Il mio irraggiungibile modello

Aci S. Antonio, Acitrezza, Acireale… Paesi che nascono, muoiono e risorgono con l’Etna. Il vulcano crea una terra e forgia il carattere della sua gente, bella e imprevedibile, entusiasta e rassegnata, tumultuosa e sconcertantemente silenziosa, proprio come l’Etna. Lo contemplo prima dell’alba. La lava fluisce lenta nella Valle del Bove, simile a una possente mano rossa che accarezza e terrorizza chi in essa vede una provvida presenza o un lugubre presagio. Boati. Buio prima dell’alba. E quei rivoli rossi che rimandano a una terra che è vita, ma sanguina come il costato di Cristo in croce. La cima del monte è innevata. Piano piano l’alba le dà forma, colori e bellezza. E quando dal mare spunta il sole, uno stupendo arcobaleno corona il vulcano, quasi a significare i tempi primordiali, il patto tra Dio e Noè: ci sarà pace!
Arricchito da queste immagini, m’avvio verso la chiesa madre di Aci S. Antonio. Un clacson attira la mia attenzione. Da una piccola automobile scende un giovane che mi abbraccia: «Grazie, padre, per la conferenza di ieri sera. Mi è piaciuta la sua battuta: “La società dà la pillola del giorno dopo e non la saggezza del giorno prima”». Gli chiedo dove stia andando ad attingere la sapienza e, saputo che è diretto alla basilica di S. Sebastiano di Acireale, mi propongo di unirmi a lui in preghiera.
Perché questo giovane senza lavoro sente il bisogno di invocare quel martire? Perché si aggrappa a lui e non a Cristo? Che cosa l’attira verso quel santuario?
«La coerenza, il coraggio e la costanza di S. Sebastiano. Io sono tiepido, non sto facendo molto per la mia fede e sono come i fuochi d’artificio, che stupiscono per un attimo e poi ti lasciano più vuoto di prima». Lo affascina il fatto che S. Sebastiano fosse un giovane bello e tutto d’un pezzo. Vuole pregare per diventare anche solo un po’ simile a lui, in un tempo in cui i giovani hanno tanto bisogno di testimoni della fede. Testimonianza e coerenza: «Dio è buono e perdona sempre. S. Sebastiano no… Quando penso a lui sento la coscienza sporca. È lui il mio irraggiungibile modello».
Interessante questo fenomeno – tipicamente orientale, bizantino – di identificarsi con un santo, la cui statua è celata nel santuario ed è visibile solo una volta all’anno. Ciò crea il senso del mistero, aumenta il desiderio dell’incontro e rende sempre più fervida la preghiera alla vista del simulacro che non rappresenta, ma “è” il santo venerato.
Mentre ci aggiriamo nella stupenda basilica, una dolce nenia natalizia ci attira verso il presepe che riproduce uno squarcio della Napoli del settecento. Volti, attività e costumi sono parti vive di una città affollata, rumorosa e variopinta, in cui armoniosamente si fondono il sacro con il profano. La capanna di Betlemme ha come cornice i resti di un tempio greco per sottolineare il trionfo del cristianesimo sulle rovine pagane. Vicino al Bambino Gesù, coloro che hanno accolto subito la Buona Novella. Poi c’è il pastore che dorme, indifferente al grande annuncio. Il pastore pieno di meraviglia, che nel Bambino scopre la divinità. C’è lo zampognaro, il mendicante, lo scettico. C’è tutta la corte dei Magi: diverse razze, tutte accolte e valorizzate dalla sacra Famiglia. Il presepe è diviso da un fiume, attraversato da un ponte che unisce la sacralità della grotta e la profanità di un mondo in cui tutti offrono di tutto al viandante .
Il fiume. Il ponte… Chiedo al mio giovane accompagnatore da quale parte egli stia. Scontata la risposta: «Dove c’è S. Sebastiano».
Con questo continuo riferimento al Santo, a chi non interesserebbe sapere qualche cosa della sua vita e di come, dopo diciotto secoli, possa esercitare tanto fascino sui suoi fedeli? Perché una memoria così viva da portare un giovane a identificarsi con un martire dei primi secoli del cristianesimo? Che cosa ha spinto gli Acesi a creare una così stupenda basilica, privandosi a volte del pane per rendere bella la casa del Santo? E come non considerare “miracolo” quella pietà popolare che ha saputo conservare e trasmettere la fede del martire, in modo da renderlo vivo, attuale e attraente anche alle nuove generazioni, quale raggiungibile modello?
Quel Dio che si è fatto uomo non è geloso del culto che si attribuisce a un santo. Tutto accoglie. Tutto valorizza. Tutto salva. Suo grande intento strapparci dal nulla e immergerci nel Tutto, come mirabilmente David Maria Turoldo canta:

“Non abbiamo, uomini, altra
via a salvarci che prendere
coscienza di ciò che siamo,
 
e confessarlo l’uno all’altro
e gridarlo ai quattro venti
davanti all’universo,
 
con decisione, e umilmente
confidando nella pietà
di tutte le creature,
 
e insieme credere che questo
nostro disastroso nulla
impegna lo stesso Iddio
 a intervenire.”

Valentino