Come se fossi un compagno di viaggio

«Ricorre nei tuoi scritti l’idea che “vivere è cambiare: si arriva alla perfezione cambiando continuamente”. Mi piace l’intuizione, ma la realtà mi lega ad una quotidianità ripetitiva che, benché non sia brutta, mi impedisce di vivere anche solo in parte come fai tu. Mi hanno detto che sei continuamente in terre di missione, in Africa e in Asia. Rendimi partecipe delle tue esperienze, in modo che, indirettamente, assieme a te, impari qualche cosa di nuovo, come se fossi tuo compagno di viaggio».

Secondo l’antropologia culturale, una persona può cambiare radicalmente la sua vita una sola volta in un ambiente diverso da quello dove è nata; diversamente, rischia lo squilibrio. Essendo io chiamato a spostarmi in diversi Paesi più volte in un anno, ho deciso di “abitare” in quelle persone che si riconoscono nei miei ideali, mi aiutano a pregare e mantengono grato il ricordo dei momenti significativi della nostra vita.

La scorsa estate ho vissuto la mia prima esperienza in Bangladesh (se Dio vuole, vi tornerò per un altro corso l’anno prossimo). Ho già scritto qualche cosa su questo Paese, ma può essere opportuno continuare a riflettere su situazioni che sono caratteristiche di tante altre parti dell’Asia e che presentano non poche analogie con quanto si vive in Africa. Dall’esperienza bengalese ho imparato innanzitutto che la pace nasce da un sorriso.

…Bangladesh, estate 2012. Stanco di stare seduto, decido di fare due passi, pregando e meditando. Incontro una suora italiana di circa ottant’anni, che gira regalando sorrisi a tutti. La zona è molto povera e quasi tutti qui sono musulmani. Non esito a provocarla: «Fa un caldo boia, i vestiti si appiccicano alla pelle, il paese non ha attrattive: è piatto, povero e monotono. E ci sono le zanzare. Ma tu come fai a sorridere?». Lapidaria la risposta: «La gente è bella e il Signore la ama».

E m’invita nel suo convento, dove ha aperto una scuola per oltre ottocento bambini, che pagano una retta mensile di “ben” trenta centesimi di euro. È la sola italiana della sua comunità: vive con altre tre suore bengalesi e quattro postulanti, una più bella dell’altra. Celebro l’eucaristia e mi supplica di ritornare il giorno dopo per un’altra messa e per la cena, durante la quale mi propone di scrivere un libretto sulla sua fondatrice, la beata Elisabetta Renzi.

Chiedo alle giovani suore che cosa le abbia spinte ad abbracciare una vita che, in un ambiente musulmano, non solo non è capita, ma è giudicata assurda. E comuni sono le risposte, così riassumibili: vivere la gioia adesso, ben sapendo, però, che l’alleluia abita oltre il Calvario. Qui sulla terra c’è il dolore che, condiviso, lenisce la sofferenza. Guardando alla croce si capisce la misura con la quale Dio ci ama, per cui non si può che essere felici. Ed è la felicità, nata dalla fede, che aiuta a sorridere a tutti, anche ai musulmani duri, impenetrabili, con la barba tinta di rosso.

Un altro grande insegnamento: l’arte di pregare in silenzio, meditando la Parola e contemplando i volti e la natura. In Bangladesh i cattolici sono circa trecentomila, una decina i vescovi, circa duecento i preti (e altrettanti i religiosi) e una cinquantina i missionari anziani che restano nel paese, firmando un documento in cui promettono di non convertire nessun musulmano, induista o buddista: possono accostare solo quei tribali che non professano alcuna religione. I cattolici, proprio perché sono un’esigua minoranza (0,2% della popolazione), frequentano regolarmente la messa domenicale (85%), sono ligi ai precetti della religione e vivono pregando. Al mattino devono mantenere un sostanziale silenzio. Pregano prima dei pasti (riso e sempre riso). Prima della cena recitano il rosario. Un giovane mi ha detto: «No prayer, no food (se non si prega, non si mangia)», eco di quanto i nostri anziani cercavano di insegnare ai figli e ai nipoti: «Questo non è un albergo e se non si vuole pregare… quella è la porta».

Oltre ai vescovi, ho incontrato i leader delle religioni principali del Bangladesh. Freddi i musulmani, rispettosi e cordiali i buddisti, riverente il “vescovo” degli induisti. Da quest’ultimo, quando ho chiesto scusa per il vestito che indossavo (nell’anticamera mi ero tolto il clergyman imbevuto di sudore), mi sono sentito rispondere: «Vestito o nudo, in Lei vedo Dio».

Emozionante celebrare le eucaristie nella capitale. Vi partecipano persone provenienti dai più importati Paesi del mondo: un amalgama di culture legate dalla spiritualità del mondo orientale in cui Dio non si dimostra, ma si respira.

Un’altra caratteristica: l’ospitalità è sacra. Il vescovo – designato a seguire il corso che qui ho tenuto – mi è sempre stato accanto, accompagnandomi ovunque volessi andare. Quando in Italia abbiamo un ospite, soprattutto al Nord, diciamo: «Questo è il frigorifero: sentiti a casa tua» e scompariamo. Qui la disponibilità è totale. Quasi eccessiva.

Certamente, anche questa gente porta in sé il peccato originale, ma cerca di nasconderlo bene… Questo è forse un limite: l’estrema riservatezza, il pudore e il rispetto, come li obbliga a coprire sempre tutto il corpo, così impedisce loro di svelare i sentimenti e di rendere noti i loro problemi. Questo vale anche per la confessione, durante la quale dietro un pudico: «Non sono stato sempre ligio al mio dovere», il prete può immaginare tutto e al di là di tutto, senza mai sapere in che cosa consista il loro peccato. Ben lo sa quel Dio che, quando il nostro cuore ci accusa di peccato, mostra di essere più grande del nostro cuore. Lui, che tutti ascolta e… tutti perdona.

Questo il sentimento che nutrivo ogni volta che salivo l’altare. I fedeli cantavano: «Il Signore è il mio pastore». Dall’alto degli innumerevoli minareti, le voci si rincorrevano e si fondevano nel grido: «Allah-u-igbar». Più discreti, i buddisti andavano mormorando il loro mantra, mentre gli induisti accendevano lumi agli alberi, portatori della vita.

E Dio tutti ascolta. Tutti perdona. Tutti ama. Sia chi è fedele ai quotidiani impegni nell’ambiente in cui è chiamato a vivere, sia chi va di gente in gente per cogliere semi di verità e scintille di saggezza, da comunicare a chi desidererebbe essere mio compagno di viaggio.

Valentino