Pronti a difendere la propria speranza

«Mi hanno sempre dato fastidio i profeti di sventura; non sopporto chi vede crisi dappertutto, reputa imminente la fine del mondo e appartiene alla triste categoria degli “afro-pessimisti” che, parlando del Continente Nero, non sanno vedere altro che i disastri, le carestie, le epidemie, i genocidi, la corruzione e i soprusi contro i diritti umani… come se si parlasse di un continente maledetto. Allo stesso tempo, però non vorrei cadere nell’ingenuità di chi vede tutto bello e roseo. Tu che hai tanto viaggiato nei vari continenti, innanzitutto perché l’hai fatto e che cosa ti hanno dato in particolare gli Africani, dato che con loro hai trascorso la maggior parte del tuo ministero sacerdotale?»

Cento libri di etnologia che descrivono un popolo sconosciuto non possono darti le emozioni e l’esperienza di una benché breve permanenza e condivisione con quel popolo, soprattutto se ne conosci la lingua e ti appassioni alla sua cultura.
«La meta del viaggio è viaggiare», canta Fabrizio De André “E io aggiungo: «La meta del viaggio è raccontare. Io sto spendendo la vita viaggiando, in risposta alla vocazione a essere missionario e in obbedienza alla Chiesa, che mi permettere di dilatare i miei orizzonti soprattutto nei Paesi impoveriti.
Ovunque vada, spesso trascorro non poco tempo – con missionari e seminaristi – in analisi appassionate sulla grande voglia di vivere dei nostri fratelli neri; sullo spessore della loro speranza di fronte a situazioni esistenziali tanto insopportabili e disperate; sulla loro sete di Dio e di valori spirituali, per i quali sembrano pronti a dimenticare perfino i più impellenti bisogni di pane e di sicurezza materiale.
Affascinante la loro fede che sa cogliere il silenzioso, inarrestabile crescere del Regno, come buon seme che sembra marcire, ma improvviso si spacca e germoglia nel ventre della terra; come l’inavvertito lievitare della pasta che si fa buon pane.
Soprattutto l’Africa offre ogni giorno innumerevoli, silenziosi atti d’amore, velati dal pudore di chi li compie: tragedie illuminate dalla fede serena dei semplici che sanno ringraziare Dio anche sotto la croce; il perdono che tanti innocenti, con inconsapevole eroismo, sanno donare a chi li perseguita; il dono di sé di quanti hanno assaporato che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.
Tutti miracoli che non fanno notizia: non appaiono sui quotidiani, non vengono menzionati nei nostri telegiornali; eppure, hanno un potere dirompente contro le forze del male. Miracoli possibili per chi credendo spera e sperando ama. Miracoli operati da quei poveri ai quali Cristo ha garantito: «Se avrete fede, compirete segni più grandi di quelli da me operati».

Il missionario in Africa ha la possibilità di scoprire situazioni tanto belle da ritenere ingiusto riservarle solo a se stesso. Le racconta con un senso di stupore e con il desiderio di vedere avverarsi l’intuizione di San Giovanni Crisostomo: chi ha fede, spera e prega, ha in mano il timone della storia.
Gli Africani pregano tanto, alimentano la loro fede con tutti i mezzi possibili, ma ciò che li rende grandi è la virtù teologale della speranza. Una speranza che non demorde, vissuta come valore supremo, fondato sulla fede incondizionata nell’Amore. Una speranza che permette di vedere la spiga là dove soltanto si scorge il chicco di grano che marcisce.
Gli Africani ci possono aiutare a riscoprire le ragioni del cuore e della fede; a risentire il calore della presenza di Dio al nostro fianco, quand’anche il cammino si facesse aspro e ingrato, perché i nostri passi – insieme ai loro – siano sempre ritmati da un canto d’esultanza, di gratitudine e di speranza.
Gli Africani possono essere assunti come vivida icona dell’ideale cristiano, così abbozzato dal Principe degli Apostoli: «…siate tutti di una sola mente, compassionevoli, pieni di amor fraterno, misericordiosi e benevoli, non rendendo male per male od oltraggio per oltraggio ma, al contrario, benedite, sapendo che a questo siete stati chiamati, affinché ereditiate la benedizione divina. (…) anche se doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Or non abbiate di loro alcun timore e non vi turbate, anzi santificate il Signore Dio nei vostri cuori e siate sempre pronti a rispondere a vostra difesa a chiunque vi domandi spiegazione della speranza che è in voi con mansuetudine e timore…» (1 Pietro 3, 8-15).

Valentino

Commenti

  1. silvia
    mag 9, 19:26 #

    Caro don Valentino,
    trovo interessante questo tuo nuovo modo di comunicare.
    Anche questo argomento, pur se un po’ esula dalla mia attuale esperienza di vita, è stimolante.
    Tu dici : “Ovunque vada, spesso trascorro non poco tempo – con missionari e seminaristi – in analisi appassionate sulla grande voglia di vivere dei nostri fratelli neri; sullo spessore della loro speranza di fronte a situazioni esistenziali tanto insopportabili e disperate; sulla loro sete di Dio e di valori spirituali, per i quali sembrano pronti a dimenticare perfino i più impellenti bisogni di pane e di sicurezza materiale.”
    Fai poi altre belle e importanti considerazioni sulla Fede e in particolare sulla Speranza dei nostri fratelli Africani, che vivono in Africa.

    Ho conosciuto personalmente altri missionari, che esprimono, hanno espresso nel merito, considerazioni simili alle tue.
    Un cardinale, che è stato anni or sono Prefetto della congregazione per l’evangelizzazione dei Popoli, un missionario Gesuita, morto in Ciad circa dieci anni fa, per malaria. Un prete veneto della cong. di S.G.Calabria, missionario fino a dicembre u.s. in Kenya.
    Questi ultimi tre,li ho conosciuti personalmente ed ho avuto o ho con loro un buon rapporto di amicizia e condivisione.
    Ora io mi e ti pongo una domanda o se vuoi, una riflessione.
    Io come molti di noi che viviamo in occidente, conosciamo gli africani che incontrimao qui, nelle nostre città, e paesi, come immigrati.
    A parte poche eccezioni fortunate, la maggior parte di loro sono e vivono come disperati. Forse, o certamente, non dipende da loro. Loro stessi sono vittima di inganno, sfruttati, oppressi, prigionieri, violati…
    Mio marito ed io, tempo fa quando ci era dato di farlo, abbiamo partecipato a creare associazioni per accogliere, dare alloggio, assistenza sanitaria, e altro ad immigrati. A volte “regolari”, altre clandestini…

    Tu dici ancora : “ Gli Africani ci possono aiutare a riscoprire le ragioni del cuore e della fede; a risentire il calore della presenza di Dio al nostro fianco, quand’anche il cammino si facesse aspro e ingrato, perché i nostri passi – insieme ai loro – siano sempre ritmati da un canto d’esultanza, di gratitudine e di speranza”.

    L’esperienza che ne facciamo qui, è altra.
    Allora, siamo noi responsabili anche di questo radicale azzeramento di quanto tu dici, e che so reale?

    Una mia nipote, che vive a Torino, vive con un giovane Senegalese. Hanno anche due bambini. Dopo la nascita del primo che ora ha nove anni, si sono anche “sposati”,con un rito un po’ insolito, nella Chiesa Parrocchiale, senza Messa ma con una “benedizione”…E una grande festa, cui partecipavano parenti dei due giovani, Il giovane senegalese, musulmano, non religioso e non praticante, formalmente rispettoso della religione “cattolica” della moglie lei pure non praticante, non manifesta quei sentimenti di cui tu parli, è semplicemente soddisfatto della posizione raggiunta.E risparmio altre considerazioni.

    Come sempre, la mia riflesssione è un po’ amara.
    Quante responsabilità abbiamo noi che avendo conosciuto Lui, il Signore, diamo di Lui una immagine non fedele e tradiamo la missione affidata ai discepoli!

    Donaci Signore la luce e la forza necessaria, per esserTi fedeli e non tradirTi.
    Abbi misericordia di noi e del mondo intero!

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