La visibile espressione del bene

Togliere gli occhiali neri. La piazza antistante la cattedrale di una città dell’Italia del Sud, all’inizio delle vacanze estive, con l’arrivo del caldo comincia a popolarsi verso le sedici e si anima sempre di più con il calare della sera. Per i giovani è un luogo di ritrovo fino alle due di notte. L’episcopio accanto alla cattedrale risuona di voci, di schiamazzi e di tante, tante parole: c’è la possibilità di cogliere la vita e i costumi di questa gente, forgiata – nel bene e nel male – dai vari conquistatori che hanno lasciato tracce delle loro lingue, in un dialetto che riassume il greco, il latino, l’arabo, lo spagnolo…

 Siccome il linguaggio e i tentativi di discorsi da me percepiti sono tutt’altro che belli, faccio presente al vescovo – che mi ha invitato a tenere un corso di aggiornamento al clero – come sia difficile che la parola di un credente o di un presbitero faccia breccia nel cuore di persone che sembrano interessate a tutto meno che ai valori spirituali. Pettegolezzi, parolacce, maldicenze che spazio possono lasciare a chi si sforza di testimoniare e di proclamare che la bellezza salva il mondo? Può esercitare ancora un fascino l’esempio del Maestro, che parla di una salvezza alla quale nessuno sembra interessato?  L’icona del Cristo morto e risorto, il Bel  Pastore, Colui che viene a portarci una vita in abbondanza, ha qualche cosa da dire ad una umanità che appare cinica, violenta e indifferente di fronte alle grandi tragedie?

E il vescovo – nativo di quella città – mi fa capire, amorevolmente, che non ho il diritto di giudicare una cultura diversa dalla mia e che la bellezza sta negli occhi di chi guarda: se io mi sforzo di vedere il mondo con uno sguardo positivo,  tutto si riveste di positività. Se, invece, ho dei pregiudizi o sono incline a cogliere prevalentemente il negativo di una situazione, tutto prende il colore dei miei occhiali neri. Aggiunge, poi, che «Ogni uomo è mio fratello» (Paolo VI), che «Tutto quello che è umano mi appartiene» (Terenzio) e che per Dio ogni essere umano è suo figlio. E c’è un genitore che veda brutta la sua creatura?

Per cercare di avere un rapporto positivo con questa umanità è necessario mettere a fondamento delle nostre riflessioni il concetto di “fraternità” – legata a Dio, Padre di tutti –, esercitarci a cogliere l’anima di bene, di bello e di buono presente in ogni essere umano e renderci conto che la bellezza è la visibile espressione del bene presente in ogni persona.

«Quale bellezza salverà il mondo?». Dopo tanti tentativi di cercare la verità e la bellezza in tutte le correnti filosofiche, Sant’Agostino, approdando a Cristo, celebra nei suoi scritti la «bellezza tanto antica e tanto nuova»: la bellezza di Dio, riflessa nel creato e in ogni nostro tentativo di andare oltre i limiti del mondo, per vedere in tutto un riflesso della Trinità. Bellezza che la Bibbia esprime con i termini di “gloria”, splendore di verità, fascino ed “entusiasmo” (essere in Dio).  La bellezza di trascorrere l’esistenza aggrappati a Dio, o l’esperienza che porta all’esclamazione di Pietro sul monte Tabor: «È bello per noi restare qui!».

Quando Gesù sceglie i Dodici,  lo fa «perché stessero con Lui». Questo è un anticipo di paradiso. Questa la bellezza e la gioia che il mondo promette e non sa dare, perché senza Dio nulla ha senso, nulla può riempire la nostra esistenza. Di fronte alle prove – a nessuno risparmiate –, di fronte alla malattia e alla morte, senza la certezza di una vita in Dio, ogni realtà perde la sua bellezza: come può essere sereno chi pensa di cadere nel nulla e di non rivedere più chi ha amato sulla terra?

Con la certezza che Dio è accanto a noi, con San Paolo possiamo dire di non temere la nudità, la fame, la spada. Non temere la morte, anzi, quasi desiderarla: «Per me vivere è Cristo, e il morire un guadagno». Aggrappati a Cristo, anche la morte fa meno paura. Non dovrebbe temere il credente di fare proprio il desiderio dei Saggi dell’Antico Testamento: vedere il volto di Dio.

Alla ricerca di questa bellezza va rieducata la presente generazione, per arginare  la mediocrità che avanza, l’egoistico ripiegamento sui propri bisogni, la ripetitività di gesti vuoti, di parole insignificanti, pronunciate per ammazzare il tempo o per produrre una vuota ilarità. Soprattutto a questa bellezza vanno introdotti i giovani – vittime di un mondo consumistico – cui è data l’illusione che tutto possa essere comperato con il denaro, senza fatica, senza sacrificio, come se tutto fosse dovuto.

La bellezza del Crocefisso.  Isaia così presenta il Servo Sofferente, figura del Messia: «Non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza, da farcelo desiderare.
Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo del dolore, familiare col patire, pari a colui dinanzi al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato …».

Pensando al futuro Messia, il Profeta lo paragona ad un verme, anzi, a un verme schiacciato. Eppure, al di là dell’immagine raccapricciante, si profila l’inaudita bellezza dell’amore di un Padre che a noi fa dono del suo Figlio. La bellezza dell’amore di Gesù che si dona tutto all’umanità, dopo aver insegnato che «c’è più gioia nel dare che nel ricevere». La bellezza dello Spirito Santo a noi comunicato nella prima Pentecoste che avviene sulla croce, là dove Gesù ci dona il suo Spirito.

Come non essere attratti, coinvolti e affascinati da questo amore, paragonabile a un fuoco divorante, a un roveto ardente: ardite espressioni della vera Bellezza, davanti alla quale non resta altro che il silenzio del mistico che, adorando la Croce, penetra il mistero e, amandolo, lo capisce?

Sì, perché la croce non si dimostra, si adora. E, come tutte le realtà legate ai valori spirituali, prima si amano e poi si capiscono, a differenza delle cose terrene che prima si capiscono e poi si amano, come afferma Pascal. Solo amandola, la croce riluce della sua autentica bellezza.

La bellezza del Risorto. Bella e tremenda la croce. Bella perché esprime la sublimità dell’Amore. Tremenda perché è simbolo della crudeltà umana e della sua stoltezza nell’arrivare al deicidio.  Il vero credente, leggendo il Vangelo, non si ferma all’ora sesta che insanguina il Calvario. Se davanti al Crocefisso piange, supera il suo dolore pensando che quella non è l’ultima pagina della Buona Novella. La gira e s’imbatte nell’alba della resurrezione, là dove la Bellezza assoluta inonda l’umanità di divino splendore e aggiunge bellezza alla bellezza, spezzando il silenzio della morte e additando la vita che non avrà mai fine. E, identificandosi con questa Bellezza, diventa il Risorto del Terzo Millennio, il Bellissimo che dà il suo contributo alla salvezza del mondo. 

Valentino

Commenti

  1. Battista
    lug 11, 20:39 #

    eiden kaì epìsteusen, è il momento in cui nasce in Giovanni la fede, prima ancora delle apparizioni del Risorto. Aveva vissuto la terribile sofferenza della croce e la frettolosa deposizione nella tomba che ora, pur senza cadavere, non era completamente vuota.
    La mia fede è di legno povero, e sempre rosa dai tarli.E’ bello conoscere il suo pensiero e la sua professione di fede. Grazie.

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