Solo in Dio sono sicuri i nostri sogni

“Sono poeta, mercante di stelle. Non m’accontento di meno”. Stimolato da questa autodichiarazione di Novalis, inizio l’Avvento cercando motivi per alimentare la vena poetica – la ricerca della Bellezza -  con la speranza, virtù guida dell’attesa del natale.
Sento il bisogno di far sognare tante persone, additando  la stella a quanti hanno perso la fede o stanno creando la religione del fai da te.  La stella: discreta luce tra le tenebre di una oscura notte, in cui troppi brancolano, lontani da casa. Lontani da un Padre, l’unico che ancora può benedire, incoraggiare, guidare tra paludi e stagni, tra abissi e burroni, tra deserti e savane. Guidarci là dove il sorriso degli angeli crea un’alba nuova, per il Suo, per il nostro natale.
In un’incantevole pineta tengo un ritiro spirituale ad un buon numero di coppie sul tema della crisi come opportunità e sul messaggio evangelico come valido strumento per recuperare valori umani e divini: “Con Dio conosco l’uomo”. I  partecipanti sono coinvolti nella discussione sull’urgenza di avere maestri di vita, sulla necessità di ritornare a Dio e a vivere ancora l’eucaristia, sull’importanza di fare della famiglia una piccola chiesa, senza dare credito a quei mass media che tutto demonizzano: «Ogni giorno attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci»(Benedetto XVI).
Trovo i giovani partecipanti al ritiro abbastanza sereni, mentre, negli adulti, percepisco la sofferenza tipica di quei genitori che prendono coscienza  degli sbagli fatti dalla loro generazione. E la sofferenza di questi genitori accentua la mia, vista l’ incapacità di prospettare alternative, dato che le parole, in questo caso, servono a poco, anzi, possono contribuire  a far svanire i sogni.
Le mie preoccupazioni diurne si mutano in incubi notturni o in sogni, non privi di messaggi.
Attorno a me nuovi scribi e farisei mi puntavano il dito: “Vergognati. Non sei migliore degli altri. Tu hai la presunzione di salvare l’umanità e forse non salverai neppure te stesso. Dai troppa importanza alle tue omelie, come se la messa dipendesse dalle tue parole. Cristo non ha parlato molto, ma ha dato la vita. E tu?”. Sento il sudore che mi bagna la schiena. Mi vedo affannato a cercare una chiesa in cui celebrare l’eucaristia, in sconto dei miei peccati. Ma proprio mentre mi sto mettendo i paramenti sacri, un goffo diavolo mi sfida: “Hai anche il coraggio di celebrare messa?”.
Non sono preoccupato di rispondere al diavolo, ma di trovare luce dall’alto , per potere  continuare a credere che io non sono il mio peccato, che nonostante i miei limiti sono amato da Dio, che il mio cammino qui in terra non è ancora terminato, per cui posso chiedere al Signore di darmi altri giorni per purificarmi e per trasformare il mio limite in grandezza: forse, penso, ai miei amici può servire di più la mia debolezza che la mia presunta grandezza.
In questo travaglio notturno, a un certo punto mi  sento come Pietro, dopo che Cristo era salito al cielo. Lui l’aveva rinnegato tre volte, con quel terribile: “Non lo conosco” che in greco e nella mentalità ebraica significa: “Non lo amo”. Gesù era salito al cielo e proprio a lui , il rinnegatore, l’apostata, il violento che anche nel Getzemani aveva estratto dalla cintura lo stiletto, aveva lasciato l’incarico di pascere le pecore, di servirsi del potere delle chiavi, al punto da promettergli che Lui, Cristo, avrebbe ratificato in cielo tutto quello che egli avrebbe deciso sulla terra.
Come si sarà sentito la prima notte da “papa”? Sarà riuscito a dormire? Non gli sarà venuta la tentazione di mollare tutto, di scappare e tornare a fare il pescatore, nel seno della sua famiglia, per vivere una vita normale? Come sarà risuonato in lui il comando di prendere un pezzo di pane e un bicchiere di vino e su questi elementi della terra ripetere le sconvolgenti parole: “È il mio corpo. È il mio sangue per voi. Fate questo in memoria di me”? E fare ciò nella convinzione di operare un miracolo più grande che dare la vista ai ciechi e richiamare in vita Lazzaro!
Lui, il sacrilego, il rinnegatore, il traditore, il violento, il bugiardo. Lui doveva agire come Cristo: “È il mio corpo. È il mio sangue, per voi, per tutti”. No. Era troppo! Desiderava solo che la notte coprisse il suo peccato e gli permettesse di respirare aria fresca e le stelle gli regalassero altri pensieri. Ma, appena varcata la soglia, un gallo – fuori orario – aveva cantato… L’avrebbe strozzato!
A questo punto, nel sonno, non sto più male per me, ma per il povero Pietro. E forse, quella mia compassione per il fratello Simone (lui aveva due nomi, proprio per indicare che era santo e peccatore allo stesso tempo)  commuove il principe degli apostoli che mi fa dono di parole degne di Lui: “Se ha perdonato me, perdonerà anche te. Se ho avuto  proprio io il coraggio di celebrare l’eucaristia, hai tutto il diritto di continuare a celebrarla pure tu. Non perché lo meriti, ma perché tu e i tuoi fratelli ne avete bisogno. E dopo questa  agonia nel vedere i tuoi sogni messi alla prova, non desistere dalla tua vocazione ad essere un sognatore e a coinvolgere altri nei tuoi sogni, purché tu e i tuoi amici vi rendiate conto che solo in Dio sono sicuri i vostri sogni”.

Valentino