Port Luis, 20 Maggio 2007

«C'est la consigne»

Il luogo, l’età, il colore dei capelli… Non poteva che essere il «Piccolo Principe» tornato in Africa, ancora nei suoi otto anni, con i biondi capelli al vento. Proprio lì, sotto quella stella che risplende sul mare come la luna, subito dopo il tramonto.

«Bon jour!». È lui che prende l’iniziativa accostandosi a me, seduto sugli scogli neri di questa isola vulcanica, crogiolo di tutte le razze, culture e religioni.

«Buon giorno. Vuoi giocare con me?».

«Sei solo?».

«Sì. No. Comunque… vuoi giocare con me?».

«Tu devi cercare dei ragazzi della tua età, non dei vecchi come me».

«Anche mio papà è vecchio, eppure gioca ancora con me».

«A che cosa giochiamo?».

«Si deve colpire quella bottiglia di plastica sul muretto».
La mia manualità, il mio senso pratico sono pari a zero, per cui tergiverso.

«Dobbiamo giocare!».

«Perché?».

«C’est la consigne»: «Si deve!».

Lo guardo. Penso ai grandi dell’Antico Testamento nati da genitori anziani o sterili, «perché nulla è impossibile a Dio». E prendo il suo invito come provvida sfida.

Prepara delle palline con la sabbia umida e lascia a me il primo tiro. E incredibilmente faccio centro guadagnandomi l’incondizionata ammirazione di quel biondo marmocchio che ora mi salta al collo: «Sei più bravo di mio padre».

Il giorno seguente, al mattino presto, siamo sul molo in attesa del catamarano, diretti verso un’isola non lontana. Si sdraia accanto a me sulla rete posta quale amaca in poppa, là dove pesci volanti e delfini giocano con la scia della barca.

«Tu sei molto bravo» esordisce il mio «Piccolo Principe». Un elogio per essere ricambiato e riprendere il discorso interrotto il giorno precedente: «Anche tu hai dei bambini?».

«No, io sono un missionario. Un prete che non si sposa per aiutare tutti a voler bene al Signore».

«Chi ti prepara da mangiare?».

«A volte la mia mamma, più spesso gli amici. Loro hanno figli ai quali voglio tanto bene».

«Fai sempre centro?».

«No. Quasi sempre non colpisco il bersaglio».

«E perché allora ti vogliono bene?».

«Perché faccio le magie quando mangio con loro. Perché racconto tante storie. Ma soprattutto perché li aiuto a diventare bravi come Gesù».

«Perché bisogna diventare come Gesù?».

«Tu lo conosci?».

«Sì, lui era bravo. Ma ha fatto arrabbiare i Romani che l’hanno messo sulla croce».

«Tu sei cristiano? Hai ricevuto il battesimo?».

«No. Mio papà dice che quando sarò grande dovrò scegliere io se voglio o no andare in Chiesa».

Questa risposta mi rattrista. Quanti genitori commettono l’errore di non parlare di Dio ai figli per non condizionarli… Li privano così della gioia di sentirsi amati, del senso della meraviglia, del fascino di vedere il loro bambino inginocchiato ai piedi del letto a domandar scusa a Gesù per le mancanze della giornata. Li privano del privilegio di credere in quei valori che danno un gusto al vivere e un senso al morire.

Il mio «Piccolo Principe» parla solo del suo «papà». Non nomina mai la sua mamma. In questo angolo della terra non di rado si vedono padri anziani, con matrimoni falliti alle spalle. Forse, se tra i due ci fosse stato Dio…

Il flusso dei pensieri s’interrompe al guizzo di un delfino tra le onde e al senso della meraviglia che il Piccolo Principe mi comunica.

«Che cosa mangiano i pesci grossi?».

«Quelli piccolini! E ogni tanto anche gli uomini grandi mangiano quelli piccolini. Ecco perché sono diventato prete: per salvare i pesciolini piccoli».

«Per salvare i pesciolini piccoli», ripete il bambino, per tenerselo bene nella mente e nel cuore.

Tre sere dopo, ancora al tramonto, nello stesso luogo del primo incontro, il «Piccolo Principe» è là e mi viene incontro. Ha due pesci nelle manine. Mi mostra il grande, ancora semivivo, nell’atto di mangiare il più piccolo. Lo lascio con un’intuizione: «Il grande non vuole mangiare il piccolo. Gli sta dando un bacio».

Quest’immagine riempie di gioia il mio Piccolo Principe che non esita ora a parlare ai pesci: «Amici miei, il prete ha detto che non ci si deve mangiare a vicenda, ma baciare. Se vi date il bacio, vi rimetto nell’acqua e così continuerete a vivere».

Proprio lì, sotto la stella della sera, con i suoi due pesci in mano, il biondino si butta nell’acqua per controllare se il bacio ridona la vita. Dice ai pesci che bisogna baciarsi: «C’est la consigne!».

Valentino

Commenti

  1. Cecilia
    ott 30, 14:00 #

    Che meraviglia!
    commuove sempre l’incanto dei bambini! o perlomeno dovrebbe commuovere tutti, per non dimenticare che anche noi lo siamo stati, per non dimenticare di lasciarne anche una minima traccia in noi o, se non la si trova, andarla a cercare, perchè c’è!
    La vita che Dio ci ha donato parte da qui, dai bimbi ed il loro approccio alla vita, agli altri, è quello più vero, quello più sano, dal quale ognuno di noi, divenuto adulto, provato, distratto, perso o invecchiato, dovrebbe saper attingere, per non perdere il vero senso della vita!
    Grazie don Valentino, per le tue splendide parabole.
    Cecilia

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