Per celebrare il Vangelo con la vita

«Carissimo Valentino,
hai speso quarant’anni della tua vita tutto orientato alle missioni. Senz’altro avrai fatto tanti sacrifici, avrai sofferto sia in Africa che in Asia. So delle tue espulsioni e dei pericoli che hai affrontato. Ma, forse, hai avuto più soddisfazioni tra i poveri, in confronto a quelle che avresti avuto lavorando in Italia. Ora il nostro paese è terra di missione. In Africa fioriscono le vocazioni al sacerdozio, qui rischiano di scomparire. Là le chiese sono piene, qui soprattutto i giovani non le frequentano molto… Sembra si sia dilatata la distanza tra fede e vita, al punto che la fede è una fiammella flebile che non plasma la vita. Tutto il mondo ha bisogno di essere evangelizzato o rievangelizzato. Con quale metodo? Che cosa può portare l’umanità a scegliere Cristo?».

Quando una persona sceglie la via delle missioni, non lo fa prevalentemente per cercare soddisfazioni personali, anche se prevede di trovarle: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere», ha garantito Cristo. Io non mi sono preparato in modo specifico per lavorare nel “Terzo Mondo”. Al conseguimento del dottorato in Teologia Morale, Bernhard Hӓring mi propose l’insegnamento nel seminario di Ibadan (tuttora, il più grande dell’Africa), con settecento studenti di filosofia e teologia. Forse per l’ebbrezza del momento, forse per la notorietà di colui che mi faceva la proposta, forse per una buona dose d’incoscienza, accettai immediatamente, senza chiedere nulla sulla situazione che avrei trovato e sull’eventuale mia sistemazione. Chiesi soltanto d’essere aiutato con la preghiera e con un po’ di affetto. In quel troppo grande seminario, la caterva di lavoro era tale da impedirmi ripiegamenti su me stesso per chiedermi se fossi o no contento. Era bello pregare con quegli studenti, fare ricerche, predicare, condividere in tutto la loro vita, ma soprattutto testimoniare con la gioia il Dio in cui credo.

La scarsità di docenti mi obbligava a insegnare filosofia, etica, morale, greco biblico (in inglese!) ed esegesi. Chissà quanti errori avrò fatto! Ma gli studenti africani sono bravi: non mi hanno mai rimproverato le evidenti lacune del mio sapere, perché – come mi vanno ripetendo dopo oltre trent’anni – di me hanno colto la mia fede e il mio amore.

Ho avuto occasione di lavorare anche in Occidente, dove ho provato tante soddisfazioni tenendo conferenze, campi-scuola ed esercizi spirituali ai giovani: questi, senz’altro, mi hanno dato molto di più di ciò che io ho loro proposto. Ma attualmente, in Italia, soprattutto la pastorale giovanile è irta di difficoltà, esige un’educazione ai valori umani quale presupposto per aprirsi ai valori divini. Si parla di “emergenza educativa” e si imposta il decennio 2010-2020 sull’educazione. Si incontrano tanti preti che, di fronte alle chiese vuote e agli oratori poco frequentati – dove i giovani, comunque, vanno prevalentemente per giocare – hanno l’impressione di essere chiamati “ad arare le pietre”. Quale dovrebbe essere il metodo più adatto per evangelizzare i non credenti e rievangelizzare i tiepidi cattolici?

Essere degli innamorati, per gridare il Vangelo con la gioia. E, nella certezza che la fede è un incontro, valorizzare i rapporti personali e creare legami affettivi belli e significativi.

Quante probabilità esistono che una persona si converta sentendo una predica o leggendo un libro di teologia? Dico questo a me stesso, visto che mi piace predicare e scrivere. Quante volte mi è stato detto che un abbraccio vale più di cento libri! Un abbraccio, una volontà di valorizzare chi incontri, la disponibilità all’ascolto, la capacità di incoraggiare senza nulla imporre. Mai: «Tu devi», ma: «Tu puoi». Mai mostrarsi efficienti, ma coinvolgere, valorizzando tutti e tutto. Mai far sentire l’altro peccatore, ma mostrare noi stessi quali “guaritori feriti”, sanati dalle piaghe di Cristo.

Questo metodo s’impone soprattutto nei confronti dei giovani, che hanno un rapporto complesso nei confronti della fede, della spiritualità e della religione. Il loro accentuato senso di individualità, di libertà, di autonomia li porta a cercare una religione che non sia il risultato di un’eredità trasmessa, ma di una decisione personale, di una scelta matura. Scelta non solo tra una religione e l’altra, ma anche riguardo ai contenuti della stessa religione. E ciò non in base a ragionamenti o dimostrazioni, bensì in base ai sentimenti e all’esperienza, legate alla scoperta del proprio io profondo e originale.

Sentimento e scoperta valorizzante della propria persona fanno sì che i giovani vivano nell’incerto crinale tra il credere e non credere. Tutto per loro dipende da chi incontrano, da quanto sono gratificati e dagli stimoli a passare da una fede bambina a una fede adulta, capace di aiutare nella ricerca del senso del nascere, vivere e morire.

Il tipo di vita che sto conducendo mi porta a fare tante esperienze, da un continente all’altro, con persone di diverse religioni: soprattutto con giovani che ovunque, mai per caso, incontro. Ogni tanto sbaglio nell’approccio, soprattutto quando voglio comunicare subito ciò che dà un gusto e un senso alla mia vita. E lo sbaglio di metodo si traduce presto in sbaglio di sostanza: ne consegue la preclusione della comunicazione. Ma anche là dove sbaglio, noto la sete di Dio e dei valori dei miei interlocutori. Se, invece, parto con un altro tipo di approccio – gratificando, valorizzando e ascoltando – s’instaura un rapporto umano talmente bello da far sperimentare la presenza dello Spirito, che “soffia dove vuole e quando vuole”.

Ovunque si sperimenta una sete di valori e una insofferenza nei confronti delle regole. Un certo “limbo” per quanto riguarda la religione e un grande desiderio di trovare persone che parlino bene di Dio e aiutino a cercarlo e amarlo. Una diffidenza nei confronti della Chiesa – istituzione e la speranza di trovare una comunità in cui sentirsi accettati, sperimentare il senso di appartenenza, conoscere persone che si pongano domande, nella coscienza che le eventuali risposte saranno trovate al momento opportuno. Voglia di interrogarsi e interrogare, perché la domanda apre gli orizzonti, mentre la risposta tende a chiuderli. Quale domanda? Una vale l’altra. Ciò che importa è andare oltre la formulazione stessa, per arrivare a dire, per lo meno implicitamente: «Ho bisogno di te, della tua testimonianza di fede, del tuo desiderio di gridare con la tua vita la gioia di credere nella follia evangelica».

Valentino

Commenti

  1. silvia
    apr 23, 16:15 #

    “…tanti preti che,…. hanno l’impressione di essere chiamati “ad arare le pietre”. “

    Ricordo di aver letto in Matteo 3, che Dio può far nascere figli di Abramo anche dalle pietre.
    Allora, forse per i Preti stanchi e sfiduciati, vale ancora la fatica di “arare le pietre”: affidando a Dio di compiere l’opera.

    La tua risposta, don Valentino, come sempre ampia e articolata- ti piace e evidentemente puoi predicare e scrivere- si può sintetizzare in alcune frasi:
    -di me hanno colto la mia fede e il mio amore.
    -Essere degli innamorati, per gridare il Vangelo con la gioia.
    -la fede è un incontro,
    -creare legami affettivi belli e significativi
    -un abbraccio vale più di cento libri

    Riguardo in particolare ai giovani:
    -Tutto per loro dipende da chi incontrano
    -Se.. parto .. gratificando, valorizzando e ascoltando, s’instaura un rapporto umano talmente bello da far sperimentare la presenza dello Spirito, che “soffia dove vuole e quando vuole”.

    Mi pare di capire e di condividere il senso globale:
    comunicare la Fede, è questione di dare testimonianza. Di Amore.Affetto. Amicizia. Accoglienza.
    Essere capaci di trasmettere – nonostante tutto – che Fede è gioia: difficile è esprimere il tutto nella lingua giusta.
    Essa cambia secondo il luogo e si evolve continuamente.

    Ora la mia testimonianza, ha un ambito diverso da quello dei Preti e dei “Catechisti”, di cui pure sono stata parte a suo tempo.
    Mi è rimasta la memoria di che cosa cercavo di dare ai ragazzi – studenti di scuola superiore, 15-18 anni- negli incontri di catechesi: che una volta adulti, ricordando e pensando a Dio e alla religione, “sentissero” l’affetto, l’accoglienza, la simpatia, la gioia che in quegli incontri ricevevano.
    Una ragazza che nel 1999 aveva 14 anni, mi ha recentemente scritto “…mi ricordo sai, della religione!”
    Ne ho rigraziato Dio.
    Ecco, forse anche questo entra nel “celebrare il Vangelo con la vita”.

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