Perché «l'amore scaccia ogni paura»

«Sabbia, tanta sabbia e granchi che escono timorosi dai loro buchi. Un gabbiano solca il vento, rotea su se stesso, plana e afferra un piccolo crostaceo col becco appuntito». Così mi scrive una giovane amica, chiedendomi una ragione per sperare. Teme di correre il rischio di finire colta al volo da un gabbiano. Non è scandaloso illudere i giovani al sogno di una vita libera, quando essi rischiano ogni momento di essere annientati? È possibile vivere tutta una esistenza sotto la sabbia? Nessuno si accorge della paura che attanaglia il ventre di tanti giovani, che trascorrono tutto il giorno in un rumore programmato onde evitare il pericolo di pensare al domani?
 
Quando si vive in un contesto di crisi, di paure, d’incapacità di guardare al futuro, non ci sono molte alternative per l’uomo di fede. Deve parlare della speranza come scandalo e scommessa, sfidando l’uditore: «Tu sei vecchio come il tuo pessimismo e giovane come la tua speranza».
 
Questa virtù è paragonabile ai piccoli fiori che, benché nascosti tra le rocce e quasi invisibili, imbalsamano l’aria e annunciano prossima la primavera. La speranza è la meno “celebre” tra le virtù teologali, ma è la più preziosa: chi la possiede vede già la spiga di grano nel chicco che marcisce.
 
Inquieti, molti giovani cercano chi dia loro un anticipo di fiducia, li aiuti a sognare e li sproni a progredire. Hanno bisogno di un varco di luce che illumini le loro profondità, tolga l’angoscia e inciti al cammino. Senza speranza si spegne il gusto di vivere, di cercare e di amare. Vita, ricerca e amore, per chi crede in Dio, hanno un nome: Cristo, venuto al mondo per rivelarci il volto del Creatore.
 
Si divertì Dio a creare il mondo che, al termine di ogni sua giornata lavorativa, vide bello. E quando creò l’uomo, lo vide molto bello. “Tob”, dice il testo ebraico, per indicare che il mondo e l’uomo erano contemporaneamente belli e buoni. Nel creare l’umanità, Dio pregustava il momento in cui avrebbe gioito nel restare con i figli dell’uomo e nel danzare con loro:

«Il Signore tuo Dio in mezzo a te
è un salvatore potente.
Danzerà di gioia per te,
ti rinnoverà con il suo amore,
si rallegrerà per te con grida di gioia
come nei giorni di festa» (Sof 3,17-18).
 
Per millenni, l’umanità visse nella speranza di accogliere in sé il più bello tra i suoi figli: il Messia. E quando giunse la pienezza dei tempi, Egli comparve tra la sua gente come uno di noi, animato dalla speranza di aprire il cuore dell’uomo a grandi ideali, mentre viveva con amore le piccole realtà di ogni giorno: «Camminava in mezzo a noi facendo del bene» ( At 10,38). La sua Buona Novella è permeata di gioia: non siamo venuti al mondo per soffrire, ma per amare; non per sognare un cielo lontano, ma per creare il Regno qui, su questa terra; non per lavorare come bestie, ma per ritrovare gioia nel cantare ogni giorno le lodi al Creatore.
 
Nietzsche, nella Gaia scienza afferma: «Non crederò mai in un Dio che non sappia danzare». Il Dio della Bibbia non solo vuole danzare, ma vuole danzare con noi, insegnarci nuove danze: «Hai mutato il mio lamento in passo di danza…» (Sal 30,12).
 
Sì, è un dovere danzare, divertirsi e giocare. Ma che cosa dire di chi vive in condizioni disumane, di chi è stato tradito nell’amore, di chi non riesce a vedere un futuro per sé e per i propri figli? Non hanno il diritto, queste persone, a un’esistenza degna di essere vissuta? Rispondo riassumendo a senso una poetica riflessione del vescovo don Tonino Bello: Il parcheggio del Calvario.
 
Uno scultore di Molfetta aveva donato un grande crocefisso di terracotta al Duomo vecchio della sua città. Il parroco, forse in attesa del giudizio della Commissione delle Belle Arti, lo addossò alla parete della sagrestia e vi appose un cartoncino con la scritta: “Collocazione provvisoria” Don Tonino vide in quel cartoncino un qualche cosa d’ispirato e pregò il parroco di non rimuovere più il crocefisso e di lasciarvi sempre affisso quel cartoncino. Per il compianto vescovo di Molfetta non c’era formula migliore per definire la croce: collocazione provvisoria. Ogni croce è provvisoria. Per ogni persona che soffre, noi possiamo avere parole di speranza: «Coraggio, tu che sei inchiodato a una carrozzella». «Fatti animo, madre che hai partorito un figlio focomelico». «Non disperare, tu che giorno dopo giorno sei divorato da un brutto male»… Coraggio: la croce è solo “collocazione provvisoria”, quand’anche dovesse durare tutta una vita. Il Calvario non fa parte delle zone residenziali. Sul Calvario, duemila anni fa, le tenebre durarono solo da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio. E il fiume delle lacrime umane scorre solo entro questo spazio di tempo: tre ore, anche se paiono eterne. Si può sostare sul Golgota solo da mezzogiorno alle tre, dopodiché c’è “divieto di parcheggio, con rimozione forzata di ogni croce”.
 
In un mondo spesso rattristato da notizie negative, la speranza ha un compito ben preciso: accogliere la grazia e organizzare la gioia. Molte persone vivono il cristianesimo come impegno e pensano di assolverlo con coscienziosità perché non sorridono, si sforzano di osservare comandamenti e precetti, si mortificano, cercano di farsi carico di tutte le sofferenze della terra… Non è questa l’essenza del cristianesimo. Cristo è venuto per farci dono di se stesso, della “grazia”: vale a dire, della sua amicizia. È venuto per organizzare la nostra speranza in una comunità che cerchi il bene comune, perché: «La disperazione è individualista. La speranza è comunione» (Benedetto XVI). È venuto tra di noi a portare l’amore. Un amore che deve cominciare da noi stessi.
 
E noi amiamo noi stessi, la vita e gli altri (primo tra gli altri, Dio) quando percepiamo il bisogno di non separare il piacere dal dovere; quando il lavoro, lo studio e la preghiera sono affrontati come se fossero “un gioco”; quando la speranza fa da direttore in una orchestra in cui tutti i suonatori mirano a creare una divina armonia, una “sinfonia” (parola greca, che significa: andare d’accordo nel creare armonia).
 
La speranza organizza la nostra gioia nel mostrare la perfetta simbiosi tra fede e storia, tra divino e umano, tra intelligenza e cuore, tra cervello e mani: il tutto vissuto come una festa e come un gioco. La speranza organizza la gioia quando addita nel gioco la possibilità di un godimento estetico, di una creazione di rapporti ludici, di un tessere relazioni di ospitalità nei confronti di persone sole o bisognose d’essere distolte da situazioni penose. In questo contesto si comprende come ci debba essere un’educazione alla gioia, non centrata sulla competitività, ma sulla competenza; non sullo sfruttamento, ma sulla gratuità, semplicemente perché giocare è bello. Perché “La vita è bella”, come magistralmente ci ha insegnato Roberto Benigni, in quel film che meriterebbe di essere giudicato “il quinto Vangelo”: quel papà che introduce il figlio alla speranza, aiutandolo a trasformare il campo di concentramento in un campo da gioco…
 
Il campo di concentramento: emblema di ogni miseria, luogo simbolo di paura mortale. Eppure anche in quella situazione, se sboccia anche solo un timido amore, pure il fango comincia a brillare, inondato da un raggio di luce. Perché, come San Giovanni ci ha insegnato, «l’amore scaccia ogni paura». Ritorniamo sempre sugli stessi argomenti che Benedetto XVI, instancabilmente, ripropone all’umanità: la fede è indispensabile per capire il senso della vita. Grazie alle fede nutriamo la nostra speranza di vedere giorni migliori, perché la storia non è in mano al caso, ma a Dio. Fede e speranza(tolto: poi) sfociano nell’amore che, a sua volta, diventa il mezzo insostituibile per aumentare la fede e dare un corpo alla speranza, mentre ci fa vivere come se vedessimo l’Invisibile.
 
Ecco, all’amica che teme di essere come un piccolo crostaceo che scompare nel becco di un gabbiano non trovo una risposta diversa da quella del Papa: «Avere speranza non significa essere ingenui, ma compiere un atto di fede in Dio, Signore del tempo, Signore anche del nostro futuro». La fede aiuta a trasformare la crisi in opportunità. Parlando al Corpo diplomatico accreditato alla Santa Sede, all’inizio del 2012, Benedetto XVI ha cercato di leggere quanto sta capitando nel mondo come un provvidenziale segno per cambiare stile di vita e vedere il presente con fiducia, con gli occhi stessi di Dio.
 
Non ha avuto paura a parlare di una crisi dagli sviluppi «gravi e preoccupanti», che ha colpito non solo le economie più avanzate, ma anche i Paesi in via di sviluppo. Una crisi che ci impone di «riprogettare risolutamente il nostro cammino», così che diventi «sprone a riflettere sull’esistenza umana e sull’importanza della sua dimensione etica»; e a farlo a partire dai giovani, particolarmente colpiti dagli «effetti dell’attuale momento di incertezza».
 
La sua analisi non si è limitata a mettere in risalto i momenti difficili, quanto quelli positivi. Ha voluto proiettare i cristiani e gli uomini di buona volontà verso il futuro, indicando le priorità di un impegno che chiama tutti a un coinvolgimento operoso: «Non dobbiamo scoraggiarci, ma riprogettare risolutamente il nostro cammino, con nuove forme d’impegno… per darci nuove regole che assicurino a tutti la possibilità di vivere dignitosamente e di sviluppare le proprie capacità a beneficio dell’intera comunità».
 
Di fronte alle ombre che oscurano l’orizzonte del mondo di oggi, nel discorso per la Giornata Mondiale della Pace ha invitato tutti ad assumersi la responsabilità di educare i giovani alla verità, ai valori, alle virtù e a guardare al futuro con speranza.
 
E il futuro non farà paura a chi è animato da «una fede che si rende operosa per mezzo dell’amore» (Gal 5,6).

Valentino