Vita moderna: la gara dei topi?

«Ciao, Valentino. E’ verissimo quanto vai dicendo: amare gli altri é la vera felicità.
Purtroppo non sempre é possibile: a volte sei stanco, altre non ci pensi, in alcuni casi sei troppo concentrato sugli aspetti meno poetici e più immediati del quotidiano.
Credo che gli esseri umani dovrebbero permettersi un poco più di tempo per instaurare relazioni belle tra di loro. Lo dico da bergamasco, imprenditore, tutt’altro che lazzarone. Mi ricordo di quando fui in Australia e gli amici mi introdussero ad uno dei loro modi di dire: “rat race”.
É un modo per definire la vita moderna: la gara dei topi. Tutti a correre per arrivare primi, per vincere. La meritocrazia e il merito sono princípi indiscutibili di cui a volte si sente addirittura la mancanza, ma perché ci riduciamo a negarci un po’ di tempo per guardarci negli occhi? Come vincere la paura di amare questa comunità che, pur dandomi tanti problemi, percepisco come un valore, anche solo a livello teorico?»
 
 
  Distruggo me stesso se non amo gli altri. Forse è questa l’intuizione che, fin dall’alba dei tempi, in ogni cultura e a tutte le latitudini ha portato gli esseri umani a creare comunità. Il motivo basilare e originario che spinse l’uomo a raggrupparsi in unità ben definite e compatte pare sia stato il primordiale istinto di sopravvivenza.
Uomo, speranza, comunità: valori non negoziabili per tutte le culture.
Uomo: progetto d’amore. Speranza: virtù che fa intravedere la spiga là dove il grano marcisce. Comunità: il “grande io” che permette alla vita di ognuno di farsi sinfonia e che a ciascuno dà nuove ali per affrontare arditi voli a stormi. «Io sono perché noi siamo», si ripete di frequente in Africa. Sia pure in mezzo a tante contraddizioni e a non poche trasgressioni, spesso ho constatato che questi valori sono suggestivamente presenti in tante tribù africane, almeno come intuizione feconda e quasi istintivo retaggio. Ma saremmo ingenui se affermassimo ciò senza vedere che, dietro tali affascinanti valori, si celano condizionamenti sociali, opportunismo e paura.
Paura di camminare da soli nella foresta impenetrabile, tuttora presente nelle zone rimaste intatte, dove è ancora possibile imbattersi nel leone, nel leopardo o in branchi famelici di cani selvatici.
Paura di attraversare la savana e le paludi, popolate da serpenti velenosi in agguato. Paura di incontrare banditi efferati o, peggio, di essere assaliti da diavoli goffi in combutta con folletti e spiriti maligni, invidiosi della felicità umana.
Ancor di più, paura che qualcuno più furbo di te, dopo aver perpetrato qualche crimine, si scagioni scaricando la sua colpa su di te, ignaro capro espiatorio. Perché una volta divenuto bersaglio del sospetto, la tua innocenza difficilmente potrà salvarti. E quando la paura domina sovrana, c’è da aspettarsi di tutto: violenze gratuite e insospettate, inaudite viltà, genocidi e saccheggi. È sempre questa maledetta, irrazionale paura, che scatena gli istinti più brutali e partorisce orge di male e tragedie collettive.
 
In Africa come in Occidente: ciò che ci impedisce di curare le relazioni interpersonali è la paura e il sospetto nei confronti degli altri, visti non come commensali, ma come nemici, contrariamente all’auspicio che si scambiavano gli antichi Romani: «Non hostis, sed hospes».
Desta meraviglia il fatto che, nonostante tutto, l’anima africana abbia ancora voglia di vivere, speranza di uscire dalla disperazione e – ancor di più – forza di cantare, di danzare e di credere in un futuro migliore. Gli Occidentali, invece, si stordiscono in un rumore programmato per non pensare e in un’attività frenetica che brucia tutto: intelligenza, corpo e fede.
Probabilmente, ciò che dà tuttora all’Africano la gioia di vivere è il suo amore alla vita, la sua fede nell’onnipotenza dell’amore, la convinzione che, chi odia la comunità, odia se stesso. Questa è la sua meravigliosa, istintiva certezza: la realtà è marcata a fuoco dall’amore, dalla fede, dal trionfo del bene sul male, la cui vittoria non può che essere provvisoria e apparente. Infatti, il male, il dolore e la morte mai avranno il sopravvento sul bene, sulla vita e sulla felicità, che è il nostro unico destino.
Gli Occidentali allora, per non ridurre la loro vita a un’assurda “gara di topi”, devono allenarsi a cercare la fede, il silenzio e il senso da dare alla loro vita.
La fede in Dio, in se stessi e in questa umanità che, nonostante i suoi limiti, ha il volto del Risorto.
Il silenzio, quale condizione indispensabile per prendere in mano la propria vita: nel deserto interiore e nell’assenza di rumori gli esseri umani imparano a sentire il bisogno degli altri, senza i quali l’esistenza è un inferno.
Il senso della vita che non è svelato una volta per sempre, ma è una ricerca quotidiana mirante a conoscere i talenti che Dio ci ha dato, a moltiplicarli e a metterli a servizio di quella comunità senza la quale siamo privi di identità e di gratificazioni. Perché, come ci ha assicurato Gesù: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere». Valentino Salvoldi

Valentino

Commenti

  1. giulia
    mag 14, 23:18 #

    “Ma saremmo ingenui se affermassimo ciò senza vedere che, dietro tali affascinanti valori, si celano condizionamenti sociali, opportunismo e paura.
    Paura di camminare da soli nella foresta impenetrabile..”
    chiedo se sia giusto riporre fiducia incondizionata nel prossimo… mi sono resa conto che col tempo tutti mi hanno deluso (forse anche io ho deluso loro?!), molte persone sono sparite quando è nata la mia bambina. altri invece mi hanno ferita, gratuitamente… e il gruppo? si tende a creare gruppo per timore di essere se stessi, ci si uniforma agli altri. perchè se non ti adatti vieni escluso. sarebbe bello creare gruppo come dici tu che sia “sinfonia” ma spesso invece anche nell’amicizia non c’è una vera voglia di comunicare, ciascuno è assordato dal proprio strumento, che suona troppo forte…….. e allora? bisognerebbe prima imparare a stare da soli per stare in gruppo….. mi viene in mente….amate i vostri nemici se amate solo chi vi ama che merito ne avrete? d’altro canto ha senso continuare a tenere la porta aperta nei confronti di chi la chiude e mi procura male, dolore, rabbia?

  2. silvia
    mag 20, 02:18 #

    Caro don Valentino, è sempre interessante apprendere la tua esperienza dell’Africa. Come molti che l’hanno vissuta , anche tu sembri sperimentare il mal d’Africa, anche se in senso squisitamente spirituale. E sembra che la risposta ai problemi di noi poveri occidentali, debba passare attraverso ciò che vivono gli Africani in Africa.

    Senza rifiutare per principio quanto sopra, mi chiedo peraltro…e se tu fossi “Missionario” qui, in questo mondo in cui necessita non una prima evangelizzazione, ma una ri-evangelizzazione? Che lingua useresti?
    Missionario in tanti paesi del mondo, hai imparato lingue e culture diverse, hai vissuto la vita di svariate genti, ti è rimasta nel cuore in particolare la gente Africana.
    La Missione, passa attraverso l’inculturazione. Farsi indiano con gli indiani, cinese con i cinesi, africano con… e se dovessi fare missione qui, in Europa, in Italia? Che “lingua” dovresti imparare?

    Ti rivolgi preferibilmente ai giovani. E’ giusto: i giovani sono il presente e il futuro.
    Mi pare che Gesù si sia rivolto agli adulti. Vero che il discepolo che amava era un ragazzo, ma i chiamati alla sequela, i discepoli, gli apostoli, le donne e gli uomini che Lo ascoltavano e lo seguivano, mi pare fossero essenzialmente adulti. Io credo che se gli adulti non vivono il vangelo, non potranno viverlo neppure i giovani.

    Scusa la digressione.

    “Gli Occidentali allora, per non ridurre la loro vita a un’assurda “gara di topi”, devono allenarsi a cercare la fede, il silenzio e il senso da dare alla loro vita”.
    Le tue considerazioni finali sono una miniera di riflessioni. Non posso entrare.
    Fede in…
    Silenzio.
    Senso della vita , ricerca continua…

    “…bisogno degli altri, senza i quali l’esistenza è un inferno”.
    E’ un inferno, quando non ricevo nulla,e mi ritrovo sola. SOLA. Anche Lui, il Signore, sembra non esserci.
    Allora mi ricordo ciò che dici poche righe sopra: questi “altri” di cui ho bisogno, hanno comunque il volto del Risorto.
    Allora,sperimento che è vero:«C’è più gioia nel dare che nel ricevere»!

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