«… Ma può bastare questa mia silenziosa testimonianza?»

«Un tempo il suono delle campane per me era una festa, ora è un rimprovero. Mantengo la fede, mi sforzo di non perdere mai la messa alla domenica, però in famiglia non faccio nulla per ricondurre a Dio i miei cari che non frequentano più la chiesa. Mi vergogno addirittura a fare il segno della croce. Moglie e figli sanno che credo e che prego. Ma può bastare questa mia silenziosa testimonianza?».

Durante il Sinodo sulla nuova evangelizzazione è stato detto che la testimonianza della vita, benché molto importante, non è sufficiente per l’evangelizzazione. La testimonianza andrebbe spiegata con ragioni che giustifichino un certo comportamento. E le parole devono suscitare interesse e toccare il cuore, le verità della fede devono essere presentate con formule comprensibili e attraenti; diversamente, se rimangono a un livello puramente intellettuale o se sono presentate con immagini che non dicono più nulla alla presente generazione, difficilmente avranno un impatto sulla vita di fede e sul vivere quotidiano.

La nuova evangelizzazione presentata dal Sinodo dei Vescovi ha avuto questi scopi: incoraggiare i singoli credenti a non perdere la speranza di fronte a tante difficoltà che si incontrano oggi nell’Europa secolarizzata; accettare il fatto che ora è “terra di missione” quella che nel passato mandava missionari in tutto il mondo; sforzarci di continuare a convertire noi stessi, prima di preoccuparci di portare a Cristo i lontani; analizzare quanto Benedetto XVI vede come priorità: «l’esigenza di un annuncio rinnovato del Vangelo nelle società secolarizzate, nella duplice certezza che, da una parte, è solo Lui, Gesù Cristo, la vera novità che risponde alle attese dell’uomo di ogni epoca, e dall’altra, che il suo messaggio chiede di essere trasmesso in modo adeguato nei mutati contesti sociali e culturali».

In quest’ottica può essere di valido aiuto leggere il “Messaggio al popolo di Dio” dell’Assemblea sinodale, un lungo testo che può essere sintetizzato nella seguente affermazione: «L’opera della nuova evangelizzazione consiste nel riproporre al cuore e alla mente, non poche volte distratti e confusi, degli uomini e delle donne del nostro tempo, anzitutto a noi stessi, la bellezza e la novità perenne dell’incontro con Cristo».

«A noi stessi», dicono innanzitutto i vescovi. Ogni cristiano deve essere convinto della bellezza e della bontà di affidarsi totalmente a Cristo. Inserito nella sua comunità di fede deve testimoniare la bellezza del suo impegno «per il rinnovamento spirituale della Chiesa stessa, per poter rinnovare spiritualmente il mondo secolarizzato; e questo rinnovamento verrà dalla riscoperta di Gesù Cristo, della sua verità e della sua grazia, del suo “volto”, così umano e insieme così divino, sul quale risplende il mistero trascendente di Dio» (Benedetto XVI).

La Chiesa, come fece Gesù con la Samaritana al pozzo di Sicar, si siede accanto ai molti pozzi della presente generazione per invitarci a discernere che acque beviamo e di che cosa abbiamo veramente sete. Ci indica inoltre “l’acqua viva”, quella che ci disseta per la vita eterna: Cristo. Ci invita a «ravvivare una fede che rischia di oscurarsi in contesti culturali che ne ostacolano il radicamento personale e la presenza sociale, la chiarezza dei contenuti e i frutti coerenti». Ci indica che «la fede si decide tutta nel rapporto che instauriamo con la persona di Gesù, che per primo ci viene incontro».

E non esita nel presentarsi come «lo spazio che Cristo offre nella storia per poterlo incontrare, perché egli le ha affidato la sua Parola, il Battesimo che ci fa figli di Dio, il suo Corpo e il suo Sangue, la grazia del perdono del peccato, soprattutto nel sacramento della Riconciliazione, l’esperienza di una comunione che è riflesso del mistero stesso della Santa Trinità, la forza dello Spirito che genera carità verso tutti».

Tocca a noi, oggi, cominciando dalla nostra famiglia, mettere a disposizione «pozzi a cui invitare gli uomini e le donne assetati e lì far loro incontrare Gesù, offrire oasi nei deserti della vita».

Certo, occorre coraggio a costruire un pozzo nella propria casa: è più facile realizzarlo nella piazza del proprio paese, o – ancor di più – nel paese accanto. Ma proprio a questo siamo chiamati: sperare contro ogni umana speranza e proporre Cristo, senza aspettare di essere santi per farlo, altrimenti non cominceremo mai. Coraggio di una nuova evangelizzazione che parte dalla nostra quotidiana conversione e dal desiderio di un profondo rinnovamento. «Se questo fosse affidato alle nostre forze, ci sarebbero seri motivi di dubitare, ma la conversione, come l’evangelizzazione, nella Chiesa non ha come primi attori noi poveri uomini, bensì lo Spirito stesso del Signore. Sta qui la nostra forza e la nostra certezza che il male non avrà mai l’ultima parola, né nella Chiesa né nella storia: “Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”, ha detto Gesù ai suoi discepoli (Gv 14,27)».

Il coraggio di testimoniare Cristo con opere e parole nuove ci viene dalla promessa di Gesù di inviarci lo Spirito Santo, che ci insegna ciò che dobbiamo dire e ciò che dobbiamo fare, anche nei frangenti più difficili, se ci abbandoniamo alla sua azione discreta ed efficace. «È nostro dovere, perciò, vincere la paura con la fede, l’avvilimento con la speranza, l’indifferenza con l’amore».

Dietro l’apparente rifiuto di un discorso di fede da parte dei familiari occorre intravedere l’opera di Dio che lavora nel segreto e nella crisi getta le fondamenta per una Chiesa più pura: quanto più essi ci contestano, tanto più dobbiamo vedere in loro una sete di autenticità e una nostalgia di un Dio che non accetta le mezze misure, né i compromessi; non sopporta formalismo o ipocrisia; non vuole una Chiesa aggrappata al potere, alle ricchezze, all’apparenza.

Vuole una Chiesa che sia famiglia delle nostre famiglie. Ogni focolare domestico è la prima chiesa dove «i segni della fede, la comunicazione delle prime verità, l’educazione alla preghiera, la testimonianza dei frutti dell’amore sono stati immessi nell’esistenza dei fanciulli e dei ragazzi, nel contesto della cura che ogni famiglia riserva per la crescita dei suoi piccoli» e dei giovani.

Rispetto a questi, lo sguardo dei Padri sinodali «è tutt’altro che pessimista. Preoccupato sì, ma non pessimista. Preoccupato perché proprio su di loro vengono a confluire le spinte più aggressive dei tempi; non però pessimista, anzitutto perché l’amore di Cristo è ciò che muove nel profondo la storia, ma anche perché scorgiamo nei nostri giovani aspirazioni profonde di autenticità, di verità, di libertà, di generosità, per le quali siamo convinti che Cristo sia la risposta che appaga».

Valentino