L'uomo conosce meglio nell'amore

Mi mancavano i campi scuola e le assemblee studentesche. Mi mancavano quei giovani che, motivati, sanno ascoltare, rispondere alle provocazioni e liberare il loro amore, offrendolo e chiedendolo. Mi mancavano i loro sguardi che avevano entusiasmato e rattristato Cristo (vedi Marco 10, 21), perciò, in questi giorni, mi sono buttato a capofitto in conferenze, incontri, assemblee che mi hanno permesso di fare bagni di folla. Hanno capito, i miei uditori, il mio bisogno d’amore e hanno risposto con altrettanto amore, andando molto al di là delle aspettative. Si è tornato a parlare, in questi tempi, della “Cattedra dei non credenti” (Cardinale Martini) e si comincia a parlare del “Cortile dei gentili”, in vista di un dialogo tra credenti e atei.

Si mette in evidenza l’indifferenza dell’uomo contemporaneo di fronte a Dio, la sua superficialità che sfocia nella volgarità, nella amoralità assoluta, nel grigiore spirituale che è peggiore del dramma, perché ottunde le coscienze. Tutte cose vere, soprattutto se riferite agli adulti. Essi – non i giovani – sono il problema. Essi, prevalentemente, la causa; i giovani, spesso, le vittime. Quanti tra gli adulti riflettono – i “fratelli atei, nobilmente pensosi” – rischiano di mettere troppo l’accento sul valore della scienza, e trascurano l’arte, la poesia e l’amore. Questi ultimi valori proclamano a piena voce l’esistenza di Dio.

Ho parlato ad assemblee dove c’erano oltre seicento studenti. Scuole tecniche, licei classici e scientifici. Ovunque un’attenzione che mi mozzava il fiato e, mentre mi gratificava, mi rendeva contemporaneamente triste al pensiero che questi giovani sono figli di nessuno, hanno paura di tutto, sono derubati nel loro bisogno di credere in Dio e non hanno spazi per dare e ricevere amore. Quando gli studenti erano meno numerosi e potevo anche dialogare (se c’è troppa gente, i giovani hanno paura ad esprimersi), alla domanda che cosa del mio discorso li avesse particolarmente colpiti, spesso la prima risposta – imbarazzante per me sentirla e ora scriverla – era: la mia persona, il coraggio di parlare di me stesso, della mia esperienza di fede, del mio bisogno d’amare e di essere amato. Poi sottolineavano la “rabbia” di vivere in un mondo che lascia morire di fame tanti bambini; la coscienza che non ci si può fidare di nessuno, soprattutto dei politici; la mancanza di persone che abbiano il coraggio di fare proposte. La mancanza di maestri di vita.

In un liceo classico, un giovane mi ha detto: “Padre, io credo, ma rafforzi la mia fede. Dica perché il cristianesimo non fa più breccia nel cuore di tanti miei compagni che non vanno più in chiesa e, se pure credono in Dio, temono che la fede sia contraria alla ragione. Perché nulla ha più un senso?”. Gli avrei risposto volentieri: “Vieni e vedi”, ma lui sta a Modica e io in giro per il mondo. È comunque innegabile che per credere ci voglia, oltre alla famiglia, una comunità viva, alla continua ricerca di Dio attraverso la meditazione della Parola e la gioiosa celebrazione della liturgia: cercare Dio in chiesa nella certezza di trovarlo sul volto del povero. Per credere occorre incontrare persone che non annacquino il cristianesimo, non lo svuotino, non lo privino del senso di stupore, di “scandalo”, di meraviglia. Occorre far sperimentare a tutti che si arriva a Dio attraverso l’esperienza dell’innamoramento e dell’amore, attraverso la via della bellezza e dell’arte: la musica, la poesia, la danza. L’essere umano conosce meglio il tutto quando è coinvolto nell’esperienza d’amore. Quando si concede il privilegio del silenzio, della meditazione e del deserto. Quando sperimenta che fede e ragione sono due ali che elevano il credente verso orizzonti sempre nuovi. Quando sperimenta che si arriva al Tutto passando per il nulla, là dove il tunnel oscuro fa sognare la luce. “Fratello ateo, nobilmente pensoso, alla ricerca di un Dio che non so darti, attraversiamo insieme il deserto. Di deserto in deserto andiamo oltre la foresta delle fedi, liberi e nudi verso il nudo Essere, e lì dove la parola muore, abbia fine il nostro cammino” (David Maria Turoldo).

La via della bellezza, dell’arte e dell’amore aiutano a capire la conciliazione tra fede e scienza. Questa si chiede “come” si formino le cose, mentre la fede allarga gli orizzonti arrivando al “perché“e al “senso” del tutto. Spero di non rischiare la banalizzazione, con un esempio. Invito un amico a cena. Mentre preparo la minestra posso pensare alle reazioni di ciò che bolle in pentola, a come le verdure si amalgamino, a come il brodo diventi denso e appetitoso. Il “come” non esige un granché di fantasia. Il perché, invece, e il senso che dono a quella minestra nascono solo dall’amore che provo per la persona che invito a cena. E chi dubita che il “perché” sia molto più importante del “come”?

Il perché e il senso. Forse la mancanza di senso del nostro vivere, analizzata a fondo, diventa un prezioso strumento per capire che le cose di questo mondo, senza Dio, non solo sono insignificanti, ma addirittura assurde. La terribile ansia che attanaglia il ventre di chi galleggia sul nulla, vagliata nel silenzio e nel deserto, si converte in quella provvidenziale tentazione che più volte ho presentato come opportunità: vaglio il mio cuore e capisco che “tutto è vanità, vanità delle vanità”, tranne l’amare ed essere amati.

Valentino