Per aprire una via nel deserto

«Perché parli sempre del deserto? Perché prendi come ideale per fondare la tua fede un luogo che evoca il nulla, il male, la tentazione e il vuoto, dato che lì la vita è impossibile? Perché affermi che è il luogo privilegiato per incontrare Dio? E’ proprio necessario fare il deserto dentro di sé per diventare uomini di fede?».

Ebraismo, Cristianesimo e Islam – le tre religioni monoteiste – nascono nel deserto, si rafforzano nel deserto, creano la nostalgia del deserto. Lì si evocano sia le forze del male (Levitico 16,20-22), sia la potenza ricreatrice di Dio, capace di trasformare l’arida solitudine in un rigoglioso giardino, irrigato dal Signore (Isaia 32,15; 35,6; 41,18). La letteratura biblica e la tradizione giudaica ritornano continuamente sull’esperienza purificatrice dei quarant’anni di peregrinazione del popolo eletto, in marcia dalla terra di schiavitù – l’Egitto – verso la Terra promessa.

Perché Dio non ha permesso che il popolo andasse direttamente in Palestina per una via normale, diretta e breve? La risposta è in Esodo (13,17-18) e nel libro del Deuteronomio: per purificarlo, metterlo alla prova e vedere se Lui, e Lui solo, potesse bastare a rendere significativa la vita del credente.

Dio chiama Mosè per aprire una via nel deserto, luogo dell’incontro e della parola. Deserto, in ebraico, si dice “MID-BAR”, termine che evoca “DA-BAR”: parola, evento. Quindi il deserto è il luogo per eccellenza creato da Dio per chi vuole ascoltare la sua parola. Lì il Signore stabilisce l’alleanza con il suo popolo, dona la legge, la manna, le quaglie; fa scaturire l’acqua dalla roccia; manda una nube di giorno e una colonna di fuoco di notte.

Il deserto è voluto da Dio come luogo fondante della fede e palestra in cui l’essere umano è educato a “non vivere solo di pane, ma di tutte le parole che escono dalla bocca di Dio” (Deuteronomio 8,3). E non sono proprio queste le stesse parole rivolte da Cristo al demonio al termine dei quaranta giorni di digiuno nel deserto?
Perché fin da giovane Giovanni il Battista ha scelto questa “immensa distesa di segatura” dove la fame, la sete, il caldo scarnificano una persona e fanno scaturire mille domande sul senso del tutto?
E come mai un uomo così intelligente e dinamico come San Paolo, dopo l’esperienza di fede sulla via di Damasco, invece di cominciare subito la sua missione si ritira due anni nel deserto?
Le domande potrebbero moltiplicarsi affrontando i Padri del deserto, che si sono sottratti completamente al fascino del mondo per essere tutti di Dio.

Pure l’Islam è la religione del deserto ed è commovente pensare a quanti musulmani siano morti attraversando i deserti per arrivare, a piedi, alla Mecca, lottando contro il calore soffocante, la sabbia con le sue tempeste, che asfissiano i polmoni e rendono ancora più straziante la sete. Fino alla morte.

Ebrei, cristiani e musulmani: educati da Dio attraverso il deserto. E il messaggio antico arriva fino a noi, riassunto nelle parole del Deuteronomio (8,2-6): invito a ricordare i quarant’anni, a riconoscere ciò che il Signore ha fatto per il suo popolo e così disporci ad essergli fedeli, osservando i comandamenti.
Non è questione di essere nostalgici di quel periodo di prova, durante il quale «il Signore tuo Dio ti educa così come un padre educa suo figlio». Si tratta piuttosto di apprendere una lezione: imparare a dipendere solo da Dio, vedendo nella prova, nella mancanza di tutto, nelle situazioni più paradossali, la presenza di una Provvidenza specifica. Nel dolore si diventa grandi.
Certo, la prova può anche far diventare cattivi, far perdere la fiducia o, addirittura, la fede. Dio che ci mette alla prova: «Voglio sapere se tu osserverai o no i miei comandamenti». Egli rischia: non sa come risponderemo. Ma non indietreggia di fronte alla ribellione, come fecero i nostri padri nel deserto. Il nostro è il Dio della radicalità. Chiama. Accetta il rischio. Vive nell’incertezza e nel dolore che il figlio non lo capisca, l’insulti e perda la fede. Ma Lui è sempre lì ad aspettare il momento del ritorno. Come un genitore aspetta il ritorno dell’adolescente che sballa e come un coniuge tradito attende che il partner torni al primitivo amore.
E nella prova, per lunga che sia, a Dio interessa che il figlio apprenda a fidarsi, a credere nella divina fedeltà e ad osservare i comandamenti.

«È necessario fare il deserto dentro di noi?». I grandi, i mistici fanno la scelta del deserto per stare con Dio e con Lui solo. Per chi non sceglie volontariamente questa strada per arrivare alla fede, si fa avanti la Provvidenza a creare situazioni di deserto: gli amici che se ne vanno, il partner che non ama più come nei tempi della giovinezza, i figli che migrano in cerca di un lavoro e di un futuro, la morte che infrange un idillio…
Deserto sbattuto in faccia? Dolore assurdo? Richiesta di una fedeltà eccessiva per le forze umane? Ideale troppo alto? I nostri padri nel deserto furono sorretti con il pane del cielo: la manna. Noi oggi abbiamo molto di più: il corpo e il sangue di Cristo, indispensabile forza per far fiorire i nostri deserti.

Valentino

Commenti

  1. silvia
    dic 6, 02:52 #

    Mi è stato dato il dono di vivere il deserto, per pochi minuti, durante un pellegrinaggio in Terra Santa, nel 1986.
    Una breve sosta, il deserto di Giuda.
    Una esperienza preziosa.Intensa.
    Una conferma.
    Del “deserto” interiore,
    intuito e vissuto da tempo nella ricerca di Lui, il Signore.

    Deserto, per pregare, nella confusione e nella dissipazione che ti circonda.

    Deserto, per intuire che fede, vita, preghiera è Amore.

    Deserto, per vivere l’Eucaristia.

    Deserto, per credere, sperare, pregare, vivere…

  2. romi
    dic 12, 13:36 #

    Anch’io l’ho toccato con mano il deserto. Quando mio papà stava iniziando ad abbracciare il Signore, il silenzio e la paura di quel luogo solitario mi assillavano. Ho chiesto aiuto al mio giovane amico parroco, che con semplici, toccanti e fedeli parole, come quelle di don Valentino, mi hanno fatto avvicinare e reincontrare il Signore.
    Ora che mio papà è avvolto dal suo abbraccio, questo deserto non mi fa più paura.

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