«Noi abbiamo creduto nell'amore»

«Quando sento una persona parlare di fede, sono tentato istintivamente di giudicarla dogmatica, specialmente se ritiene di essere privilegiata proprio perché crede. Vedo comunque una certa utilità puramente umana nel credere in Dio: per lo meno semplifica tanti problemi. E’ conveniente credere nella Chiesa, se per essa s’intende il popolo di Dio che si sforza di perdonare e amare tutti. Giova credere nella vita eterna: attutisce un po’ lo strazio della morte. Ma ciò che proprio non riesco a capire è come mai la Bibbia dica che bisogna credere nell’amore. Non dovrebbe l’amore imporsi e regnare per forza propria, senza bisogno di alcun ricorso a Dio?».

«Chi crede in Dio ha una marcia in più rispetto a chi si dichiara ateo», così si diceva nel passato. Ora ci si sbilancia ulteriormente, presentando la fede non come una possibilità in più data al credente – una marcia supplementare – bensì come il motore stesso, senza il quale la macchina non va avanti. Di fronte all’inevitabile accusa di essere dogmatico, il credente risponde che pecca di dogmatismo chi afferma categoricamente: «Dio non c’è».

Parlando della fede, si afferma che l’atto del credere è più rispettoso del proclama dell’ateismo: non si fanno discorsi assoluti e categorici, ma si asserisce liberamente e umilmente si testimonia la gioia di credere.

Certo, il fatto di credere non ci risparmia i dubbi e i momenti di crisi, legati al silenzio di Dio: ogni rapporto – e tanto più quello con il Signore – è fatto anche di momenti difficili e di notti oscure, che sono comunque ampiamente ripagati da momenti esaltanti e da giorni luminosi. Il credente afferma che Dio esiste perché l’ha incontrato, ne ha fatto esperienza, quindi sente il bisogno di proporre a tutti quanto sia bello vivere cercando Dio e lasciandosi da lui cercare. Sente il bisogno di testimoniare che Dio s’incontra quando si fa un’esperienza d’amore: la Bibbia chiede di amare Dio e il prossimo “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le nostre forze”. Non fa appello all’intelligenza, per farci comprendere che si può arrivare alla fede anche se non si è istruiti, se non sono stati letti tanti libri di teologia.

Al Dio-Amore si arriva amando. La fede, mentre è un dono concesso a noi dal Signore nei tempi e nei modi opportuni, secondo i suoi piani provvidenziali, è anche un atto squisitamente umano, basato su una libera risposta e su una relazione vitale che implica ascolto della Parola, adesione, fiducia, abbandono, continua ricerca.

L’educazione alla fede – ogni tipo di fede – si basa su una necessità umana: se i genitori non credessero nelle potenzialità delle loro piccole creature e se queste non si fidassero dei genitori, la vita scomparirebbe dalla terra. Se gli uomini non credessero gli uni negli altri, si sbranerebbero a vicenda. Se un ragazzo e una ragazza non credessero nell’amore, non inizierebbero quella stupenda avventura che è sigillata con quell’anello che non a caso chiamiamo “fede”. Appunto perché ritengo la fede un atto squisitamente umano – oltre a essere il presupposto per credere in Dio – non reputo che debba essere giudicato dogmatico chi professa di credere in Dio.

Nella presente generazione, la difficoltà di credere nell’amore rispecchia l’identità di molti giovani: persone vittime dell’analfabetismo dei sentimenti e imprigionate dalla paura di amare.

Con volti diversi nelle varie età, l’amore è sempre messo alla prova. Attualmente la nostra cultura genera persone fragili, omologate e timorose d’amare. Specialmente i giovani hanno paura di tutto ciò che sa di definitivo; di soffrire per un distacco o per un abbandono; della responsabilità di doversi fare carico di se stessi e degli altri; del giudizio di chi spesso è geloso di ogni amore.

Ogni persona è chiamata a crescere nell’amore, custodirlo, difenderlo e renderlo fecondo. Se crede in Gesù Cristo, particolarmente nel suo Discorso della montagna, si sente orgogliosa di identificarsi con quella categoria di credenti che San Giovanni definisce “quelli che credono nell’amore” ( Cfr 1 Gv 4).

L’Apostolo che Gesù amava ha osato pronunciare questa frase innanzitutto perché si è sentito amato, gratuitamente, dal Figlio di Dio; inoltre, familiarizzando con la Sacra Scrittura, ha fatto propria la pedagogia di Dio nell’educare il suo popolo a credere nell’Amore. Da Abramo a Cristo: più di dodici secoli di grandezze e di sconfitte, di splendori e di tenebre, di santità e di peccati. Dio ha educato il suo popolo a fidarsi di Lui e a credere nel suo Amore – quale fondamento di ogni altro amore – facendolo passare di terra in terra, di esodo in esodo.

I nostri amori sono sempre imperfetti, fragili le nostre alleanze e precarie le nostre promesse di un amore senza fine. Il peccato che alberga in queste nostre membra mina fin dalle fondamenta l’edificio che cerchiamo di costruire nella giovane età, quando è più facile credere nell’amore. Se la costruzione è fondata sulla roccia che è Cristo e sullo Spirito Santo, il Dio-Amore, c’è speranza che non crolli quando si scatena la bufera e straripano i fiumi. Se è fondata sull’inconsistente arena di un “io egoistico” (quello dell’uomo vecchio, peccatore), presuntuoso, non allenato dalla Parola che ci chiama a credere nell’amore, a scommettere sull’amore e a lottare perché esso sempre prevalga, è probabile che crolli al primo soffiare dei venti.

Valentino

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