Notte pasquale in passi di danza

«I tempi cambiano e noi cambiamo con essi». Provvidenziale ogni cambiamento: segno che si cammina verso quella perfezione che raggiungeremo mettendoci sempre in gioco, aprendoci alla novità, cambiando continuamente.
E in questo nostro proiettarci verso il domani, giova volgersi al passato solo per ricordare le esperienze belle, che servono a farci godere del presente e a tenere viva la speranza in un futuro migliore.
È sconsigliabile ritornare in quei luoghi dove si è vissuto a lungo, senza la possibilità di rivedere persone un tempo amate. Le mura non dicono nulla; le nuove facce non sono significative; i nuovi inquilini – coloro che hanno preso il nostro posto, ignari di quello che noi abbiamo vissuto tra quelle pareti – ci guardano con indifferenza o con sospetto. A loro non interessa ciò che noi siamo stati: la nostra storia, le nostre esperienze, i nostri sogni. Veramente vale la pena ignorare quel passato che, anziché darci ali d’aquila, rischia solo di renderci tristi.
Dopo trentadue anni di lontananza dalla Nigeria, ho voluto trascorrere un giorno a Ibadan, nel seminario dove ininterrottamente avevo svolto i primi cinque anni d’insegnamento in Africa. Innanzitutto, non riconoscevo più la città, passata da due milioni a oltre dieci milioni di abitanti. Mi ricordavo il seminario immerso nel verde, con piante perennemente in fiore a ogni stagione. Non lontano, i grandi baobab ed eleganti giraffe dal collo proiettato verso il cielo. Il laghetto dove i pesci – sempre affamati come tanti africani – abboccavano subito, appena si gettava in acqua un amo realizzato con un chiodo arrugginito. E le dispettosissime scimmie, pronte ad aggredire o a prendere per mano, sempre secondo che lo stomaco fosse vuoto o pieno…
Da una collina cercai di sognare quella città, a occhi chiusi. Ma quando li riapersi, il sogno era svanito. La realtà era un agglomerato di baracche maleodoranti, pigiate attorno a un vecchio baobab interamente circondato da immondizie e da bambini che, ignari del passato, giocavano, cantavano, danzavano non al ritmo dei tamburi, ma dello stantuffo di un motore: inquinante e odioso per l’adulto europeo, trasformato in musica per quei piccoli nigeriani, paghi di un raggio di sole e delle stesse canzoni degli anni passati.
Entrato in seminario, trovai la stessa sala dei professori, con lo stesso frigorifero non funzionante, vuoto, ulteriormente ingiallito. I nuovi professori mi salutarono con un sorriso di circostanza e con l’obbligatorio: «Gald to meet you». Dopo un’ora di imbarazzante attesa, una tazzina di tè, senza un biscotto…
Che altro fare se non rifugiarmi in chiesa per fare dei ricordi una preghiera?
Solo, per oltre tre ore, rimasi in quell’ambiente, l’unico ancora familiare. Percorsi la Via Crucis. Mi soffermai davanti all’altare come in presenza dell’ultima stazione: la Resurrezione.
E il ricordo andò all’ultima Pasqua lì trascorsa, nel 1987. Avevo presieduto la lunghissima celebrazione della veglia pasquale. I miei studenti trasalivano di intima gioia. Cercavano solo spazi per danzare e volevano a ogni costo che pure io danzassi con loro. Avevo opposto resistenza, dichiarandomi incapace di muovermi al ritmo del tamburo. Essi insistevano perché abbozzassi anche solo pochi movimenti che, benché sgraziati, sarebbero stati impreziositi dalla grazia dei loro agili e volteggianti corpi. E che applausi quando mi rassegnai a danzare!
Festa della Resurrezione. Notte di luce. Intensa volontà di cogliere l’attimo presente per dichiararlo eterno, anticipazione della danza che non avrà mai fine, nel Regno della gloria. Sfrenata volontà di celebrare l’oggi, dimenticando i passati problemi, ignorando le presenti preoccupazioni. Perché la gioia non abita nel passato, né è possibile anticiparla in un futuro indeterminato. Ma oggi, ora, in questo istante deve risiedere la vera sapienza di percepire l’umano fondersi con il divino. È il presente ciò che conta.
«Solo l’amore conta, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore. L’anima non cresce più» (Pier Paolo Pasolini).
 
Il passato, con le sue grandezze e con i suoi limiti, non c’è più – anche se, in qualche modo, “nutre” il nostro presente –; il futuro non c’è ancora. Rimane l’obbligo di cogliere l’istante che Dio ci dona: sempre nuovo, originale e inedito, messo nelle nostre mani come immenso potenziale. È l’attimo della Risurrezione del Signore. Può diventare il principio della nostra stessa risurrezione, se perdoniamo noi stessi e gli altri del male compiuto o ricevuto. Se guardiamo gli altri con un cuore nuovo. Se ci accontentiamo di ciò che siamo o che abbiamo: non fosse altro che due piedi sani, graziosamente mossi al ritmo del tamburo, delle nacchere e di ogni altro strumento che produca un possibile suono, reso più bello dal canto corale.
E questo immergerci nella gioia pasquale ci aiuta a rendere la vita una continua festa, che ha il suo fondamento in Dio e con lui è già seminata nell’eternità, mentre senza di lui è minacciata dalla precarietà e dall’ombra della morte.
Questi i sentimenti che rendono bella la vita di molti africani. Lo stomaco è vuoto? Meglio avere vuoto lo stomaco che il cervello. Non ci sono cinquanta centesimi per la birra? C’è l’acqua della pozzanghera che, grazie alla rossa terra, non è insapore come quella degli europei. Non c’è una coperta per affrontare il freddo della notte? I corpi degli amici ti riscaldano… L’importante è sentirsi vivi, avere una comunità che ti accetta, avere un Dio che ti ama. Grazie a lui, tutta la speranza nel futuro e tutto l’amore goduto nel passato rendono bello il presente. E il presente è ancora più bello… se ci anima l’entusiasmo per la vita, se l’amico “ci tiene” nel suo sguardo, se canta la nostra canzone, se condivide la nostra fede. Se siamo ricchi dentro, di quella ricchezza morale che nessuno ci può portare via e che già è collocata nei cieli, patrimonio godibile per tutta l’eternità.
L’augurio che porgo a tutti per questa Pasqua si riassume così: non ci rattristi il cambiare dei tempi, e di noi con essi. Ci porti la saggezza di valorizzare l’attimo presente, grande e già eterno se inserito nella Resurrezione di Cristo. Ci aiuti a celebrare ogni istante di tutti i giorni della nostra vita che, pur nelle sofferenze – anzi, spesso grazie alle sofferenze –, ci spinge ad aggrapparci sempre più al Signore, a diventare come lui, a diventare Amore. Allora, anche la nostra tomba esploderà in pura luce, nella sua, nella nostra Resurrezione.

Valentino