«La nave è in mano al cuoco di bordo»

«Sono un insegnante di religione, alle prime armi. Vedo che i ragazzi a volte giocano a fare gli atei, ma non so ancora classificarli. Hanno uno strano concetto di Dio. Ma non è questo il motivo per cui fanno fatica a credere, quanto piuttosto il fatto che nel mondo c’è troppo dolore. La morte non fa loro paura, perché è una realtà che non li tocca da vicino. Che cosa suggerisci per aiutarli a vedere il dolore in una nuova prospettiva, in modo che non sia per loro un ostacolo insormontabile che li allontana dalla fede?».

L’umanità non si differenzia tra credenti e atei (o agnostici), bensì tra credenti e idolatri. Idolatri, vittime delle tre tentazioni che Cristo ha sperimentato nel deserto.
Da ammirare l’ateo pensante. Da rispettare l’agnostico. Fa paura l’indifferente, categoria che sta guadagnando terreno.

Quando si prenderà in considerazione la storia del nostro tempo, non si parlerà tanto male di Hitler o di Stalin, quanto del silenzio degli “onesti”: con simili parole Gandhi stigmatizzò la sua generazione. Nel passato la gente moriva di fame, ma il mondo cosiddetto civilizzato non lo sapeva. Ora gli “onesti” tacciono, pur sapendo tutto di tutti.

Nella presente generazione, il Dio che qualche decennio fa sembrava morto (sepolto dall’oblio dell’uomo evoluto) è ancora vivo, più vivo che mai. Ma con quale volto?
C’è di tutto nel comportamento di tante persone che optano per una religione “fai da te”.

Kierkegaard ha scritto: «La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani».
Ora si conosce il prezzo di tutto, ma non il valore.
Si fanno avanti i ciarlatani televisivi e tacciono i maestri, quelli che dovrebbero insegnarci che «Dio si fa impotente e debole nel mondo e solo così ci sta al fianco e ci aiuta. Dio ci aiuta non in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua sofferenza» (Bonhoeffer).

Il volto di Dio che ci può salvare è quello di Gesù Cristo. Un Dio che tace, affinché noi parliamo. Un Dio che si fa debole, affinché noi siamo forti. Un Dio che si nasconde, affinché noi diventiamo grandi nel cercarlo nell’alto dei Cieli, per poi trovarlo sul volto del più piccolo dei nostri fratelli, sul volto di chi soffre.

Più volte ho parlato del tema del dolore nella nostra cultura occidentale. Mi limito a un accenno a quanto ho studiato riguardo all’Estremo Oriente. Lì si sta abbozzando una teologia – che non piace affatto a molti Occidentali – riassumibile nell’affermazione del teologo giapponese Kazah Kitamori: «Il dolore è la natura nascosta di Dio».

Questa frase ha un senso per chi accetta la teologia della “teopoiesi”: «Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si faccia Dio». Dove incontro Dio? Nei fratelli: «Quello che farete al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a me». Chiaro il significato: la sofferenza dell’uomo diventa la sofferenza di Dio, vivo e nascosto in ciascuno di noi.

Tutti noi, sempre, facciamo esperienza del dolore. Giorno dopo giorno, nel cammino della vita, ci imbattiamo nella sofferenza e ci accorgiamo che il nostro modo di reagire a essa è strettamente personale, perché ognuno di noi ha il suo modo di rapportarsi al mistero, sia esso Dio o la sofferenza. Quest’ultima, per chi non ha fede, rimane un enigma, se non un’assurdità. Per il credente è un mistero, vale a dire una realtà che dilata gli orizzonti e rende grandi nella ricerca del senso della vita.

Il mistero del dolore si intuisce solo alla luce del mistero di Dio. Un Dio che soffre nella persona del Cristo storico e del Cristo che è ciascuno di noi. Un Dio che non dà una spiegazione del male del mondo, ma viene a prenderlo su di sé. Un Dio, prima vittima del male del mondo (cfr. David Maria Turoldo: “Anche Dio è infelice”). Un Dio che fa festa in cielo quando noi ci assumiamo le nostre responsabilità e gli prestiamo le nostre mani per costruire un mondo nuovo. Gli prestiamo il nostro cuore per dare amore ai fratelli. Gli prestiamo i nostri piedi per portare il suo messaggio fino agli estremi confini della terra.

Valentino

Commenti

  1. Fabrizio
    mar 15, 10:41 #

    Superficialità, indifferenza e una idea del conoscere che esclude Dio, stanno soffocando il nostro tempo: molti giovani non cercano Dio perchè una cultura superciale li ha educati a relegarlo nelle categorie del mito. Pascal ci propone una idea della conoscenza che sarebbe di grande utilità per i giovani: “Le cose degli uomini vanno prima capite per poter essere amate, mentre le cose di Dio vanno prima amate per poter essere capite”. Fare una esperienza di Dio, immergersi in lui amandolo con un totale anticipo di fiducia, questa è l’unica via d’uscita, e lui l’Infinito ti ripagherà con un interesse del cento per cento. Non possiamo conoscere Dio con le stesse categorie che usiamo per conoscere il mondo! L’approccio è completamente diverso. E questo che forse dovremmo dire ai giovani.

  2. nuccia
    mar 17, 14:40 #

    SPERO CHE IL NUOVO PAPA METTA A POSTO TUTTE LE COSE CHE NON VANNO BENE NEL CUORE DELLA CHIESA

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