«Padre, ti supplico: tutti siano uno»

Tra gli stati che mi hanno espulso, la Nigeria è l’unico Paese africano che non ha proceduto a un allontanamento immediato, ma l’ha posposto al termine dell’anno accademico, nel 1978. Ciò non per benevolenza nei miei confronti, ma per evitare che venisse negata la possibilità di conseguire il diploma universitario a circa cinquecento studenti. In quel Paese avevo trascorso cinque anni molto intensi. L’amore che portavo a quella terra di missione, nella mia prima esperienza africana, mi aveva aiutato a superare con serenità il dolore per la lontananza da casa, per i disagi della situazione del seminario in cui spesso si pativa la fame, per le innumerevoli ore d’insegnamento e le notti passate a preparare i corsi. Molti studenti erano più vecchi di me e mi chiamavano “il seminarista bianco” perché condividevo in tutto la loro vita di preghiera e di studio, oltre a sedere alla loro povera mensa, dove tutti mangiavano senza posate dallo stesso piatto.
All’avvicinarsi del forzato rimpatrio, uno studente, prete novello, volle a ogni costo introdurmi alla sua famiglia – che viveva in campagna, nei pressi di Lagos – e fare una festa che potesse mostrare, almeno un poco, il suo riconoscente affetto nei miei confronti.
Il padre era poligamo, appartenente alla religione tradizionale yoruba. Sua madre, la seconda moglie, era cattolica. Aveva una ventina di fratelli, stupendo mosaico delle religioni cristiane presenti in Nigeria, che allora viveva un periodo di grazia dopo la terribile guerra del Biafra e prima che iniziassero le grandi tensioni tra musulmani e cristiani.
Fui accolto con il fasto dei riti tradizionali: lavanda dei piedi, rito del tè, introduzione a tutti i membri della famiglia, canti e danze a volontà. Al centro del cortile c’era una giara contenente birra locale (ricavata dalla fermentazione del mais) e tante cannucce. Tutti i presenti bevevano insieme, nello stesso momento, mettendo ciascuno le proprie tempie a contatto con quelle del suo vicino.
Una luna piena e un grosso falò rendevano ancora più magico l’ambiente, animato da giovani corpi che si esibivano in sfrenate danze, roteando accanto a me per coprire la goffaggine dei miei movimenti.
Nessuno dei presenti mostrava fretta di voler cenare o pregare, convinti che «quando Dio creò il tempo, ne creò tanto»… finché il mio alunno propose la celebrazione dell’Eucaristia, nel cuore della notte. Stupendi i canti, al ritmo dei tamburi e di ogni oggetto che potesse emettere un suono. Interminabili le preghiere spontanee. Calorosi gli abbracci di pace.
Al di là delle leggi canoniche, il giovane prete distribuì a tutti l’Eucaristia, a cominciare da sua madre che, non per colpa sua, era stata data in sposa a un poligamo. Quanto ai fratelli, tutti ricevettero Cristo, nel quale credevano con viva fede, al di là del fatto che uno fosse anglicano, un altro luterano e un altro ancora avventista … Gli Africani hanno una cultura sincretista. Non comprendono la storia delle divisioni tra cristiani e si dicono convinti che – nonostante il proliferare delle sette – quando si arriverà all’unità dei credenti in Cristo, ciò avverrà grazie a loro, per la loro capacità di tollerare tutto e di perdonare chi ha portato nel Continente Nero un Cristo diviso, con una tunica dilacerata in mille e mille parti.
Al termine della messa condivisi alcuni pensieri, legati alla preghiera spontanea del mio amico: «Signore, ti supplico di non portare mai via dalla mia famiglia la sua povertà e la sua dignità. Possa essere Tu la sola sua ricchezza».
Innanzitutto, lodai il Signore perché mi aveva fatto capire di non essere passato invano nella vita di quel mio studente, per il quale Cristo era l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine, il senso del vivere e la meta cui tendere. Resi grazie per quella esperienza ecumenica, quel trovarsi insieme come fratelli che abbattono subito le barriere e cercano quello che unisce e non ciò che divide. Lodai quel Gesù che ha passato notti in preghiera per quelli che avrebbero creduto nel suo nome e pure durante l’ultima cena, con insistenza, ha supplicato il Padre perché tutti fossero una sola cosa in Lui. Quel Gesù che ha implorato l’Amante per eccellenza perché il mondo potesse credere, proprio grazie all’amore vicendevole dei credenti nel suo nome.
Amore che, per poter avere le caratteristiche presentate da Cristo nel Discorso della montagna, deve nascere da cuori staccati dai beni della terra. Da cuori poveri, vale a dire, svuotati da tutto ciò che è effimero, caduco e illusorio, per essere ricolmi di sguardi umani, di aneliti divini, di realtà che durano eterne.
Se una persona non è povera, non può amare, né pregare. Non può amare: solo i poveri capiscono i poveri e…li aiutano. Non può pregare: se la preghiera è mandare e ricevere onde d’amore, può pregare solo chi si svuota del proprio egoismo per fare posto dentro di sé a Dio e agli altri.
Ed ecco davanti a me, in quella luminosa notte africana, una famiglia unita nel nome di Dio, cercato non tanto nell’alto dei Cieli, quanto nell’implorazione d’amore del proprio fratello. Un Dio presente in quel Pane spezzato e condiviso tra noi, oltre che nella sua Parola.
Tra le letture bibliche che avevamo fatto durante la messa, commentai la prima lettera di San Paolo ai Corinzi: «Fratelli, il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero; coloro che piangono come se non piangessero; coloro che godono come se non godessero … perché passa la scena di questo mondo». L’Apostolo, dopo aver messo in guardia i credenti contro la sfrenatezza dei costumi, raccomanda loro di non attaccarsi ai beni del mondo presente, perché sono destinati a scomparire. Tutto passa. Tutto è effimero. Tutto è vanità. Tutto… tranne il desiderio di essere trasformati in Cristo, vivere di Lui, fare nostra la sua vittoria contro il limite, il peccato e la morte.
«Quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero». Gli Africani, vittime di tanti mali, sanno vivere un’esistenza migliore di quella degli Occidentali: sanno mettere Dio al primo posto perché non divinizzano il partner, non si lasciano soffocare da un amore possessivo, celebrano la loro vita in modo comunitario, convinti che: «Io sono perché noi siamo».
«Coloro che piangono come se non piangessero». Gli Africani, di fronte alla morte di una persona cara, si disperano per tre giorni, poi basta! Dicono chiaramente che quello che è passato è passato. La vita deve continuare, senza far pagare ai superstiti il proprio dolore morale.
«Coloro che godono come se non godessero». Gli Africani, quando hanno da mangiare, ne approfittano all’inverosimile e quando non c’è nulla non si lamentano, anzi, sanno fare dell’umorismo: «Ringraziamo Dio che ha fatto lo stomaco dilatabile…». Godono nell’abbondanza. Quando celebrano una festa, nessuno è escluso. Anche il passante fa onore alla famiglia se si ferma a mangiare anche solo un pugno di riso e ad augurare la benedizione dal Cielo.
Questi motivi fanno prevedere che l’Africa possa diventare il continente in cui avverrà la riconciliazione dei cristiani che, nella preghiera, anticipano il tempo in cui si godrà di “una sola fede, un solo battesimo, un solo Signore, un solo Dio che sarà tutto in tutti”.
Quella notte, nella periferia di Lagos, la famiglia poligama del prete novello mi ha aperto alla speranza di tempi nuovi: al di là dell’espulsione, la Nigeria ha aumentato la mia fede, unita alla certezza che Dio ha in mano la storia e che il suo regno si realizzerà sulla terra. Quando? Lo sa solo Colui per il quale mille anni sono come il giorno di ieri che è appena passato. Colui che gioca nella storia, aiutandoci a trarre il bene anche dal male. Colui che non cessa di pregare: «Padre, ti supplico: tutti siano uno».

Valentino

Commenti

  1. Concetta
    gen 22, 17:56 #

    Oggi più che mai è necessario che “tutti siano uno”, per far fronte a tantissime situazioni, a tantissimi dolori, per risolvere gravi problemi, per condividere la gioia e l’amore… Il giovane neo-prete lo dimostra anche nella sua famiglia: varie religioni,varie usanze ma che confluiscono in un’unica festa che non potevano tenere per sé ma dovevano condividerla proprio perché tutti siamo uno, l’unico corpo… Una bella testimonianza, questa che ricordi, che forse dovremmo re-imparare anche noi, specie qui al sud, da sempre riconosciuti come espansivi, ma che sempre più oggi ci dimentichiamo del nostro essere “uno” chiudendoci nel nostro egoismo sterile…
    Nella mia famiglia c’è una persona che faceva di questo “siano uno” il suo motto, una giovane donna davvero grande con un cuore ancora più grande di lei che donava a tutti indistintamente, una giovane donna che ha vissuto per il marito e per i figli, per tutti i familiari (specie nei momenti di sofferenza e dolore che sono stati davvero tantissimi) e per tutti gli amici come se fossimo tutti una sola cosa… Anche lei faceva una grande festa a casa sua ogni anno, l’unico momento in cui tutti eravamo davvero uno, e nonostante la sua immensa sofferenza fisica, non ci risparmiava mai la sua battuta e il suo bellissimo sorriso accompagnato dalla sua sonora risata… Adesso spero che non ci faccia mai mancare la sua forza, i suoi suggerimenti preziosissimi e che faccia sorridere anche gli angeli lassù, suoi nuovi compagni di viaggio da ieri… Arrivederci zia :’(

  2. silvia
    gen 26, 00:37 #

    Mi chiedo perchè ci racconti ora, nel 2012, un fatto vissuto nel 1978. 33 anni fa, circa. Allora, avevi forse 35 anni.
    Poi, sei stato ancora in Africa.
    Le considerazioni di questa pagina, esprimono l’esperienza missionaria globale. Forse, non solo africana.
    Essere “uno” per noi Cristiani d’occidente, è difficile.
    Se aspettiamo che raggiungano l’unità le gerarchie, le commissioni di studio, i teologi… saremo divisi in eterno.
    Solo vivendo l’unità di fatto, in pratica, possiamo raqggiungerla.
    Qui a Padova, c’è in centro una Chiesa Cristiana Evangelica: vi entro talvolta. Se c’è una liturgia in corso, viene sempre qualcuno ad accogliermi.
    Nella Chiesa Parrocchiale, quando possiamo partecipare all’Eucaristia, oltre lo “scambio di un segno di pace”, freddo e anonimo, non c’è contatto né comunicazione: volti noti ma …così è difficile anche pregare!
    Alla “Comunione”, manca qualcosa di essenziale. Poca comunione in Chiesa. E fuori?
    A Natale, nella Parrocchia di nostra figlia, s’è fatto il “concorso presepi”.
    Le nipotine, hanno chiesto di far partecipare anche il presepio fatto – insieme con loro – in casa dei Nonni.
    Il Parroco ha opposto: ma è di un’altra Parrocchia!
    Non siamo ancora abbastanza poveri.
    Abbastanza liberi.
    La famiglia poligama del Prete novello.
    Ci possiamo arrivare?

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