Abidjan, 19- 20 novembre 2011

Non guardare ai problemi ma alla vita

Ora dopo ora procedo nella notte, gustando le voci del vento e le varie sfumature dei silenzi. Il giorno è stato un continuo alternarsi di svariati cinguettii di uccelli che mutavano ritmi e toni del loro canto a seconda del rapido mutarsi del cielo, ora sereno, ora scuro, ora azzurro, ora plumbeo, con improvvisi acquazzoni, quasi diluvi.

Sto attendendo la nascita di un nuovo giorno, nella certezza che tutto ancora una volta si ricreerà: torneranno gli uccelli a fondere i loro canti alle voci di una natura in festa per salutare il rianimarsi della città con i suoi mai paghi amori.

Pure io saluterò i partecipanti al corso di formazione: torneranno nelle loro città, portando con sé alcune delle mille e mille parole con le quali ho cercato di parlare dell’Ineffabile.

Questi formatori… alcuni sono miei ex alunni, ora professori. Anche per loro “è fiorito il mandorlo”. Ed è gioioso e triste vedere il passare de loro anni, l’avanzare della loro calvizie e i loro visi ondulati dalle prime rughe. Gioioso e triste come il sole che ieri sera infiammava per pochi istanti le nubi, e mentre moriva all’orizzonte andava a rischiarare altre terre, in festa per la solennità di Cristo re dell’universo. Gioioso e triste stare con loro alcuni giorni, cosciente che nessuno di loro mai più mi cercherà, fino a che la Provvidenza di nuovo ci faccia incontrare, per risolvere nuovi problemi.

Lo sconcertante silenzio di questo momento della notte m’invita a riflettere quanto fluttuanti e vani siano i miei sentimenti, sciocche le mie paure, falsi i miei presentimenti.

Non avevo proprio voglia di venire in Costa d’Avorio: guerra civile, problemi economici, tribalismo e tanti altri mali che si snodano come una catena del rosario. In più mi creava qualche problema il fatto di venire qui, nella nuova veste di inviato dalla Santa Sede, con onori che non mi dicono nulla e con responsabilità che mi sembrano eccessive.

Eppure in questo Paese avevo e ho tanti ricordi. E non posso nascondere quel pizzico di curiosità che è legata alla volontà di verificare se ho seminato invano, se è fiorita o morta la palma che simbolicamente avevo piantato, la prima volta che ero arrivato al seminario di Anyama.

Dopo venticinque anni sono cresciute tante palme sì che non so riconoscere la mia. Quanto ai semi sparsi, forse la fioritura è andata al di là delle mie speranze. I formatori mi esprimono così la loro gioia di vedermi: “Sei ancora quello. Pensavamo che Roma ti avesse inquadrato, invece hai ancora quella carica umana di prima e sei più libero e liberante di noi”. “Credevamo che fossi stato mandato per controllarci, invece sei il fratello maggiore”. “Quand’eri con noi parlavi del maestro di vita, ma noi ti volevamo bene non come maestro, ma come testimone”.

Cinque dei miei ex alunni sono vescovi. Tre di loro sentono il bisogno di parlarmi, di confrontarsi e di raccontarmi la loro storia. Il primo viene da una famiglia animista. Da bambino pregava, assieme ai genitori, gli spiriti ancestrali quando veniva il momento della semina, della raccolta e del sacrificio annuale. A dieci anni ha incontrato un missionario: pelle bianca e bianco il vestito. Bianca la barba venerabile. Sguardo intenso e una sola parola: “Vieni”. In seminario si “scandalizzò” all’idea che i futuri preti mangiassero tre volte al giorno, perché a casa sua si mangiava solo alla sera. E’ diventato prete e, dopo dieci anni di ministero, ha battezzato i suoi genitori… Avendo studiato in Italia, mi supplica di far capire agli Italiani che la Chiesa è universale. Ogni prete e ogni cristiano deve sentirsi ovunque a casa sua. Non importa che in Italia ci siano molti preti: gli Africani porteranno a noi quella giovinezza, di fede e di entusiasmo, ormai persa nei paesi ricchi. Porteranno un supplemento di vita, come ha detto ieri il Papa nel Benin, presentando l’Africa come la terra della speranza.

Il secondo vescovo ricorda i suoi primi anni in seminario: la gioia di poter mangiare, perché a casa sua c’era la possibilità di un solo pasto, un giorno sì e un giorno no. Ora egli è diventato mistico: trova la fonte della sua spiritualità nel “mangiare” la Parola e nel guardare il mondo con occhi positivi, con lo sguardo stesso del Signore: “E vide che tutto era bello e buono”.

Il terzo vescovo… Raymond. Era il migliore dei miei studenti. Ogni settimana mi mostrava una sua poesia. Mi voleva bene. Pregavamo tanto assieme. Apparteneva alla congregazione di Don Orione, e questo gli dava la possibilità di essere al di sopra delle regole del seminario: poteva lavorare con me, nel produrre scritti per le varie ore di lezione. Proveniva da una famiglia poligami: aveva sessanta fratelli. A lui non mancava il pane, né la fede, né la capacità di amare.

Appena l’ho visto mi sono inginocchiato davanti a lui, riconoscendo la sua dignità episcopale e ciò ha fatto scatenare un applauso in quanti mi riconoscevano nella veste di suo professore ed ora inviato del Papa. E l’applauso è stato ancora più forte quando la gente ha visto come egli mi abbracciava. Notando i suoi sentimenti, non ho potuto tacere: “E tu sei diventato vescovo senza farmelo sapere!”. Risposta: “Mi occorreranno due anni per accorgermi che sono vescovo”. L’incontro è stato una festa. E si è concluso con un patto che il prossimo anno starò almeno un mese con lui, per predicare tre esercizi spirituali e scrivere assieme qualche libro per ridare speranza al vecchio mondo occidentale, “perché il sorridere alla vita, anche quando tutto va male, dilata gli orizzonti della speranza”. Mi lascia partire regalandomi una citazione di Victor Hugo: “Uomo, non temere! La natura conosce il grande segreto, e sorride”, e una sua preghiera: “Vieni Signore. Noi ti supplichiamo. Il grido degli oppressi risuona più della tua voce, che si fonde con il canto del pellicano. Vieni, Signore Gesù, noi ti invochiamo. Vieni nella nostra vita. La gioia abbandona il cuore degli uomini. Donaci tu il tuo fuoco d’amore”.

Quando sto allontanandomi, mi richiama, per un altro abbraccio e per sussurrarmi: “Non guardare ai problemi, ma alla vita”.

Interessante anche l’incontro con il cardinale Agré. Mi aveva invitato venticinque anni fa nella sua diocesi (Man) per una serie di incontri sull’antropologia culturale. Mi aveva ascoltato con attenzione. In pubblico mi aveva elogiato. Ma in privato mi aveva detto che era eccessivo il mio entusiasmo per la cultura africana: “Tu non sai, Valentino, la paura che attanaglia il nostro ventre e che cosa si nasconde dietro tante danze”.

Naturalmente gli chiedo se, dopo tanti anni, ritenga ancora che i suoi connazionali siano vittime di questo sentimento che fa vivere male. “Ora – sussurra – è peggio di prima. Ma la paura non è più solo nostra. Anche voi occidentali avete paura di tutto e di tutti”. “E come si vince la paura?”. “L’amore scaccia ogni paura, ci ha insegnato S. Giovanni. E io preciso: l’amore di Dio. Solo lui è la forza di superare ogni male. Senza di lui non c’è altro che angoscia”.

Il cardinale ha ottantacinque anni. Come tutti gli Africani e tutti gli anziani ha bisogno di parlare tanto e, pur di non lasciarmi andare, tira in ballo non solo la salute dell’anima, ma anche quella del corpo. Mi supplica di fare ginnastica, respirare profondamente, curarsi con le erbe e con l’omeopatia. Mi dà tre bottiglie di acqua depurativa, una bottiglietta di olio ricostituente, un mazzo di erbe per fare infusi…

E poi torna a parlare del Paese: “E’ stata tragica la guerra civile. Le statistiche ufficiali parlano di tremila morti ammazzati, ma sono molti di più. Noi abbiamo mobilizzato tutti i cattolici perché pregassero senza interruzione. Stavamo in chiesa, giorno e notte, davanti al Santissimo sempre esposto, mentre i soldati continuavano a sparare. Se la guerra è terminata, non è stato per l’intervento dell’ esercito, ma per la preghiera incessante, soprattutto alla Madonna. La preghiera è la cura più sicura per tutti i nostri mali. Servono anche le mie erbe, ma dopo aver pregato”.

Valentino

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