Stone Town,

Per conquistare il mondo con la croce

Mi ero innamorato del Pakistan quando nel 1985 insegnavo nel seminario di Karaci ad un centinaio di studenti di teologia: sguardi che mi ospitavano e suggellavano la silenziosa comunicazione con un sorriso. Era bello quell’attardarsi con giovani universitari che, una volta salutati, m’invitavano a bere il té, accompagnato da riso dolcificato dalla noce di cocco. Mi introducevano alla loro cultura e mi aiutavano a tradurre brani del Corano dall’arabo all’inglese.

Karaci: armoniosa nel caotico groviglio di corpi trasportati dai risciò, in mezzo a macchine che procedevano al ritmo dei clacson, in una città inondata di profumi, puzza, incenso, fumo del fuoco per i cibi preparati ai bordi della strada, fumo delle vetture mille volte riparate, e fumo… di marijuana! L’entusiasmo di quella esperienza, culminata con l’incontro di Madre Teresa di Calcutta, mi aveva indotto a scrivere un libro che, probabilmente non rispecchia più quanto là ora sta capitando: “Pakistan, a people in preyer”. Un popolo che prega. Un popolo costituito per il 97% da Musulmani.

Dopo tanti anni faccio una nuova esperienza in un altro paese islamico, con più del 99% di musulmani: lo Zanzibar. Per di più nel periodo più “caldo” e culturalmente più vivace dell’anno: il mese del ramadan. L’isola ha una cultura prevalentemente araba. Ha quasi nulla dell’Africa. La capitale, Stone Town è una baraonda organizzata per indurre i turisti a comprare tutto e…, a volte, tutti. Non c’è un momento di silenzio, soprattutto di notte. Le strade sono invase sempre da bambini e ragazzi, guidati dai canti e dai suoni di giovani esibizionisti. Sono di moda i rasta. Innumerevoli i Masai che dalla Tanzania e dal Kenya, con i loro variopinti mantelli e le loro innumerevoli collane, vengono qui a pavoneggiare, posare e danzare soprattutto – si dice – per le donne italiane. Oltre al kiswalili e all’inglese, Masai, commercianti e taxisti, s’ingegnano a parlare l’italiano: “Ciao, amico! Io conosco luogo con pizza proprio italiana, molto buona. Hacuna matata!”. Ed è così che, anziché gustare il riso condito con le rinomate spezie locali, non pochi italiani vanno a mangiare la pizza e non cercano di capire e di gustare la cultura della gente, assieme ai suoi problemi.

Problemi: dai quarantacinque ai duecento studenti per classe nelle elementari. Si può passare alle superiori senza sapere leggere e scrivere l’inglese, lingua ufficiale per le superiori. Povertà che induce non pochi a perdere anche la dignità, pur di racimolare un po’ di soldi. Religione che invita sì a pregare continuamente, ma non aiuta ad elevare il livello culturale della popolazione.

Questa sera, al tramonto, alcuni giovani dopo avermi studiato per un po’ di giorni, incuriositi dal fatto di vedermi sempre da solo a leggere il breviario e a scrivere, mi hanno accostato per pormi alcune domande, prima a carattere personale e poi legate alla mia professione. Tra le tante, una mi ha particolarmente stimolato a riflettere: “Anche Maometto – il suo nome è benedetto nei secoli – stimava il profeta Gesù. Questi come ha fatto a conquistare il mondo e a diventare famoso?”.

“Conquistare”: parola grossa e ambigua se riferita a quel Dio che si è fatto uomo per salvare il mondo con la croce. La domanda un po’ mi spiazza. Qualche istante di silenzio, durante il quale mi torna in mente la grossa faccia perplessa del mio professore di greco che, quando qualcuno esitava, lo mandava al posto sillabando: “Gravemente impreparato!”. E poi quella di mia mamma: “Prega lo Spirito Santo, ti illuminerà per dare la risposta giusta”. E respirando profondamente quello Spirito che soffia dove vuole e come vuole, cercando parole semplici, balbetto alcune idee.

Gesù non ha cercato di conquistare le persone, ma di vivere bene, di volere bene a tutti, di passare in mezzo alla gente facendo del bene. Appena concepito, sua Mamma, Myriam, si è nascosta per tre mesi su una montagna, dove aiutava una donna anziana, lei pure incinta. Quando stava per nascere Gesù, nessuno voleva ospitarlo: tutte le porte di Gerusalemme si chiudevano, così il Figlio di Dio è nato in una stalla. Tre astrologi sono andati a cercarlo, e gli hanno creato problemi: re Erode, non sopportando l’idea che ci fosse un altro re nella sua terra, fece ammazzare tutti i bambini coetanei di Gesù. Questi, non accettato nella sua patria, divenne un emigrato in Africa. Profugo per tre anni. Povero Giuseppe: si trovava tra le braccia colui che nutre gli uccelli del cielo e i pesci del mare e lui faceva fatica a procurare il cibo per il “suo” Bambino! No! Gesù non ha cercato di conquistare il mondo: ha fatto silenzio per trent’anni. Ha girato per tre anni la Palestina, senza possedere un sasso su cui posare il capo. Per tre giorni ha agito da Sacerdote. Per tre ore ha agonizzato in croce. Per tre giorni è stato nel sepolcro…

“Ma poi è tornato ancora in vita – dice una ragazza che ha studiato nell’asilo e nelle scuole gestite dai preti cattolici (una ventina in tutto il Paese, che supera il milione di abitanti) – È tornato in vita e ha preparato la strada per il grande profeta Maometto, il cui nome è benedetto nei secoli”.

Nello Zanzibar è inutile – oltre ad essere proibito – fare proselitismo. Tramontato il sole, brilla stupenda in cielo la luna piena, alla quale salgono da innumerevoli minareti le preghiere che annunciano la fine del digiuno “Allah-u-akbar”. Rispettosi, i miei interlocutori mi lasciano stringendomi la mano e assicurandomi che mi vedranno domani, se Dio vuole: “Inshallah”.

Valentino