Sii tu ad aiutare il Signore

«“Chiedete ed otterrete”, dice il Signore. E tu vai ripetendo che “Dio ascolta le nostre preghiere quando lo Spirito Santo muove le nostre labbra per lodare il Padre”. “Lodarlo – aggiungi –, perché Lui sa già ciò di cui abbiamo bisogno ed è più desideroso di aiutarci di quanto noi lo siamo di pregarlo”. Questo non è ciò che io sperimento. Sento Dio lontano. Gli chiedo spesso se è diventato sordo. Lo supplico più che altro di aiutare i miei cari. Ma l’aiuto non mi viene da nessuna parte. Dove è questo Dio?».

Un canto brasiliano abbozza una prima risposta a colui che si aspetta da Dio quello che l’uomo dovrebbe fare:

«Dio solo può dare la fede,

tu, però, puoi dare la tua testimonianza.

Dio solo può dare la speranza,

tu, però, puoi infondere fiducia nei tuoi fratelli.

Dio solo può dare l’amore,

tu, però, puoi insegnare all’altro ad amare.

Dio solo può dare la pace,

tu, però, puoi seminare l’unione.

Dio solo può dare la forza,

tu, però, puoi dare sostegno a uno scoraggiato.

Dio solo è la via,

tu, però, puoi indicarla agli altri.

Dio solo è la luce,

tu, però, puoi farla brillare agli occhi di tutti.

Dio solo è la vita,

tu, però, puoi far rinascere negli altri

il desiderio di vivere.

Dio solo può fare ciò che appare impossibile,

tu, però, potrai fare il possibile.

Dio solo basta a se stesso,

egli, però, preferisce contare su di te».
 

Questo canto riassume le idee espresse in un’antica preghiera nella quale si sottolinea che Dio ha solo le nostre mani per continuare a costruire il mondo, ha solo i nostri piedi per portare il Vangelo in tutti gli angoli della terra, ha solo il nostro cuore per amare tutta l’umanità.

Anche nei tempi moderni troviamo espressioni simili: «Dio tacerà sempre se non gli presti la tua bocca. Dio non agirà mai se non gli presti le tue mani». «Dio ha bisogno di noi! Per poter esprimersi, per poter dare segni della sua presenza, per agire, Dio ha bisogno di noi».

A chi soffre perché non sperimenta un aiuto da parte di Dio, si può additare una stupenda intuizione di una martire ammazzata ad Auschwitz: «Se Dio non mi aiuta più, sarò io ad aiutare Dio». È di una scrittrice olandese, nata nel 1914 e morta nel 1943: Etty (Esther) Hillesum, appartenente alla borghesia intellettuale ebraica.

Il padre era un professore, poi preside di liceo. La madre era di origine russa, scappata dai pogrom (“devastazione”: si riferisce alle sommosse popolari antisemite – e ai conseguenti massacri e saccheggi – avvenute in Russia al tempo degli Zar). Era una donna passionale, diversa dal marito quasi in tutto: situazione che diede origine a un matrimonio irto di difficoltà.

Nel 1932, Etty intraprese gli studi di diritto e di psicologia. Alcuni anni dopo, nel 1940, i nazisti occuparono i Paesi Bassi e iniziarono la feroce persecuzione dei 140 000 Ebrei presenti in quella zona.

Etty aveva un carattere passionale. Facilmente si innamorava di una persona, finché diventò l’amante di un uomo che aveva il doppio dei suoi anni (lei ne aveva 27, lui 54): Julius Spier, lo psicoterapeuta fondatore della chirologia, che è la scienza che studia la psicologia di una persona partendo dall’analisi delle mani. L’inizio della convivenza fu burrascoso. Poi ci fu un consolidamento del rapporto caratterizzato da una serie di paradossi: tanto amore passionale, assieme ad una altrettanto passionale e intensa vita spirituale e di fede. Etty sente di essere un frammento del divino: «Quel pezzetto di eternità che ci portiamo dentro…». Crede in Dio e negli uomini. Crede in un Dio che abbraccia tutta l’umanità e nel quale ci sentiamo tranquilli, sicuri: «…non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia».

Grazie alla fede si sforzò di vincere – o per lo meno di controllare un po’ alla volta – tutti gli innamoramenti che viveva con un temperamento possessivo.
E fu ancora la fede a permetterle di affrontare il tragico momento della guerra senza esserne sopraffatta e dominata; anzi, fu lei stessa a dominare la situazione con una libera scelta: avrebbe potuto mettersi in salvo, aiutata da tanti amici e ammiratori, ma preferì condividere volontariamente la sorte degli altri Ebrei, condannati allo sterminio nel campo di concentramento.

Nel 1942, gli Ebrei furono costretti a portare la stella di David; vennero privati del lavoro e della possibilità di accedere ai luoghi pubblici; vennero deportati in massa.
Proprio nel tempo in cui un’altra ragazza – Anna Frank –, nella stessa zona, scriveva il suo stupendo diario, anche Etty cominciava a comporre il suo. In esso è bene messa in evidenza la convinzione dell’Autrice: l’unico modo di rendere giustizia alla vita è quello di non abbandonare degli esseri in pericolo, e di usare la propria forza per portare la luce nella vita altrui.

Siccome la comunità ebraica viveva nel terrore, Etty, cosciente degli immensi doni ricevuti da Dio, si prodigò per essere un dono per tutti: «Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami dispensare anche agli altri, a piene mani».

Invitava tutti a diventare balsamo per le tante ferite dell’umanità. E poiché il male alberga in ognuno di noi, Etty invitava ciascuno a convertire se stesso, a liberarsi dall’odio, a cercare dentro di sé i mezzi necessari per portare la pace nel mondo. Tutto ciò è la premessa per rendere possibile l’intervento di Dio nel cammino di redenzione di questa umanità. Redenzione che avverrà se noi faremo la nostra parte.
Ed ecco il cuore del Diario di Etty, che così si rivolge a Dio: «…cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».

Come? Portandolo agli altri. Con Lui, il campo di concentramento non è più una prigione, poiché il detenuto diventa libero dentro. La prigione, anzi, si converte in un campo di vittoria. Ovunque noi siamo, anche nella cella più buia, dobbiamo credere che sopra di noi c’è il cielo. E nel cielo e dentro ciascuno di noi c’è Dio, che ci dà la forza di diventare grandi, facendo il bene anche a chi ci fa del male: «A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire, ma non dobbiamo soccombere».

Etty, derubata di tutto, ma non del sogno di un futuro migliore, passò gli ultimi tempi della sua vita aiutando gli altri a scoprire che anche il campo di concentramento non era un luogo di totale sconfitta: nel dolore si può raggiungere una vera grandezza morale.

Certo, pure lei visse dei momenti molto brutti. Cercava di superarli lavorando per gli altri. Lo confessò candidamente in una pagina del diario, là dove descrisse il modo in cui reagì alla disperazione creata da un’orribile situazione. Sia pure inondata di lacrime si disse: «Ora preparo la tavola».

Questo fu il suo modo di essere balsamo per i connazionali – condannati, come lei, a morte – e di concretizzare l’intuizione: «Se Dio non mi aiuta più, sarò io ad aiutare Dio».

Valentino

Commenti

  1. Rita
    gen 29, 22:51 #

    bellissima questa pagina,don Valentino,è la risposta alla nostra domanda sul dolore innocente.dobbiamo allora pensare che Dio non può aiutarci e che tutto è affidato da Lui a noi?…che dire infatti di quanti muoiono per terremoti,catastrofi naturali,epidemie? ma non è una contraddizione con le parole di Gesù che dice “anche i capelli del vostro capo sono contati”?mi pongo sempre queste domande e cerco una risposta.Grazie.

  2. samantha
    feb 15, 17:34 #

    Di questo bellissimo canto brasiliano non mi convince l’ultimo verso,poiché dubito che “Dio solo basta a se stesso”. Se così fosse, non avrebbe alcun senso il dialogo che ha instaurato con l’uomo,né Abramo avrebbe potuto far cambiare idea a Dio sullo sterminio di un popolo;e avrebbe ancor meno senso il sacrificio di Gesù Cristo per noi, credo.Tuttavia, vivo la fatica di capire perché ci sono anch’io in questa umanità, nonostante l’immenso amore con cui Dio mi ha circondata da sempre, e anche nelle esperienze più angoscianti.Io ho avuto la grazia di sperimentare spesso che Dio esaudisce i miei bisogni ancor prima che gliene parli, e ciò mi stupisce sempre,ma non riesco lo stesso a darne testimonianza (forse anche perché i fatti incredibili passano spesso per coincidenze fortuite…).L’invito di Etty ci aiuta a cambiare prospettiva “se Dio non mi aiuta più,sarò io ad aiutare Dio” e mi riporta alla grande consapevolezza di Madre Teresa quando scriveva “sono una matita nelle mani di Dio”.Chissà, forse Dio vuole che cambiamo prospettiva ogni tanto,poiché diamo per scontato che Lui non sia mai stanco,no?
    Samantha

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