Nulla ci è tolto, tutto ci è donato

«Ciao Valentino, la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI, arrivata come un fulmine a ciel sereno, ha visto noi cristiani rimanere stupiti per non dire delusi. Come reagire a questo evento? Quale significato può avere questo gesto? Cosa dobbiamo cambiare per far sì che quello che il nostro pontefice ha fatto non passi alla storia come atto di debolezza ma come vero gesto di benevolenza per la Chiesa e per il popolo di Dio?».
 
Nell’ultimo twitter di Benedetto XVI, il giorno prima di annunziare le sue dimissioni, il Papa così scriveva: «Dobbiamo avere fiducia nella potenza della misericordia di Dio. Noi siamo tutti peccatori, ma la Sua grazia ci trasforma e ci rende nuovi».
Compiendo 80 anni, Benedetto XVI ha manifestato la sua fiducia e la sua gioia perché la nostra vita «è nelle buone mani del Signore». Aveva detto ai cardinali: «Il nostro tempo, ogni giorno, le vicende della nostra vita, le nostre sorti, il nostro agire è nelle buone mani del Signore. È questa la grande fiducia con la quale andiamo avanti (…) Il vero dono di questo giorno per me è la preghiera che mi dà la certezza che sono accettato dall’interno e, soprattutto, aiutato e sostenuto nel mio ministero petrino, un ministero che non posso assolvere da solo, ma soltanto in comunione con tutti quelli che mi aiutano, anche pregando, perché il Signore sia con noi tutti e sia con me».
Cinque anni dopo aver pronunciato queste parole, il Papa compie un gesto profetico: con grande umiltà ammette che la Chiesa ha bisogno di forze nuove e di un papa che prenda decisioni che egli ha intravisto, ma che non riesce ad attuare. Un papa che lavori in collegialità con tutti i vescovi di tutta la Chiesa e sia aiutato da laici che, coscienti del comune peccato, si convertano e non demandino ai loro preti quello che essi possono e devono fare.
Mi si chiede un parere sulla Chiesa. Non posso fare altro che rimandare a quanto trovate sul mio sito, proprio a cominciare dall’ultimo articolo: “Si converte solo chi si ama”. Poi altri: – “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre”. – “… Ma questa sera manca la luna”. – “È mia madre… anzi, sono io”.
In sintesi dico che la Chiesa è mia madre, e la amo anche se non è come Cristo l’avrebbe voluta, cioè “senza macchia e senza ruga”. La amo perché mi dà Cristo. Se un amico mi offrisse un tesoro, lo accetterei anche se avesse le mani sporche.
Ed è di grande esempio il fatto che Benedetto XVI si voglia ritirare a pregare, nel convento di clausura situato all’interno delle mura vaticane: ci insegna che il mondo si converte e si salva in ginocchio.
È stato detto che questa generazione o diventerà mistica o scomparirà. Siccome non è destinata a scomparire, non ha alternative: diventerà mistica, come già lo stanno dimostrando le chiese e i seminari africani che straripano di giovani e le chiese del Nord America che tornano ad animarsi di tanti volti: quelli della nuova generazione, delusa dalle vuote promesse della società e assetata dei valori che la Chiesa propone.
Oltre a trasmetterci il messaggio – con il suo esempio – che è estremamente importante pregare, cercare Dio e lasciarsi da Lui cercare nel silenzio e nella meditazione, il Papa, con il suo gesto di alto magistero – il più eloquente di tutto il suo pontificato – si erge a maestro di coraggio, di libertà e di umiltà.
Coraggio nell’andare controcorrente, compiendo un atto che i “grandi” della terra non vogliono effettuare: dopo tanti fallimenti e tante dimostrazioni di non essere all’altezza della situazione, quanti sono coloro che rinunciano volontariamente al potere?
Benedetto XVI sarebbe ancora in grado di portare avanti il suo pontificato, ma egli stesso ha affermato che teme di non essere capace di svolgere BENE il suo ministero. È quel “bene” che fa tutta la differenza.
Scelta coraggiosa, fatta con una coscienza limpida, per il bene della Chiesa: un papa più giovane e più energico potrà lasciarsi guidare dallo Spirito Santo nel riformare la Chiesa, per far sentire ancora a molti la gioia di credere, la forza di sperare, il fascino d’amare come Cristo ci ha insegnato.
Coraggio nel prestare il fianco a tante interpretazioni di persone che non sono addentro ai problemi della fede e giudicano tutto con categorie a dir poco umilianti, basate unicamente su criteri umani e non aperte al mistero.
Coraggio nell’affrontare la delusione di chi gli va ripetendo che Giovanni Paolo II non ha dato le dimissioni, adducendo il fatto che «Cristo non è sceso dalla croce». Quante volte saranno ritornate in mente queste parole a Benedetto XVI! E ciò nonostante ha fatto il passo, non per abbandonarci, ma per starci vicino in un nuovo modo, con un esempio da seguire, con una testimonianza grande come quella del suo predecessore, con la convinzione di compiere un gesto d’amore. Come se dicesse: «Siccome vi amo, vi libero da una presenza che potrebbe essere ingombrante o non sufficientemente significativa per voi».
E come non pensare a Gesù nell’ultima cena? Prega perché nulla vada perduto, perché nessuno si perda, perché la sua dipartita serva agli apostoli più della sua presenza: «Vado a prepararvi un posto in cielo».
Non ci toglie nulla, andandosene; ci dona anzi il meglio di sé: la sua fede e il suo amore.
E come non rimanere affascinati dall’esempio grande di umiltà? Il Papa si giudica non più efficiente quanto al «vigore sia del corpo, sia dell’animo», non più adeguato al compito a cui era stato chiamato. Stupenda accettazione del senso del limite che, giustamente, esalta la potenziale grandezza dell’essere umano. Così grande da non lasciarsi schiacciare da nulla e da nessuno.
Sull’umiltà, antidoto totale all’orgoglio diabolico, Benedetto XVI aveva pronunciato un memorabile discorso nella Santa Casa di Loreto, nel 2007, rivolgendosi così ai giovani:
«Ma che cosa rende davvero “giovani” in senso evangelico? Questo nostro incontro, che si svolge all’ombra di un Santuario mariano, ci invita a guardare alla Madonna. Ci chiediamo dunque: come ha vissuto Maria la sua giovinezza? Perché in Lei è diventato possibile l’impossibile? Ce lo svela Lei stessa nel cantico del Magnificat: Dio “ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,48a). 

L’umiltà di Maria è ciò che Dio apprezza più di ogni altra cosa in Lei. (…)
“Quanto più sei grande, tanto più umìliati, così troverai grazia davanti al Signore; perché dagli umili Egli è glorificato”, ci dice il brano del Siracide (3, 18); e Gesù nel Vangelo, dopo la parabola degli invitati a nozze, conclude: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11). 
Questa prospettiva indicata dalle Scritture appare oggi quanto mai provocatoria per la cultura e la sensibilità dell’uomo contemporaneo. L’umile è percepito come un rinunciatario, uno sconfitto, uno che non ha nulla da dire al mondo. Invece questa è la via maestra, e non solo perché l’umiltà è una grande virtù umana, ma perché, in primo luogo, rappresenta il modo di agire di Dio stesso. È la via scelta da Cristo, il Mediatore della Nuova Alleanza, il quale, “apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fl 2,8).

Cari giovani, (…) non seguite la via dell’orgoglio, bensì quella dell’umiltà. Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere. (…)

Quella dell’umiltà, cari amici, non è dunque la via della rinuncia ma del coraggio. Non è l’esito di una sconfitta ma il risultato di una vittoria dell’amore sull’egoismo e della grazia sul peccato. Seguendo Cristo e imitando Maria, dobbiamo avere il coraggio dell’umiltà; dobbiamo affidarci umilmente al Signore perché solo così potremo diventare strumenti docili nelle sue mani, e gli permetteremo di fare in noi grandi cose».

Valentino

Commenti

  1. Concetta
    feb 22, 23:08 #

    Carissimo Valentino,
    Io non penso che Gesù abbia voluto una Chiesa “senza macchia e senza ruga”…
    Non l’avrebbe costruita su “Pietro”, su quel pover uomo di Simone che sì aveva fatto un atto di grande fede quando rispondendo alla Sua domanda “Voi chi dite che io sia?” disse: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, ma che dopo aver giurato che non L’avrebbe mai tradito anche a costo della vita, in realtà lo rinnegò per ben tre volte, cioè totalmente! Cristo era ben consapevole della fragilità di Pietro… Anzi! Ha fatto della sua fragilità, del suo essere “uomo” la sua forza, la “pietra”, un basamento capace di arrivare fino ai nostri giorni, dopo più di 2000 anni di storia.
    “Stupenda accettazione del senso del limite che, giustamente, esalta la potenziale grandezza dell’essere umano”: una presa di coscienza che accomuna ancora una volta Pietro e il suo successore Benedetto XVI (penso per esempio a Pietro durante la lavanda dei piedi, nella quale quasi si sente quasi a disagio perché il Signore serve lui, un povero uomo fragile… e penso a quell’”umile lavoratore nella vigna del Signore” che dopo aver svolto il suo ministero fino a oggi, si è dimostrato umile fino in fondo, mettendosi davanti al Signore con tutte le sue fragilità, fisiche e non, con i suoi dubbi, le sue sofferenze… e dopo aver a lungo dialogato con Dio ed essersi totalmente affidato a Lui ha ritenuto che questa fosse la scelta migliore).
    Non nascondo che in un primo momento mi sono sentita quasi “orfana”, sola e terribilmente spaventata di cosa ne sarebbe stato di tutti noi… Ma la paura deve lasciare necessariamente il passo alla Speranza, speranza che il coraggioso gesto di Papa (Papà) Benedetto XVI non sia vano, speranza di un rinnovamento serio e vero a partire proprio dalle “alte cariche”, speranza di una boccata d’aria pura che possa rinnovare in meglio la Chiesa e ciascuno di noi in quanto suo membro, speranza che si tramuta in certezza perché Dio non abbandona la Sua Famiglia e “le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.”

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