Si svela Dio velandosi nel vuoto

«Ma che cosa ha di bello il deserto? Perché ne parli con tanta passione? Non ti sembra di contraddirti un po’ allorché lo descrivi come luogo favorevole all’incontro con Dio, dopo aver propagandato l’idea che la bellezza salva il mondo e aver invitato i tuoi lettori a cercare il Signore nei momenti di gioia e di comunicatività umana, realtà negate a chi sta nel deserto?».

È innegabile che il deserto sia fantastico. Purtroppo ora non lo si può più attraversare da soli: per inoltrarsi in mezzo alle dune occorre formare una carovana di almeno tre macchine, scortate dalla polizia. Tre vetture e agenti pubblici… non è più deserto.
Questo luogo stupendo – per chi lo sa vivere – è cantato con passione dal “Piccolo Principe”: «Ho sempre amato il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio…» . È magistralmente descritto da Alberto Moravia: «Sulle sabbie del deserto come sulle acque degli oceani non è possibile soggiornare, mettere radici, abitare, vivere stabilmente. Nel deserto come nell’oceano bisogna continuamente muoversi, e così lasciare che il vento, il vero padrone di queste immensità, cancelli ogni traccia del nostro passaggio, renda di nuovo le distese d’acqua o di sabbia, vergini e inviolate».
Del deserto affascinano il silenzio, il nulla e il vuoto, mezzi privilegiati per il manifestarsi di quel Dio che si rivela nascondendosi. Un Dio che, per rivelarsi, non si serve dell’esteriorità, ma dell’intimità; non di molte parole, ma del silenzio; non di molte cose ingombranti, ma dell’essenzialità del vuoto.
Il vuoto. Una tomba vuota. È lì che comincia l’annuncio sconcertante del mistero che caratterizza il cristianesimo: la Resurrezione. Il vuoto è l’habitat di Dio. Questa la sua scelta: andare al di là delle nostre aspettative. Incontrarlo dove meno ce l’aspetteremmo: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» . E dove vive? Dove lo si incontra? Ci risponde ancora il Vangelo: «Le donne, lasciato in fretta il sepolcro», incontrarono il Risorto lungo la via, “non cercando tra i morti Colui che è vivo” e scoprendolo sul volto dei fratelli.
Il vuoto è la firma del Risorto. Egli non si lascia subito scoprire da Maria di Magdala, che lo riconoscerà solo al suono della sua voce: «Maria!»; non è subito individuato dai due discepoli di Emmaus, che lo riconosceranno allo spezzare del pane; non è percepito immediatamente dagli Undici, che aprirono gli occhi solo quando “il discepolo amato da Gesù” intuì che quello sconosciuto era il Maestro. Egli infatti prende il volto di un guardiano del giardino, di un viandante, di un pescatore. Il volto mio e del prossimo.
Sconcertante è questo agire di Cristo, simile in tutto a quello operato da suo Padre nell’Antico Testamento. Abramo è chiamato nel deserto e messo alla scuola delle silenziose stelle, per ottant’anni: «Guarda in cielo e conta le stelle, se le puoi contare (…) Tale sarà la tua discendenza». Ma quanto lunga e dolorosa sarà l’attesa!
Mosè vive per quarant’anni nel deserto per discernere la sua vocazione, poi ne trascorre altri quaranta per liberare il suo popolo e purificarlo in quell’arida solitudine.
Elia, stanco di essere profeta, nutrito da un angelo nel deserto, riceve la forza di camminare fino all’Oreb, il monte santo, dove incontra Dio quale vento sottile, sottile: “sconcertante silenzio”.
Il vuoto è custodito dal tempio di Gerusalemme, quale possibilità data all’Altissimo di accogliere i figli del silenzio, disposti all’ascolto, mentre invocano spazi in cui poter effondere i propri sentimenti di gioia e di dolore al più eloquente dei silenzi: Dio.
E dal tempio – che custodisce il “sancta sanctorum”, luogo in cui non c’è assolutamente nulla di materiale, ma la sola Presenza – la nostra Chiesa impara ad essere custode del silenzio, guardiano dell’anima.
L’Eterno, l’Assoluto, l’Ineffabile non si lascia rinchiudere nei nostri schemi e nei nostri concetti. E se pure di Lui si può parlare, non lo si può incasellare nella logica dei “concetti” intellettuali, ma nell’esperienza del “concetto” inteso nel senso di “concepire”: realtà viscerale, esperienziale, frutto non di una logica deduzione filosofica, ma di una seduzione che rende fertile la mente, il cuore e la vita.
Il nostro Dio si rivela nascondendosi in ciascuno di noi. Lo dicono chiaramente gli angeli nel giorno dell’Ascensione di Gesù al cielo: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?». Sono importanti la contemplazione, la preghiera e la ricerca di Dio: sono la forza indispensabile per nutrire quella fede senza la quale nulla ha senso. Ma appunto perché abbiamo guardato il cielo, ci è data la possibilità di capire fino in fondo il mistero dell’Incarnazione: Dio prende la forma umana, perché l’uomo prenda la forma divina. E dall’Incarnazione, facilmente possiamo passare al mistero della glorificazione della natura umana, già innalzata nella gloria grazie ai corpi di Cristo e di Maria, eternamente vivi in Paradiso.
Lì non ci confronteremo più con il vuoto, ma con la pienezza di vita: Dio non più sarà nascosto, ma brillerà in tutta la sua magnificenza. Brillerà in noi, che passeremo di splendore in splendore, competendo in bellezza con le stelle – come ci assicura San Paolo – e saremo eternamente beati, perché sperimenteremo «quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e quale è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, credenti».

Valentino

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