Il deserto e il battito del cuore

È il settantesimo giorno dal ritorno di mia madre alla dimora eterna e sto concludendo il quarto ed ultimo libro  di raccolta delle più belle preghiere mariane: “La Donna del silenzio”. Pensando alla due Mamme del Cielo termino lo scritto con la canzone : “Grazie, Mamma”.

“Grazie perché/ mi hai donato la vita,/mentre per te c’era solo il dolor,/ora il mio cuore ti dice:/“Mamma, grazie per il tuo amor”. E mi rivedo nella chiesa di S.Marco, paese della mamma e di cui sono cittadino onorario, circondato da tanti amici friulani che, al termine dell’eucaristia, cantano e ricantano questa canzone: li percepisco in me ad uno ad uno.
Sento come miei i loro dolori e le loro gioie. Mi mancano e… lascio lo scritto per cercare di suonare quella canzone al pianoforte. La musica fa da cassa di risonanza a sentimenti che mi fanno scoppiare in pianto. Finalmente: non l’avevo mai fatto dalla morte di mia mamma. Ed era ora.
Mentre sto singhiozzando, suona il telefono: un cantautore mi vuole coinvolgere per servizi televisivi a “Domenica in” e a “Telepace”. Mi pare brutto chiedergli di lasciarmi terminare di piangere. Lo ascolto. Ha bisogno di sfogarsi per i tanti mali del mondo e vuole assolutamente la mia collaborazione. Ma più parla, più sento in me un totale rigetto per questa ennesima proposta: non sopporto la televisione; non seguo la cronaca; non vedo l’opportunità che i preti compaiano in televisione, perché sono sempre fatti oggetto di attacchi spesso gratuiti e sono obbligati sempre a chiedere scusa di tutti i mali della terra, a cominciare da Costantino, fino agli ultimi veri o presunti scandali.

Mentre l’interlocutore elenca il bene enorme che potrei fare agli spettatori, mi viene in mente mia madre che mi suggeriva di vincere la tentazione che anche Gesù ebbe nel deserto: “Buttati giù dal pinnacolo del 
tempio”. In altre parole: “Fatti vedere in televisione, allora sì che sarai qualcuno”. Lei mi suggeriva di non cercare altri spazi, ma di curare di più i tanti amici che ho incontrato nella mia vita e di aiutarli soprattutto pregando per loro e con loro.

Alla risposta: “ Ho bisogno di silenzio, di deserto e di preghiera”, l’interlocutore dà libero sfogo ai suoi sentimenti di amarezza per persone come me che “non capiscono come stia andando il mondo, non si rendono conto del bisogno di una presenza cristiana in tanti campi del vivere odierno, in cui non ci è più dato il privilegio del deserto perché tutto deve essere fatto di corsa, anche a scapito del privilegio di coltivare l’amicizia”.

Lo lascio parlare. Ma più insiste, più mi si dipinge vivido il ricordo di uno stupendo incontro a Maradi, nel Niger, ai margini del deserto del Sahara. Lasciati i colori sgargianti di questa povera città, animato da immagini accese dai mille soli della fantasia che sempre accompagna la ricerca di quelle arcane solitudini, mi preparavo all’incontro che, prima o poi, il deserto regala a chi lo corteggia, imbevuto dalla sapienza biblica.

Dopo alcuni giorni di sconcertante silenzio, in quell’immenso spazio che mitiga l’inquietudine con un profondo senso del mistero, venne verso di me un Tuareg a cavallo, con il viso coperto dal turbante
(che permette di continuare a vedere e respirare allorché la sabbia inizia la sua stravagante danza). Turbante blu: colore ottenuto con l’indaco mescolato ad altri pigmenti naturali. Blu è il colore del mondo, del cielo e degli occhi di questi uomini, orgogliosi di appartenere ad una nobile razza che li ha creati signori del deserto.

Custodi di greggi e di cammelli, nell’immenso regno del nulla, là dove il silenzio regala ai suoi 
ricercatori il privilegio di percepire il battito del proprio cuore. L’uomo blu scese da cavallo, scoperse il volto e, dando quasi per scontato che lo stessi aspettando, tolse dalla bisaccia un favo di miele selvatico e un po’ di latte di cammella. Cibo per lui prelibato e per me quasi insopportabile: il miele sapeva di cera e il latte era acido. Ma non ero tanto interessato ai sapori delle vivande, quanto al piacere di comunicare con lui.
 In poche battute ebbi in mano la sua vita. Come i suoi coetanei, a otto anni era stato incaricato di seguire i cammelli. Dai dromedari avrebbe imparato a trovare l’acqua. Le stelle, poi, gli avrebbero insegnato ad orientarsi, in un cielo la cui bellezza stordisce, affascina e fa respirare Dio.

Aveva imparato ad ascoltare il silenzio, fiutare l’aria, apprezzare tutto: arte che arricchisce chi vive in un ambiente in cui poche sono le cose disponibili. Tutto gli era prezioso, ma in particolare il silenzio gli 
preparava il cuore ogni giorno all’incontro con gli altri. Per lui, la vera gioia consisteva nell’essere assieme. Gli venne spontaneo domandarmi perché  fossi solo e che cosa facessi nel deserto, luogo inospitale per gli uomini bianchi. M’invidiò quando gli dissi che ero un docente a servizio dei giovani africani. Mi compatì quando rivelai che ero celibe. Mi dimostrò deferenza quando seppe che ero un uomo di Dio. M’invitò a stare nel suo accampamento. La bocca disse di no, mentre gli occhi e il cuore avrebbero gridato un forte “sì”. Se ne accorse e sorrise, rispettoso.
Mi raccontò, inoltre, che era stato al servizio di un Europeo: non aveva retto a lungo il tipo di vita completamente assurdo di quella famiglia, i cui membri si lamentavano sempre di tutto, erano sempre di corsa e sprecavano sempre l’acqua. Non apprezzavano il tramonto: tempo favoloso in cui la gente sana gode dei colori del cielo e ritorna all’accampamento, dove, attorno al fuoco, si prepara la cena e il cuore canta al pensiero che, tra poco, ci si ritirerà nella tenda, dove la persona amica sarà la più bella coperta contro il pungente freddo della notte. Non apprezzano, i bianchi, l’arte di percepire il tacito fluire del tempo assieme alle persone amate.

I bianchi hanno l’orologio, ma non il tempo. E più dicono di non avere tempo, meno ne hanno e ne avranno.
Avrei potuto dire, al cantautore che mi voleva a “Domenica in” e a “Telepace”, che in quel momento avrei solo desiderato avere ali per fuggire nel deserto? Terminata la telefonata, mi rimetto al pianoforte, contento d’aver detto di no, mentre, sia pure stonando, canto: Voglio ringraziarti/ per il bene che mi vuoi,/ il segreto, mamma,/ della vita hai dato a me./ Hai racchiuso in cuore /ogni affanno, ogni dolor, /solo il tuo sorriso / hai dischiuso per me. Anche se domani/ non sarò vicino a te,/ resterà il tuo amore / una luce in fondo al cuor. Grazie perché / mi hai donato la vita,/ mentre per te/ c’era solo il dolor,/ora il mio cuore ti dice:/ “Mamma, grazie per il tuo amor”.

Valentino

Commenti

  1. Marco
    mar 16, 01:38 #

    Bravo Valentino. Non è bene ridurre il Vangelo e la portata del suo messaggio ad un talk show. Come si fa a dire “Gesù secondo me…” Cristo o lo accogli nella sua totalità o non lo accogli. Il Vangelo è molto esigente ma ti fa libero. Non penso che questo concetto sia alla portata dello share di domenica in (con tutto il rispetto per chi apprezza e lavora per quella trasmissione).

  2. Terenzio
    apr 10, 19:43 #

    Tutto è di Dio e quindi tutto porta a Lui e ogni voce è un Suo strumento.
    Penso che sia giusto ricordare e abbandonarsi agli insegnamenti dei nostri genitori,come a volte protetti dal loro amore dobbiamo saper fare delle scelte che ci consegnano a dubbi e perplessità.
    Tu mi hai insegnato che ogni risposta stà nella preghiera …. ascolta quindi il Suo silenzio che si farà voce sulle tue labbra.
    Un abbraccio

  3. samantha
    mar 5, 00:28 #

    Giusto un puntino sulla “i” per dire che i Tuareg del deserto a me hanno spiegato che vestono di blu,anche perché questo colore li aiuta a ritrovare più facilmente la calma, nel caso di attacchi di panico nel deserto.
    Ciao
    Samantha

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