Ronco Scrivia, Fine agosto 2009

L’intermezzo della Cavalleria rusticana

Spira una leggera brezza tra i rami contorti di questo ulivo sui quali s’aggrappa una vite, quasi pronta per una vendemmia che nessuno farà. È l’ora del tramonto. Mentre le suore Benedettine della Provvidenza  stanno riflettendo  sul  mio corso d’aggiornamento teologico,  cerco di far tesoro di quanto da esse ho appreso, rivedendo dentro di me,  ad uno ad uno,  quei volti già incontrati per le strade del mondo, in Costa d’Avorio, Burundi, America Latina… Sante donne che spendono la loro vita soprattutto riabilitando bambine  di strada.
Mi sdraio sotto l’ulivo.  Gusto qualche acino di uva nera.  Contemplo il grande sole rosso, immensa ostia dell’universo. Ostia, prolungamento del mio corpo, che consacro a Cristo.

Ed ecco  un soffio di vento mi porta una musica che amavo fin da bambino: l’intermezzo della Cavalleria Rusticana. Rivedo le grandi mani di mio padre al pianoforte, nell’atto di percuotere, insistentemente, il “mi bemolle”. Nove volte. Poi una piccola variante. E di nuovo nove volte quel mi bemolle che ti entra nell’anima, la rapisce, la sconvolge, l’affascina, prima di sfociare, come impetuoso fiume, nella pacata pace dell’oceano.

Papà… Non voleva che io mi sporcassi solo gli occhi d’inchiostro leggendo senza sosta libri su libri. Voleva che fossi disposto a godere un po’ di tutto: la musica, i giochi nel cortile, la partita a carte, il rosario recitato in famiglia, il lavoro nei campi vissuto come un divertimento.

Voleva che nella mia vita ci fosse più armonia, un maestro valido per ogni disciplina e la coscienza di dover lavorare molto nella giovane età, tempo favorevole; tempo di grazia; tempo che non sarebbe più ritornato con quelle potenzialità di apprendimento – intellettuale ed esistenziale – tipiche dei primi anni di vita.
A me e ai fratelli – quando eravamo tentati di sgarrare in qualche aspetto del vivere da lui ritenuto importante – senza alzare la voce, senza rimproveri, pacatamente era solito ripetere:

“Chi nella verde etade ognor trascura
di lodato saper ornar la mente
quando giunge per lui l’età matura
d’aver perduto un sì gran ben si pente.
Cercalo allor, ma trovasi a man vuote.
Potea, non volle. Or che vorria, non puote”.
 
Non c’era bisogno di insistere per allenarmi al “laudato saper” delle letture. Ma per il pianoforte, sì. E mi aveva trovato anche un maestro. Anziano. Scapolo. Capelli lunghi e bianchi. Povero in canna. Dava lezioni per racimolare un po’ di soldi che un suo nipote, sistematicamente, sperperava. Non interrompeva le lezioni neppure per pranzare. Mi fissava l’incontro tra mezzogiorno e l’una…  mentre mangiava pane e formaggio, senza buttar via la crosta. Ogni tanto gli portavo uno stracchino, una bottiglia di vino e un salame, perché papà sapeva che era povero. Quando proprio mi sarebbe sembrato giusto smettere di prendere lezioni, l’unico motivo che mi faceva continuare ad incontrarlo era il bisogno di soldi di quel povero musicista.
 
Un po’ alla volta imparai a suonare l’intermezzo della Cavalleria Rusticana, poi l’Adagio di Albinoni, poi il primo concerto di Tchaicoskij. Poi … basta! Cominciai  a comporre io, senza ubbidire a papà : “Non fare di testa tua. Va dal maestro. E non inventare solo brani in re minore”.
 
E tante, tante altre cose mi diceva mio padre, affinché io conoscessi me stesso e che cosa la Provvidenza s’aspettasse da me.  Lui non demordeva. Pacatamente mi mostrava la bellezza di valorizzare i miei giovani anni e di passare attraverso tutto e tutti per raggiungere la parte più nobile e segreta di me stesso:  un sogno, un amore, un vecchio maestro, una musica, un gioco, un sorriso, mia madre.
 
Ora la leggera brezza tra gli ulivi non mi porta più le note di Mascagni, ma le mille e mille parole dette alle suore Benedettine. Parole che altro non sono che la sbiadita eco dell’amore alla vita, seminata in me da piccolo, assieme alle sublimi note di quell’intermezzo che, spero, rallegrerà le albe e i tramonti della vera vita.  

Valentino

Commenti

  1. pina.ruta
    mar 20, 20:02 #

    Riflessioni,emozioni,sentimenti,percorsi d’amore e dolore tra le pieghe dell’anima alla ricerca d’affetti perduti ma vivi e presenti che riaffiorano ad ogni alitare di vento.
    Grazie per condividerli con chi purtroppo ne è stato privato o non li ha mai conosciuti e porta nel cuore un’amaro rimpianto e un vuoto incolmabile.
    Sono o siamo coloro che più faticano a capire l’Amore di un Dio padre ma che nello stesso tempo più avidamente Lo ricercano e vogliono conoscere.
    Nell’apprezzamento o nel vuoto di tale importante presenza,siamo comunque entrambi ricchi di una sensibilità e di una ricchezza e profondità di sentimenti di cui purtroppo ne sono privi coloro che non riescono a comprendere l’immenso valore e la sacralità di tali affetti

  2. Silvia
    mar 22, 01:17 #

    Caro don V.
    Spero che tu stia bene, anche se credo che per te come per tutti, c’è un momento in cui si avverte che << ora, il tempo si fa breve.Ora devo andare di corsa>>.
    Settanta giorni dal giorno della Mamma. Forse anni, dal giorno del Papà.
    Ricordi, emozioni, sentimenti.Affetti sacri.Nostalgia? Gratitudine. Amore…
    Nel sottofondo, le mille parole dette alle Suore B.- e lo scorrere dei volti incontrati nelle strade del mondo…- parole eco dell’ amore ricevuto
    Ringrazio anch’io per la condivisione.
    Ringrazio con te la tua Mamma.
    Le tue – e anche le nostre – due Mamme.
    Il Papà che rusticamente e silenziosamente ci ha dato allora.
    E ora che non possiamo dirglielo, ci è più caro e prezioso.
    Grazie don Valentino.
    Sei tutti noi che non abbiamo la possibilità di rivivere, comunicare, condividere le cose che a te è dato – chiesto – di dire anche per noi.
    Grazie.

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