Edith Stein, martire di Auschwitz

Cari amici,
la settimana scorsa, parlando del possibile ritorno di Berlusconi, ho fatto alcune considerazioni sui valori che stanno a fondamento della cultura della nostra Europa e che dovrebbero essere assunti in vista dell’impegno sociale e politico.
Per questo mi sembra opportuno presentare la figura straordinaria di Edith Stein, co-patrona dell’Europa, che esprime appieno le sue radici giudaico-cristiane ( le altre due co-patrone sono Santa Caterina da Siena e Santa Brigitta di Svezia).
Si tratta infatti di una donna, ebrea, cattolica, martire, divenuta infine Santa Teresa Benedetta della Croce.
È stata una grande filosofa e teologa, e la sua festa cade proprio in questi giorni, il 9 agosto.
Chi volesse approfondire un poco la figura di Teresa Benedetta della Croce, può procurarsi il volumetto che ho scritto sulla sua vita “Edith Stein. Luce nella notte di Auschwitz” edito da Velar.
Credo che questa breve biografia vi invoglierà a conoscere altre figure meravigliose, anch’esse fondative dell’Europa, come quella di Etty Hillesum, o di Simone Weil.
Il terribile secolo scorso ha visto nascere dall’orrore dei campi di sterminio i fiori della fede, della speranza e dell’amore.
Il testo che segue è tratto dall’opuscolo di Enzo Bianco “Le tre sante patrone della nostra Europa. Brigida di Svezia, Caterina da Siena e Edith Stein” ed. Mondo Nuovo.

Edith Stein nasce a Breslavia nel 1891 da famiglia di ebrei osservanti, in un’Europa soddisfatta ed ottimista. Dopo gli studi liceali ed universitari si trasferisce a Gottinga per seguire il filosofo Husserl, ebreo non credente, fondatore della fenomenologia. Il maestro cinquantenne, con modi squisiti, e esposizione del pensiero limpida e chiara, la affascina. Edith lo considera «il filosofo, il maestro indiscutibile dei nostri tempi», ed entra nella cerchia dei suoi discepoli.
Anche Husserl prende ad apprezzarla, e la guida nella faticosa ricerca della verità, «obiettivo di ogni filosofo». Una sua amica la ricorda: «Era sempre nelle prime file, piccola di statura, esile: non si faceva notare, tutta concentrata nell’intensità della sua riflessione».
In più Edith trova nel gruppo di Husserl due giovani professori, Adolph Reinach e Max Scheler, che accordano il pensiero filosofico del maestro con la loro fede cattolica. Edith li ascolta, entra in confidenza con loro. Per la prima volta si affaccia a curiosare nel mondo fino allora per lei sconosciuto del cattolicesimo: «Questo fenomeno – scriverà – meritava la mia attenzione».
Ma lei è attenta anche ai particolari insignificanti. Un giorno visita con altri una chiesa cattolica, a scopo turistico. A un tratto vede accanto a sé una donna del popolo, con la borsa della spesa sotto il braccio, che prega a fior di labbra. Scrive: «La cosa mi parve strana. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti che avevo visitato, si entra solo durante il servizio divino. Vedere qui la gente che entra fra un’occupazione e l’altra, come faccenda abituale, come per una conversazione spontanea, mi ha colpito a tal punto che non sono più riuscita a dimenticare quella scena». Comincia così in lei, quasi inavvertito, il lavorio paziente e silenzioso della grazia di Dio.

Dall’ateismo a Cristo nel mistero della Croce

Intanto, nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale: per cinque anni trenta nazioni e un miliardo di persone saranno travolte dalla bufera. La prima grande follia di un secolo, che ne conoscerà di peggiori.
Adolph Reinach parte per il fronte, Edith nell’aprile 1915 si arruola volontaria nella Croce Rossa, come aiuto infermiera. Ne avverte la mamma, che risponde: «Te lo proibisco. Quei soldati sono pieni di pidocchi». Lei risponde: «Mamma, devo andare anche senza il tuo permesso».
Nel suo ospedale la crocerossina filosofa cura i soldati austriaci feriti, malati. Vi lavora a lungo, si misura col mistero della sofferenza. E si merita una decorazione.
Poi torna a Gottinga per terminare la tesi. Argomento: l’empatia. La discute nell’agosto 1916, conseguendo un summa cum laude. Ora è Fraulein Doktor.
Nell’autunno 1916 Edmund Husserl è trasferito alla prestigiosa università di Friburgo, e la chiama accanto a sé come assistente di cattedra. Per i suoi 25 anni è un traguardo prestigioso. Poi, il 1917 segna per Edith la svolta incredibile: la conversione.
Tutto comincia con la notizia dolorosa: Adolph Reinach è morto sul fronte. Edith, amica di famiglia, corre a Gottinga per essere accanto alla giovane moglie, e recarle conforto. Trova l’amica col volto segnato dal dolore, ma in un’indicibile pace. Si sente dire: «Sono lacerata nel cuore, ma accetto la perdita di Adolph come una partecipazione al sacrificio della Croce, che porta guarigione e vita a tutti. Il mio cuore mi dice che Adolph ora vive con Dio. Ha raggiunto il suo obiettivo».
Edith ascolta queste parole sconcertata. E molti anni dopo commenterà: «Fu allora che incontrai la Croce per la prima volta, e la forza divina che essa dà a coloro che la portano… In quel momento la mia incredulità cominciò a sgretolarsi… La luce di Cristo si apriva la strada nel mio cuore: Cristo nel mistero della Croce».

«Mamma, sono diventata cattolica»

Edith torna a Friburgo, al suo lavoro di assistente di Husserl, ma ora tutto per lei sta cambiando: il cristianesimo non è più solo un fenomeno interessante da studiare, ma una possibilità di vita.
Nel 1918 la guerra mondiale si conclude, con i suoi dieci milioni di morti e con l’Europa da ricostruire. Edith si impegna attivamente in politica. Erano pochissime le donne che lo facevano, ma lei sente di dover contribuire a costruire una nuova patria.
Nell’estate 1921 la svolta decisiva. Edith è a Bergzabern, nella casa di campagna di alcuni amici, i coniugi Conrad-Martius. Un giorno è in casa tutta sola, gli amici si sono assentati; ma lei trova altri amici: i libri della biblioteca. È già notte inoltrata, e non riesce a dormire. Racconterà: «Presi casualmente un libro; portava il titolo “Vita di santa Teresa d’Avila, scritta da lei stessa”. Cominciai a leggere, e non potei più lasciarlo finché non l’ebbi finito. Quando lo richiusi, dovetti confessare a me stessa: questa è la Verità!».
Il mattino dopo Edith va in città e acquista un catechismo cattolico e un messalino. Si sente in armonia con quel che vi legge. Annota: «Si sta preparando qualcosa che butta all’aria tutti i miei progetti. È la fede vera e viva, a cui rifiuto ancora il mio consenso… Quando mi abbandono a questo sentimento, una nuova vita comincia a impossessarsi di me… Sembra venire da una Forza che non è la mia, ma che diventa operante in me».
Un mattino si reca alla chiesa cattolica, assiste alla prima messa della sua vita, e resta colpita dal raccoglimento dell’anziano sacerdote. Lo raggiunge in sacrestia e gli dice: «Vorrei ricevere il battesimo». «Conosce la dottrina cattolica?». E lei impacciata: «La prego, reverendo, mi interroghi». Risulta più che preparata.
Sul registro dei battesimi della chiesa cattolica di Bergzabern si legge: «Il 10 gennaio dell’anno del Signore 1922, Edith Stein, in età di trent’anni, dottore in filosofia, è stata battezzata… Viene dal giudaismo, e dopo adeguata preparazione… Ha ricevuto i nomi di Edith Teresa Hedwig; madrina Hedwig Conrad-Martius. Firmato Eugenio Breitling, parroco». E da quel giorno la comunione diventa il suo pane quotidiano.
Ora bisogna informare la mamma, che ha 74 anni, e lei teme di infliggere al suo vecchio cuore un colpo mortale. Va a trovarla a Breslavia, le si mette in ginocchio davanti, e sussurra con dolcezza: «Mamma, sono diventata cattolica». La vecchia signora scoppia in lacrime, e piangono insieme. Resta con lei qualche mese, la circonda di ogni tenerezza, la accompagna alla sinagoga…

La Croce di Cristo sulle nostre spalle

Quando rientra a Friburgo, Edith torna a essere l’assistente di Husserl. Ma ora è tutto diverso. Si trova un direttore spirituale, e gli confida che intende dedicarsi tutta al Signore in un convento. Il padre la ritiene più adatta alla vita attiva, e la orienta verso le suore Domenicane, che hanno a Spira una grande scuola. Per otto anni, dal 1923 al ’31, Edith condivide con le suore domenicane la loro vita povera e di totale servizio al Signore. Fa scuola nel liceo, e tiene conferenze di formazione pedagogica per le giovani religiose.
Intanto studia Newman e san Tommaso, e traduce alcune loro opere in tedesco. Incontra ancora Husserl, più volte, e rimarrà con lui sempre in cordiale amicizia. Ora la considerano una forte pensatrice cattolica, la invitano a tenere conferenze anche fuori patria, in Svizzera, Austria, Cecoslovacchia, Francia.
Un argomento su cui scrive e parla volentieri, in quegli inizi degli anni ’30, è il ruolo della donna, in particolare della donna cristiana. Qualcuno la definirà “femminista ante litteram”. Giovanni Paolo II ha avuto per questo suo impegno un elogio incondizionato: «Particolarmente apprezzabile, per i suoi tempi, fu la sua militanza a favore della promozione sociale della donna, e davvero penetranti sono le pagine in cui ha esplorato la ricchezza della femminilità e la missione della donna sotto il profilo umano e religioso».
Ma – per assurdo – lei è donna, cattolica ed ebrea: tre motivi perché nel nuovo clima le precludano le porte alla carriera universitaria. Le tensioni esplodono. Hitler è il nuovo nome, sembra la soluzione e sarà la tragedia. Nel 1933 ha in mano la Germania, rinfocola il razzismo, e prepara la guerra.
Nel 1932 Edith ha ottenuto la libera docenza a Münster, ma l’anno seguente i nazisti impongono l’allontanamento degli ebrei da ogni pubblico impiego, e il 25 febbraio lei tiene la sua ultima lezione.
Sempre assorta nelle sue riflessioni, un giorno in un’omelia sente citare Pascal e quel suo assioma folgorante: «Gesù è in agonia fino alla fine del mondo». Ne percepisce tutta l’attualità. Scriverà:
«Mentre quelle parole tornavano a presentarsi alla mia mente, dissi al Signore che la sua Croce ora veniva messa sulle spalle del nostro popolo ebreo. La maggior parte degli ebrei non voleva riconoscerlo come Salvatore, ma coloro a cui erano stati aperti gli occhi dovevano portarla spontaneamente in nome di tutti gli altri. Io… sentii che il mio desiderio era stato accolto, anche se non sapevo in che modo avrei portato la Croce».

Nuovo nome: Teresa Benedetta della Croce

Nell’ottobre 1933 Edith è novizia carmelitana a Colonia. Un duro colpo per la madre di 84 anni, ma la sorella Rosa la rassicura: «Alla mamma penserò io. E quando il Signore la chiamerà con sé, verrò con te a Colonia: anche io desidero diventare cattolica e consacrarmi al Signore».
I primi passi nella vita conventuale, per la Fraulein Doktor Edith Stein non sono proprio facili: non sa cucire, in cucina è goffa e inesperta. L’impaccio nei lavori manuali è per lei una scuola di umiltà, che affronta tra le sue giovani compagne con letizia contagiosa.
Il 15 aprile 1934 veste l’abito carmelitano. A congratularsi con lei ritrova tanti volti conosciuti e inattesi, come l’amica Hedwig, e perfino un gruppo di antichi professori e allievi, che le portano gli auguri di Husserl ormai malato. Ha scelto il nome di Teresa Benedetta della Croce, e con quel “della Croce” dichiara la sua disponibilità a tutto.
L’obbedienza le assegna di continuare i suoi studi, le traduzioni, e compone libri di spiritualità. Raccoglie il suo pensiero in un’opera poderosa, mille e trecento pagine di bozze. Bozze che giunge a correggere, ma che l’editore per gli eventi che precipitano non ha più possibilità di stampare (titolo: Essere finito ed Essere eterno).
Nel 1936 la sorella Rosa la informa: la loro madre, 88 anni, ha chiuso gli occhi a questo mondo. Il 21 aprile 1938 Teresa Benedetta emette la professione perpetua. Appartiene per sempre al suo Signore crocefisso.
Ma intanto Hitler prosegue nel suo piano mostruoso che prevede la soluzione finale per gli ebrei (oltre che per zingari, handicappati e avversari politici oppositori del nazismo).
La sera del 2 agosto 1942 le suore del Carmelo di Echt pregano in coro, quando il campanello della porta d’ingresso suona con colpi secchi e ripetuti. La portinaia apre e si trova di fronte due agenti della Gestapo, vogliono le due sorelle Stein.
Suor Teresa Benedetta segue la superiora: ha compreso tutto. Torna in coro, sosta qualche istante in preghiera, poi dice:”Pregate per noi, sorelle”. Mette insieme un poco di cibo e di vestiario e con lucidità dice alla sorella Rosa:”Andiamo a sacrificarci per il nostro popolo”. Lascerà scritto:”Dopo la notte buia, splende davanti a noi la fiamma viva dell’Amore”.

Valentino

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