, 15:02 #

    Penso che noi siamo veramente noi stessi solo quando conserviamo, magari anche sepolto, un senso di gioia nel nostro essere. L’uomo è più uomo nella gioia. L’uomo è più vero e più giusto se sa gioire. L’uomo sa trattenersi da giudizi affrettati quando in lui abita la gioia. Inoltre la nostra autenticità si misura anche e soprattutto dalla capacità di gioire dell’altrui felicità. Questa è una capacità prettamente divina cosicchè mi sembra che chi sa gioire della gioia altrui è più vicino a Dio e al suo eterno Amore.
    Chesterton ci ha insegnato il legame profondo tra la capacità di ringraziare e la gioia del cuore. Forse possiamo dire che la gioia è legata alla consapevolezza del dono incommensurabile che abbiamo ricevuto con la vita. Lo scarto tra non essere e essere è semplicemente infinito: nell’uomo che ha questa consapevolezza non può che nascere la gioia. La gioia è una risposta sovrabbondante a un dono sovrabbondante. Tanto è infinita la capacità di donare di Dio, altrettanto libera e gioiosa dovrebbe essere la risposta dell’uomo.
    Grazie Valentino. Hai veramente ragione, la gioia è un compagno di viaggio indispensabile per il cammino dell’uomo verso l’Eterno.

Cosa ne pensi?

Comment form