Per diventare anche noi come Maria

Sopra l’aeroporto milanese cupe nubi s’addensano in questo giorno di festa per l’Immacolata Concezione. Ma il tetro cielo è vinto in pochi secondi dall’aereo che mi proietta in un azzurro fantastico, un mare di luce dove le candide nubi assumono forme in cui intravedo icone sacre: un ostensorio radioso, una cattedrale di vivida luce, la sagoma di una donna con un lungo manto luminoso. Deformazione professionale? Tutto sommato non mi dispiace avere un aiuto nel pregare.

E lì, incollato al finestrino, preparo l’omelia di questa festa solenne che per me è un invito a diventare bello come Maria. Dal Vangelo colgo l’immagine di Maria quale donna del sì, la donna della gioia, la donna più simile al Figlio di Dio.

La Vergine Madre è la poesia dell’umanità. In Lei è riassunto tutto quello che di bello e di buono il Padre ha creato. Parlando di Lei si esalta il mistero dell’incarnazione, espresso con l’immagine teologica tanto cara ai Padri della Chiesa: “ Dio si fa uomo, perché l’uomo si faccia Dio”.

L’arcangelo Gabriele, all’annunciazione, invita Maria a gioire, esultare, danzare, rallegrarsi. Motivo della gioia: la presenza del Signore in mezzo all’umanità. Dio viene in mezzo a noi, anzi, dentro di noi. Si fa carne della nostra carne. Prende su di sé il male di tutta l’umanità, per sconfiggerlo sulla croce, al Calvario.

Gesù, il più bello dei figli dell’uomo, diventa come noi non tanto per sconfiggere il nostro peccato, quanto per farci come lui, per divinizzarci, per danzare la sua vita con ciascuno di noi.

E la prima creatura invitata alla danza è sua madre, Maria. “Rallegrati”, le dice il messaggero celeste: per te c’è un vangelo, una buona notizia, la rivelazione di un mistero. Dal tuo “sì” tutta la storia cambierà. Il male, il peccato, la malattia, la disgrazia e la morte stessa non saranno più l’ultima parola del vivere umano. L’ultima parola sarà come la prima che tu ora odi: “Kaire. Rallegrati!”.

Maria: espressione più bella e più pura di ciascuno di noi. Lei è ciascuno di noi. Per cui si rivolgono pure a ognuno di noi le parole dell’Angelo. Salutando lei, Gabriele saluta noi. E ogni volta che noi recitiamo l’“Ave Maria” non facciamo altro che ripetere a noi stessi l’invito a vivere nella gioia.
Gioia, dono ineffabile concesso a chi vive di fede, facendo suo il sì di Maria.

La seconda lettura è un inno di S.Paolo in onore del progetto di Dio di renderci santi e immacolati al suo cospetto, ancora prima della creazione del mondo, desumo l’immagine di Maria quale donna della danza, che canta il Magnificat. Questo testo ha ispirato i credenti di tutti i secoli ed ha permesso ai fedeli di entrare nel cuore del mistero che fa impazzire di gioia i poeti: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio…”.

Danza Maria cantando lo sguardo che Dio ha rivolto su di Lei. Danza che si ripropone nei secoli, e in tutti gli angoli della terra. Danza al ritmo del tamburo, per valorizzare questo canto:

“Io ho le ali, tu hai le ali, tutti i figli di Dio hanno la ali.Quando arriverò in cielo, mi metterò le mie ali e me ne andrò, volando, per tutto il cielo di Dio.Cielo, cielo: non tutti quelli che parlano di cielo vi andranno. Cielo, cielo: me ne andrò, volando, per tutto il cielo di Dio”. Questo spiritual negro è un invito a metterci sotto le ali dell’Altissimo, perché ricopra pure noi della sua luminosa ombra, come fece per Maria. Dopo l’annunciazione la Vergine Madre si è recata, in fretta, da Elisabetta per renderla partecipe del suo canto di lode all’Altissimo. Lode che ora risuona in ogni angolo della terra quale invito a lasciarci trasportare, come su ali d’aquila, dalla preghiera, dalla usica, dalla bellezza artistica, in tutte le sue forme, verso il Verbo di Dio che, facendosi carne, assume la nostra stessa natura, per divinizzarla. Lui, il Figlio di Dio, quando vide che l’uomo, peccando, aveva perso un’ala, rinunciò, volontariamente alla sua ala divina, perché noi, aggrappati a Lui, potessimo spiccare il volo verso il cielo e verso tanti figli di Dio, nostri fratelli.La danza di Maria e di Cristo diventi anche la nostra e sia talmente bella da coinvolgere altre persone nella gioia di credere, sperare e amare.

E infine, la prima lettura, tratta dal Genesi. Il primo e l’ultimo libro della bibbia, l’Apocalisse, si richiamano per cantare Maria quale donna che schiaccia la testa al serpente. Grande è il fascino che esercita su tutti noi la “Donna vestita di sole” di cui parla l’undicesimo capitolo dell’Apocalisse. Questo brano presenta innanzi tutto il segno della donna-madre, al centro del cosmo. Sta per partorire. Con questa immagine si vuole sottolineare il primato e la superiorità di ogni essere umano sull’ordine delle cose: una persona vale più del sole, delle stelle e della luna, realtà che, apparentemente, durano più dell’essere umano. Grande è la potenza e l’ energia del cosmo. Ma questa fragile donna che partorisce un figlio è più grande di tutto l’universo.

Questo potente segno centrale della maternità si trova ad essere aggredito, minacciato. È un segno di contraddizione. Il drago rappresenta il mistero inquietante del male che minaccia alla radice la vita nell’espressione più fragile: il parto. Il drago si presenta come visibilità concreta della preponderanza del male, nella sua aggressività e minacciosità. Ciò nonostante, la possibilità che la vita sia custodita non dipende né dalla donna, né dal figlio, ma da Dio.
Qui si sperimenta l’Altissimo con gli stessi caratteri presenti nell’annunciazione: un Dio che, se ricorre alla forza, è per custodire la vita che è allo stesso tempo universale, sacra e fragile.
Quest’immagine della donna vestita di sole rappresenta nel testo sacro il Popolo eletto, l’umanità, ciascuno di noi. Il popolo di Dio, nella sua fragilità, accoglie in sé e dà vita al Messia. L’umanità, nella sua migliore espressione, è tutta protesa alla manifestazione del divino. E ciascuno di noi, credendo, diventa dimora dello Spirito, diventa il Cristo, diventa come Maria.
La meditazione di questi testi biblici sfocia in un sogno e una preghiera: diventare anche noi come Maria, portare Cristo al mondo, farlo vivere e amare in ogni essere umano: stupenda forza per andare oltre le cupe nubi che si addensano sull’umanità, per perdersi nell’inebriante chiarore di un cielo inondato di vivida Luce.

Valentino

Commenti

  1. silvia
    dic 14, 01:19 #

    Caro don Valentino,
    sono contenta di poter comunicare con te, perchè sei un Prete.
    E dici cose che talvolta mi suonano come una conferma.Di cui sono sempre in attesa.Perchè non ho riferimenti in questa ottica, e non ho la presunzione di trovare solo nell’interiore Voce, la guida e la conferma.
    Vorrei dire ,scrivere molte cose…
    Mi fermo su queste tue parole:
    “…diventare anche noi come Maria, portare Cristo al mondo, farlo vivere e amare in ogni essere umano”.

    E trovo bene espresso ciò che sento, la dimensione eucaristica dell’Avvento, in uno scritto giuntomi per via provvidenziale:

    http://www.webalice.it/mareblu2/Avvento.jpg

    “Tutte le nazioni aspettavano il “Desiderato”, Maria aspettava il Figlio; i profeti scongiuravano la terra perché producesse il suo frutto; per Maria, la terra feconda che avrebbe germinato il Salvatore era Lei stessa.
    I giusti preparavano le vie del Signore con l’ardore del loro desiderio e con il merito dei loro sacrifici; Maria preparava esteriormente ciò di cui il bambino divino avrebbe avuto bisogno e interiormente preparava Lui stesso comunicandogli la propria vita. Per Lei l’Avvento fu la dolce impazienza dell’amore materno, la gioia ineffabile della fecondità divina, la sollecitudine delicatissima di chi si prepara per ricevere l’Amato che verrà” (Mons. Luis M. Martínez).

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