Ouagadougou, 10 Settembre 2011

Qohelet, anche tu parola di Dio?

Sull’aereo da Parigi a Ouagadougou siedo accanto ad un Burkinabé: nero come il carbone, capelli rasati, viso radioso che sembra fatto per attirare tutti i raggi del sole. Sole, principale fonte energetica quando lo stomaco è vuoto!

Continua a sorridere e ha una voglia matta di parlare: “Lei scrive tanto e io non sono capace di leggere e di scrivere! Prima di arrivare a Ouagadougou, mi aiuta a compilare i moduli d’entrata nel Paese?”. E mi racconta la sua storia.

Ha trentasette anni. Ha sposato, sei anni fa, una ragazza di diciotto anni e subito hanno avuto una bambina. Per poterle dare un futuro e avere altri figli, ha deciso di cercare lavoro all’estero. Senza passaporto, senza un impiego, senza sapere dove rifugiarsi, è arrivato a Napoli, dove ha fatto il “commerciante”. Vendeva scampoli di stoffa sul marciapiede. Poi è passato in Francia e infine in Belgio. Problemi su problemi, affrontati con un sorriso così bello che potrebbe ispirare un pittore a dipingere la trasfigurazione di Gesù sul Tabor. Man mano ci avviciniamo al suo paese, dimostra una gioia incontenibile: “Questa notte non dormo. Bevo dieci caffè. Voglio godere fino in fondo, tutto. Mia figlia non mi conosce, ma imparerà presto a volermi bene. Sono suo padre”.

Taci, Qohelet, vano cantore dell’effimero! Tu non conosci la gioia di questo Burkinabé e di tanti Africani che, fin quando restano poveri, hanno chiari messaggi per gli Occidentali: perché costruire una casa se basta il baobab? Perché comperare una coperta se il corpo di una persona ti riscalda durante la notte? Perché ostentare ricchezza quando tutto, in fretta, passa, e tutto è vano?

Qohelet. Ho trascorso una settimana commentando questo libro, durante gli esercizi spirituali a Ronco Scrivia. Lo scarnificante Autore, giudicato ateo da non pochi esegeti, e pure tanto vicino al “mistico” Leopardi, mi ha fatto capire che per arrivare al Tutto occorre passare attraverso l’esperienza del nulla. Pubblicherò quanto ho detto: “Qohelet, anche tu parola di Dio?” (e se qualcuno volesse avere la registrazione delle conferenze, la chieda a Madre Daniela: 333-1383029). Ma soprattutto continuerò a meditare quel testo che, nell’esasperante grido della vanità del tutto, obbliga il lettore a cercare il senso di ogni cosa, ad apprezzare le cose semplici, a distaccarsi da quegli orizzonti umani che ingombrano la mente, lo spirito, la fantasia, così che diventa difficile predisporsi alla assoluta novità di Dio. È lui che dona il silenzio come guardiano dell’anima. Dona la preghiera come fantastico mezzo per ridimensionare ogni problema. Dona una nuova giornata per crescere nell’amore.

Taci, Qohelet, cantore del monotono ripetersi di ogni evento! Ogni alba è nuova. Tutto, sempre, si rinnova. E il tramonto non è simbolo di morte, perché è fatto dalla stessa luce del medesimo sole che lascia una terra per illuminarne un’altra.

E impongo il silenzio a Qohelet, al termine della seconda settimana nel Burkina Faso. Ho visto ben poco del Paese, ad eccezione della capitale, perché mi sono subito immerso nel lavoro: quattro conferenze al giorno, in un clima snervante. Quarantacinque gradi. Questo paese è prevalentemente musulmano: ogni mattina, dalle quattro alle sei, il silenzio è rotto dalle interminabili invocazioni: “Allah hu akbar”(Allah il più grande) e con lo straziante invito “alla preghiera, più dolce del sonno”. E così, tra caldo, zanzare e urla dai mille minareti, quando si può dormire? Questa è una delle terre più povere del mondo. Qui le grandi potenze hanno nulla da rubare. La gioia non è esportabile.

I poveri hanno una grande dignità: non vogliono che mangi con i preti i loro cibi locali. Mi preparano cibi a parte, in una stanza pulita e fresca, perché grande è il senso dell’ospitalità. E nessuno mi ha chiesto soldi per realizzare i vari progetti. Il senso del “pudore” impone ciò.

Pregano bene. E reagiscono bene alle mie provocazioni miranti a stimolare l’impegno per evitare che cadano negli errori commessi da altri popoli, che hanno i soldi, ma non la gioia.

Taci, Qohelet, ignaro dell’incerto confine tra gioia e dolore. E goditi il privilegio di essere stato collocato anche tu nel Sacro Canone, a dimostrazione che nella Bibbia c’è posto per tutti: per chi dubita, per chi è ateo o agnostico, per chi è alla ricerca, per chi sfida il cielo, come Cristo in croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Scarnificante invocazione ad un Dio che si serve della “vanità delle vanità” (la vanità assoluta) per farci approdare al “Cantico dei Cantici”, l’inno a quell’Amore che scaccia il dubbio e la paura, mentre trasforma il “Tutto è vano”, in “Tutto è grazia”.

Valentino

Commenti

  1. Gera Lupo
    set 17, 19:01 #

    Valentino, la storia dei poveri del Burkina Faso mi ha tanto fatto riflettere: essi hanno la gioia che non è vanità; sono capaci di amare e questo amore dà senso alla loro vita vissuta come ricerca di pane per i figli e di dignità… questo amore è il sigillo di Jahweh nella loro vita, è sua fiamma e tenerezza, è più forte della morte!
    Valentino, la storia dei poveri del Burkina Faso mi ha tanto fatto riflettere: essi hanno la gioia che non è vanità; sono capaci di amare e questo amore dà senso alla loro vita vissuta come ricerca di pane per i figli e di dignità… questo amore è il sigillo di Jahweh nella loro vita, è sua fiamma e tenerezza, è più forte della morte..

    Anche noi occidentali, abbiamo bisogno di imparare da loro: – stiamo scoprendo che i soldi risparmiati e investiti sono in fumo… vanità, incertezza, povertà a cui non si è più abituati..
    E’ necessario riscoprire la sobrietà e la cosa più importante, essere in cammino, anche nel deserto, ma con la persona amata!

    - L’usa e getta nell’amore non è amore, forse è solo sesso, è vanità:
    crescere nell’amore significa educare noi stessi e i figli a questa dimensione… amare è dono, ricerca, incontro, attesa….

    -Il razzismo che tanto male produce in noi e nel mondo che ci circonda è vanità: come è splendente di luce l’altro anche se di cultura, colore, religione diverse… se lo vedo come fratello e non come nemico; come siamo uguali gli uomini del Nord e del Sud dell’Italia… se solo sappiamo amare, farci carico delle esigenze dei fratelli…

    Sì, il Qhoelet perde la ripetività dei momenti se tutte le relazioni sono intessute di amore… se si sa rischiare anche la notte, lo scherno pur di incontrare l’AMATO e imparare ad amare!

  2. nuccia
    ott 5, 11:52 #

    Cercavo conforto alla mia solitudine, ho trovato una richiesta di preghiere; va bene preghero’ per il don defunto, ma lei preghi per me che sono nel dolore perche’ ho perso da poco mio marito.Grazie Nuccia

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