Tra anticipi di fiducia e profezia autoavverantesi

«Ti ho visto passeggiare a lungo nel giardino con mio figlio. So che sei tenuto al segreto professionale e, se si è confessato, anche al segreto sacramentale. Ma non sai quanto avrei pagato per sentire qualche cosa e farti notare che a lui non puoi credere: è intrinsecamente bugiardo. Anche a tavola con te si comporta come un agnellino, con me è cattivo e volgare. O non mi parla o mi insulta. Anch’io ho avuto sedici anni e ne ho fatte di cavolate! Ma nel caso suo devo proprio dire che siamo fuori dalla divina grazia. Non so più che cosa fare. Tu stravedi per lui perché l’hai battezzato e vuoi bene sia a me che a mio marito. Ci suggerisci quello che dobbiamo fare?».

«Allora Gesù, fissatolo, lo amò…». Così leggiamo in Marco (10, 21), là dove si parla dell’incontro tra Cristo e il giovane ricco. Giovane che non ha un nome appunto perché non è santo, anzi, è ricco e come tale non rientra nelle categorie delle Beatitudini. Gesù potrebbe dirgli di non prenderlo in giro, di starsene alla larga perché Lui, Figlio di Dio, ha il mondo sulle spalle, deve salvare l’umanità e non ha tempo per un bugiardo che vuole ipocritamente rubare anche la vita eterna.
Ma la logica del Maestro è tutta in quello sguardo d’amore e nella proposta che fa a quel giovane di volare alto, dopo aver dato tutto – proprio tutto – ai poveri. Lo guarda, lo ama e gli propone cose grandi. E gli va male: si fa triste di fronte a quel “discepolo mancato”. Questo giovane avrebbe potuto essere un apostolo, invece rimane senza nome, anzi, con il peso di essere disprezzato in tutti gli angoli della terra dove si propone questo Vangelo, proprio perché lui è stato causa di ulteriore sofferenza per Gesù.
Gli è andata male nel rapporto personale, mentre è andata bene a noi, perché il Maestro ci ha indicato un ottimo metodo per rapportarci soprattutto ai giovani: guardare, sentire e fare. Armonizzare intelligenza, cuore e mani. Dare anticipi di fiducia.
Più volte ho parlato di questo atteggiamento che crea il miracolo in chi si sente amato gratuitamente, con la chiara coscienza di non meritare l’amore. Se diciamo a una persona che è stupida, contribuiamo a farla diventare ancora più stupida. Se le diciamo che può volare ancora più in alto, forse la stimoliamo a cercare i mezzi per sollevarsi anche solo un po’ da terra e non essere un insulso quaquaraquà. Se facciamo leva sul bambino che c’è in tutti noi e sulla nostalgia di Dio che è presente anche in chi apparentemente sembra un ateo, o un bestemmiatore, allora il miracolo si fa possibile.
Più che suggerimenti teorici, basti questo incontro.
…Mi trovo in un paese del bergamasco, alla ricerca della casa di un musicista. Sono sulla piazza, vicino alla chiesa, mentre passa un gruppetto di ragazzi dai quindici ai diciassette anni. Uno di loro bestemmia.
Gli vado incontro, lo guardo come avrebbe fatto Cristo con il giovane ricco e, messagli una mano sulla spalla gli dico dolcemente: «Ma sai che Dio è mio amico?». Pure lui mi fissa, mette entrambe le sue mani sulle mie spalle e sussurra: «Il bello è che sarebbe anche il mio amico».
Gli traccio il segno di croce in fronte e gli propongo di andare a messa la prossima domenica e di ricevere la Comunione in riparazione della sua bestemmia.
Lascia il gruppo degli amici e mi chiede di stare un po’ con me. Parliamo un bel po’ e quando lo saluto gli do un libro per sua madre: “Uno di Noi è Dio”. Mi lascia in silenzio, dopo avermi dato un forte abbraccio.
Quei ragazzi che in casa non parlano e con gli amici fanno i gradassi, sparano cavolate per far ridere, bestemmiano per farsi notare, presi in disparte diventano “agnellini” e chiedono un segno di affetto a un prete che ha i capelli bianchi, ma ha ancora un cuore da adolescente, alla ricerca di una perfezione che troverà, forse, in punto di morte, quando sarà abbandonato da tutti e accolto da Dio, suprema aspirazione di questo inquieto cuore.
Quando – durante le conferenze – cerco di dare suggerimenti ai genitori su come dovrebbero comportarsi con i figli, c’è sempre chi, sospirando, mi fa notare che non sono un padre in senso fisico perché non ho provato ad allevare un figlio, coprirlo d’affetto, avere tante aspettative e poi vederlo andare via sbattendo la porta. Vederlo «bugiardo, volgare e insolente». Starlo ad aspettare, svegli, fino alle quattro o cinque del mattino e, quando rientra, fingere di dormire, altrimenti urla per non sentire le urla dei genitori…
E così io, dichiarato “esperto in umanità”, dopo aver ascoltato migliaia di giovani di diverse culture, devo tacere perché non sono padre in senso fisico. Non sanno le lacrime che ho versato con tanti giovani che vengono a raccontarmi ciò che mai direbbero ai loro genitori e chiedono a me quel perdono che solo Dio può dare.
Come padre spirituale, seguace di Cristo, all’anticipo di fiducia aggiungo la “profezia autoavverantesi”: dico cose positive sulla situazione del giovane, prospetto situazioni migliori della presente, illumino gli orizzonti del futuro, perché solo così farò capitare le cose belle. Faccio il profeta non nel senso di predire il futuro, ma nell’infondere coraggio nella vita, ricordando ciò che fu positivo nel passato e incoraggiando ad aprirsi al domani con la certezza che siamo tutti preziosi agli occhi di Dio.
Come padre spirituale, suggerisco di praticare con i figli il metodo della tenerezza, ricordando le infinite gioie godute con i figli fino all’adolescenza. Suggerisco di ricorrere al metodo dell’anticipo di fiducia, facendo leva sulla convinzione che l’adolescenza, età difficile, è pure una stupenda possibilità di rapportarsi a una persona a livello paritario, trattarla con timore e tremore ma anche con intima gioia, sapendo che quello è il momento più creativo dell’esistenza: il momento dei sogni, il momento in cui ci si costruisce o ci si distrugge. Suggerisco il metodo dell’unità nel distacco: quando il figlio apparentemente rigetta il genitore, implicitamente richiede un supplemento d’amore, una vicinanza discreta, una presenza che non lasci trasparire l’angoscia per i pericoli in cui l’adolescente può incorrere.
Certo, occorre rendere il figlio cosciente delle conseguenze delle sue azioni. Metterlo in guardia rispetto ad amicizie che inevitabilmente condizionano scelte e carattere. Suggerirgli d’accostare un maestro di vita, sulle cui spalle egli potrà vedere più in là della sua stessa guida. Invitarlo a scoprire la bellezza di avere una fede alimentata dalla preghiera, senza ricorrere all’odioso: «Tu devi», ma all’incoraggiante: «Tu puoi».
Sono queste le idee che più volte suggerisco nei miei scritti, ma che ora vorrei riassumere con una parola nella quale tanto credo, ma che spesso non riesco neppure io a mettere in pratica: “distacco”.
Questa è stata una delle ultime parole di mio padre, sul letto di morte: «Valentino, staccati!». Voleva che fossi più attaccato a Dio e meno agli affetti umani, alle persone che non devo convertire a ogni costo. E pure la mamma, quando non più riusciva a parlare – negli ultimi momenti della sua vita – non voleva che io la tenessi troppo per mano: indicava quel Cielo al quale anch’io devo tendere. Staccarmi pure da lei, che è stata solo uno strumento nelle mani di Dio, perché in lui trovassi il mio Tutto.
Costa il distacco, ma è indispensabile ed è il risultato della fede: c’è una Provvidenza specifica per ogni essere umano, che da noi va incoraggiato a scoprire le meraviglie in noi operate da Dio Padre, le meraviglie che opera lo Spirito d’Amore, le meraviglie che opera Cristo, che per tutti ha pregato il Padre affinché nessuno si perda. Affinché nulla vada perduto.

Valentino