E fare dei ricordi una preghiera

Mercoledì delle ceneri 1955. Avevo dieci anni, servivo tutte le messe che si celebravano in parrocchia, custodivo con gioia la vocazione di diventare prete per salvare tutto il mondo, a cominciare dai miei amici che non onoravano il precetto di santificare la domenica con la celebrazione eucaristica, rischiando così l’inferno. L’età adulta mi farà capire che devo salvare me stesso, ma allora quella sete di portare tutti a Dio fu provvidenziale. Sete che neppure ora mi abbandona.

Mia nonna paterna, impossibilitata a recarsi in chiesa, mi disse di ricevere le ceneri sul capo e poi condividerle con lei, quale primo dei tanti riti che in seguito avrei celebrato in tante parti del mondo. Per essere sicuro di avere sufficiente cenere anche per la nonna, feci la coda due volte davanti al mio viceparroco, orgoglioso di avere un chierichetto aspirante al sacerdozio.

In cucina, accanto al fuoco, la nonna mi aspettava in preghiera. Misi la mia fronte sulla sua. Con la manina feci passare un po’ delle ceneri dal mio capo al suo, dicendo: «Memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris». C’era Dio tra di noi. E l’anziana nonna, come il vecchio Simeone, chiedeva a Dio di lasciarla andare in pace, sicura che avrei continuato io a portare Gesù al mondo. E sussurrò parole che sapevano di profezia: «Ricordati di me nella prima messa».

Corsi nella valle dove ribolliva abbondante e fresca acqua sorgiva. Quella sorgente era simbolo di vita e generava in me, contemporaneamente, sentimenti di gioia e dolore. Gioia perché la nonna, prossima alla morte, aveva parlato come se fosse stata la bocca stessa di Dio. Dolore perché percepivo che presto la nonna mi avrebbe lasciato, con la ribadita certezza che il Signore mi chiamava a una vocazione gravida di sacrifici: niente donne, niente figli, niente considerazione da parte di tante persone, niente fisso salario, povertà, obbedienza… Ma tutto questo era niente, di fronte alla domanda che mi ponevo: «Ma io che cosa dirò alla gente?».

Sorrise la nonna di fronte a questa mia paura e mi diede un suggerimento che sto proponendo in tanti angoli della terra: «Sta tecat al Signur». «Sta’ attaccato al Signore».

E, naturalmente, prima di dirlo agli altri lo devo praticare io, con tutto il cuore, con tutte le mie forze.

Da allora cerco di trascorrere tutti i mercoledì delle ceneri in una continua preghiera, in un luogo isolato, bello, in ascolto di quel Dio che a volte tace, ma che spesso parla a chi pone le premesse per l’incontro con lui, Signore della vita, e gli ricorda la giovanile chiamata: «Tu mi hai sedotto, Dio, e io mi sono lasciato sedurre».

Anche quest’anno ho risalito la valle, oltre quella sorgente che allietava la mia giovinezza e che ora è coperta da un’immensa colata di cemento. Mi sono recato in un luogo dove, prima mio nonno e poi mio padre, portavano al pascolo le mucche, in primavera. Inondato da sconcertante silenzio, ho fatto dei ricordi la mia preghiera di lode.

Il primo ricordo: se avessi avuto, durante tutto il ciclo della scuola elementare, l’insegnante che ebbi nella prima classe, probabilmente avrei fatto anch’io il contadino. Tra la mia maestra e me c’era un’assoluta incompatibilità di carattere. Io non ho mai sopportato persone che alzino la voce. E la povera maestrina ventenne – obbligata a spendere due ore ogni mattina per arrivare al mio paese – era sempre tesa. Spesso urlava. Ciò mi bloccava completamente. Fu così che il futuro scrittore ricevette la prima pagella, a Natale, con i seguenti voti: cinque in italiano, cinque in matematica, sei in disegno e – il futuro teologo – sei in religione…

Ma il secondo anno della scuola elementare la nuova maestra operò il miracolo: «Tua sorella Elisa è stata la mia migliore alunna. Tu diventerai il migliore di questa classe». L’anticipo di fiducia non fu dato invano. Divenni l’orgoglio dell’anziana maestra che immancabilmente leggeva i miei temi davanti a tutti i miei amici, rassegnati all’idea che uno di loro fosse già “un mezzo prete”.

E così, addio ai pascoli dei miei avi! Più numeroso è stato il gregge e più estesi i campi di semina. Addio alle gioie del mondo? Non le ho mai cercate, quindi non so quello che ho perso. So invece che è un privilegio essere stato chiamato alla prima ora, avere scommesso sulla fedeltà di Dio, aver provato gioia nel far comprendere a molte persone quanto sia appagante “stare attaccati al Signore”.

Nel prato dov’ero sdraiato a contemplare il cielo e quelle guglie che sembravano cattedrali – come le dodici fantastiche chiese rupestri di Lalibela, in Etiopia – c’erano moltissimi bucaneve. Li accarezzavo e, presa la corolla, muovevo i petali come labbra che lodano il Signore con tutto il creato.

Altro grato ricordo: il tempo trascorso nei vari deserti, là dove Dio parla al cuore, con quel linguaggio solo a lui noto e familiare: il silenzio.

Silenzio per far cessare il tumulto interiore e lasciare che nell’animo si radichi la pace, dono di El Shaddai, il Dio delle montagne. Silenzio per preparare il terreno nel quale penetri la Parola. E nel silenzio lasciare sgorgare la preghiera quale sospiro, lieve moto interiore, nella feconda solitudine di una ritrovata unità e intimità con il Tutto. Nel silenzio sentire che il respiro stesso si fa preghiera, acqua zampillante nel deserto dei giorni rianimati da nuovi amici, mai paghi di sentirmi ripetere: «Tutto quello che è meno dell’Infinito non m’interessa». Nel silenzio percepire il miracolo di ridiventare bambino, segnato da ineffabile sigillo: immagine e somiglianza del Creatore.

E infine, il ricordo dei momenti dolorosi che mi hanno richiesto un cambiamento, non compreso al momento, ma provvidenziale: la morte di chi amavo, le espulsioni dall’Africa, la scomparsa di tanti amici dall’orizzonte vitale che trasformava l’amore umano in sublime preghiera. Volti, tanti volti. Nomi, tanti nomi di persone che affido al Signore, ovunque siano quelli che un tempo, mai invano, amai. E il loro venir meno, e lo scolorare delle loro sembianze, hanno imposto a me un cambio di direzione. Mi hanno obbligato a non “riposare sugli allori”, a cercare nuove persone dalle cui idee, abitudini e lingue ho imparato a gustare la sapienza: «Vivere è cambiare, e si arriva alla perfezione cambiando continuamente». Cambiare, lasciarmi sorprendere dalla musica degli altri, che intonano canzoni con un ritmo diverso da quello che amo, eppure… nuovo, originale, inedito. E dai nuovi amici apprendere linguaggi di un amore che obbliga a leggere la vita in modo diverso da quando avevo dieci, venti, quarant’anni. Amici che mi fanno capire che occorrono molti anni per diventare giovane. Amici che, celata dietro quell’odioso “rispetto umano” (paura di parlare di Dio in pubblico), hanno un’enorme sete di Dio e la consapevolezza che solo con lui si risolverebbero tanti problemi e l’umanità ritornerebbe bambina.

L’infanzia, il deserto e i nuovi amici… Ricordi che metto sulla patena nell’Eucaristia celebrata sul cuore del mondo, tra quelle guglie che riecheggiano le parole della consacrazione, mentre i bucaneve ripetono quali monaci oranti in bianche vesti: «Laudate omnes gentes, laudate Dominum».

Valentino