Conosce chi ancora si stupisce

«Durante una conferenza hai detto che per rispondere alla domanda di Cristo: “Ma voi, chi dite che io sia?”, si deve premettere la domanda: “Io, chi sono?”. Dalla conoscenza di Gesù sei poi passato ad un discorso di fede basato sulla conoscenza di Dio. A livello personale, quale è la base più sicura per approdare a queste conoscenze?».

Era il gennaio del 1973. Mosca era avvolta in un affascinate manto di neve. La “Piazza Rossa” rimandava al suo originario nome: “Piazza Bella” (rosso e bello, nella lingua russa, sono sinonimi) e la Cattedrale di San Basilio appariva nella sua inaudita bellezza: la neve faceva risaltare in modo impressionante le sue forme, simili a “fiamme di un falò che sale verso il cielo”.
Dal Cremlino uscivano i parlamentari: visi seri di uomini anziani, tutti vestiti di nero, con una serie di medaglie al petto. Salutavano il mausoleo di Vladimir Il’ič Ul’janov (Lenin), davanti al quale c’era una fila (lunga oltre due chilometri) di Russi, sui volti dei quali era palpabile la tristezza della mancanza di fede.
 
Anch’io ero vestito di nero e portavo sul cappotto una piccola croce. Mi accostò un giovane universitario. Mi disse che era pericoloso girare con simboli religiosi. Mi chiese se fossi un pope. E quando mi rivelai come prete cattolico, m’invitò a una riunione – che avrebbe dovuto essere segreta – con alcuni colleghi, desiderosi di capire perché in Occidente ci fossero tante persone che credevano in Dio.
 
Nello scantinato c’erano solo alcune panchine, un lungo tavolo, e una grande bottiglia di vodka. Ogni volta che nasceva una bella idea, bisognava tracannare un bicchierino, dopo averlo alzato al cielo. Un cielo vuoto, per i miei coetanei (avevo ventisette anni) non introdotti a una fede. Si parlò tutta la notte della ricerca di Dio, dell’esperienza di fede e del rapporto fede – ragione. All’alba un giovane riassunse il sentire comune: «Valentino, sei sulla stessa lunghezza d’onda di Fëdor Dostoevskij, là dove dice che la bellezza salva il mondo. Tu parli bene. Ma basta una lacrima di un bambino innocente per dimostrare che il tuo Dio non esiste».
 
 Sono tornato altre volte a Mosca. Sempre ho trovato giovani interlocutori assetati di Dio. E con dolore mi sono reso anche conto che chi strappa Dio dal cuore dell’uomo, assieme a Dio gli strappa il cuore.
 
Non sono più ritornato nell’Unione Sovietica dopo la caduta del muro di Berlino. Leggo che, da quel momento, si è andata sempre più affievolendo tra i Russi la ricerca di Dio. Qualcuno afferma che abbia fatto più male il capitalismo del comunismo. Altri mettono in evidenza il comune male che affligge quella terra come l’Occidente: «Il problema della Russia oggi, come dell’Occidente, più che il consumismo è il relativismo. Il quale a sua volta è l’ultima deriva del razionalismo di cui anche Marx è espressione. La falsità fondamentale del marxismo era nel dire che la coscienza dell’uomo è determinata dalle forze produttive e dai rapporti di produzione: l’uomo dunque non era più libero, la sua natura era stata alterata.

Anche il relativismo oggi nega questa natura, nega il cuore dell’uomo come innato, quando afferma che non esiste una verità assoluta. Quando dice, come si usa tra i fautori del pensiero debole, che fra menzogna e verità non c’è differenza. Se fosse vero, non avrebbe senso l’azione stessa dell’uomo. È questo, a mio parere, che sta disfacendo l’Occidente» (Romano Scalfi).
 
Se, oggi, comune problema è il relativismo, una possibile soluzione potrebbe trovarsi nello sforzo di studiare come avvengono le grandi conversioni: qui s’impone la riflessione sull’esperienza di fede, da San Paolo a Sant’Agostino, a Pascal, a Paul Claudel («Tutta la terra se ha un cuore lo faccia pulsare sul cuore di Dio»)…
Altro impegno: valorizzare le ragioni della ragione e quelle del cuore. Arrivare all’armonia tra mente, cuore e mani. Acquisire la capacità di vedere con l’intelligenza, sentire con tutta l’affettività di cui disponiamo, fare con sapienza il bene: per noi, per quanti ci stanno accanto e per quei lontani che sono parte di noi come umanità e sono fratelli per chi crede in Cristo.

È questione di inserire la ragione umana nell’integrità della persona che conosce solo ciò che ama, come magistralmente insegnava Teilhard de Chardin, come sostenevano i Padri della Chiesa («Noi conosciamo – dicevano i Padri del IV secolo – solo ciò che in noi diventa vita») e come affermano tuttora gli Ebrei, allorché, appena svegliati, ripetono la loro professione di fede: «Ascolta, Israele …», ove per “ascolta” usano “shemà”, che implica un ascolto con il cuore, con una intelligenza allargata ai sentimenti e rafforzata dal senso della meraviglia, dello stupore.
Come è possibile non citare a questo punto Chesterton, che fa della meraviglia la base della conoscenza e dell’esperienza di fede? Forte era la sua convinzione: «Il mondo non terminerà per mancanza di cose meravigliose, ma per la mancanza del senso della meraviglia».
Meraviglia e stupore che devono diventare il pane quotidiano per i credenti, chiamati non più a fare lunghi discorsi moralistici, ma ad ascoltare, ad affascinare i propri uditori con la bellezza del loro sorriso, con la bontà delle loro proposte, con la forza che emana dal loro corpo. Proprio come capitava a Gesù, dal cui corpo usciva una forza che faceva stare bene la gente e creava il miracolo.

L’essere umano ha bisogno d’infinito e di amore, realtà che si conoscono solo amando e alle quali si arriva per seduzione, sia nei rari momenti di estasi, sia quando “si discende agli inferi”, cioè quando si beve il calice del dolore fino alla feccia. La sofferenza – se da essa non ci lasciamo sopraffare – ci permette di addentrarci in quell’Amore che salva. Inoltre, ci consente di sfrondare quei rami appesantiti che c’impediscono di crescere, di portare frutti copiosi, di giungere nel cuore dell’Amore. È stato così, tra gli altri, per Giobbe e Geremia.
Il primo è riuscito a convertire la discarica sulla quale giaceva nel luogo della “teofania”, della manifestazione di Dio: «Prima del dolore io ti conoscevo per sentito dire. Ora i miei occhi ti vedono».

Il secondo – relegato nella cisterna, in ammollo in acque putride – dopo aver fatto “il braccio di ferro” con Dio, l’ha conosciuto (e “conoscere”, in ebraico, significa “amare”) e ha fatto la sua professione di fede: «Tu mi hai sedotto, Dio, e io mi sono lasciato sedurre. Hai fatto violenza. Hai prevalso».

Valentino

Commenti

  1. NUCCIA
    mar 17, 14:45 #

    PERCHENON PARLI DEL NUOVO PAPA?

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