Zanzibar,

Preghiera, donne e profumi

Presto al mattino, tra il minareto e il campanile, passeggio recitando il breviario. Zanzibar, isola  delle spezie e dei profumi,con una popolazione  completamente musulmana, è in “festa” per il Ramadan. Il digiuno diurno dà a questa gente l’occasione di trascorrere la notte danzando, cantando e familiarizzando con tutti. I bambini schiamazzano di via in via, facendo eco al cantastorie e al suonatore di tamburo, mentre si aspettano i dolci dalle famiglie più ricche.

Inciampo nel versetto del Salmo: “Let my cry come before you my God” (Giunga a te, Signore, il mio grido) perché, mentre mi sforzo di concentrarmi sulla mia preghiera, il Muezzin, dal minareto, sta gridando la sua – accompagnato dallo straziante ululato dei cani che non sopportano  la voce acuta  magnificata dagli altoparlanti – il prete cattolico sta invitando i ragazzi a cantare più forte, ogni radio sta trasmettendo, ininterrottamente, il canto del Corano…  Tutti si sforzano di invitare Dio a non essere sordo al grido della preghiera. I poveri in questo Paese sono tanti, ma non si lamentano. Basta un pugno di riso, una salsa molto speziata e la salute per gridare, danzando: “Hakuna matata” (non ci sono problemi). Lo ripetono fino all’esasperazione. E, forse, ci credono anche.

È rimasto male un prete locale quando, presentando una serie di problemi sperimentati in Africa, mi sono commosso fino alle lacrime. Mentre un suo collega mi ha ringraziato per aver avuto il coraggio di denudare i miei sentimenti, lui mi ha accostato con una certa perplessità: “Non sei contento? Hai ricevuto tanti doni dal Signore, hai un posto di grande responsabilità, che cosa ti manca?”.
Forse avrei dovuto rispondere: “Un po’ più di fede che dovrebbe  aiutarmi scacciare ogni timore, ogni paura, ogni tristezza”.

La fede! Sempre la fede… Potrebbe sembrare quasi un ritornello, un mantra o un “pass par tout”. Per me invece è quanto mi fa vivere. Ma chi non crede? Chi si affida all’energia degli alberi o ad un impersonale “Qualche cosa che pure deve esistere”, dove può trovare un’intima felicità o per lo meno la serenità?

Fin che si è giovani, forse, si può anche fare a meno di Dio. Apparentemente. Troppo presto per pensare a Dio. Troppo impegnati per aver tempo per Dio. Troppo preoccupati per prendersi il lusso di cercare anche Dio. Poi… quando la fede occorrerebbe sempre di più per poter godere della pienezza degli anni e del dolce tramonto della vita, allora … troppo tardi per cercare Dio!

Chi ferma il tempo? Chi gira la clessidra? E perché cercare altro tempo quando non si sa come ammazzarlo?

Il tempo vissuto con la fede fa già parte dell’eternità. Senza Dio “è vanità delle vanità. Tutto è vanità”. Un giorno senza Dio è come una estate al mare senza sole, come un’insegnante senza alunni, come un innamorato che arde d’amore senza che alcuno se ne avveda.

Un giorno con Dio… è riassunto nello sguardo del giovane tanzaniano, cattolico, che in questi giorni mi fa da tassista. Ha perso la mamma a otto anni. Per sette anni nelle elementari ha perso tempo: in classe con oltre cento altri alunni,  non ha imparato a leggere e a scrivere. Ma a quattordici anni i suoi cugini gli hanno ribaltato la vita. Da loro ha imparato l’inglese. È contento perché: “è sopravvissuto”; ha un lavoro e un sogno; risparmia soldi per potersi sposare e avere tanti figli che studieranno, magari uno di loro diventerà presidente dello Zanzibar. Però, la cosa più bella che darà loro è la fede in Cristo. Se saranno nel bisogno, egli non li aiuterà “per non rubare loro la povertà e la dignità” (“I will never take away from them their poverty and dignity”).

E che dignità ha mostrato questo tassista quando non ha accettato che lo invitassi a pranzo: “Nel ristorante, padre, ci sono tanti giovani europei che si lamentano di tutto. Io m’accontento dei profumi dei loro cibi”. Quest’ultima frase tradisce un po’ di nostalgia per l’islam e, in particolare, per quanto faceva impazzire di gioia Maometto:  la preghiera, le donne e i profumi.

Valentino