“Povero Gesù, mi faceva pena!”

Placido scorre il Po verso la foce. Lo contemplo dagli alti argini. Comunica un grande senso di pace, come, tutto intorno, la vasta campagna pronta per le semina. La terra, accarezzata dal sole al tramonto, dà l’impressione di una sterminata marea di bocche che lodano il Creatore. Alla loro lode aggiungo la mia, invocando lo Spirito Santo che m’illumini per poter dire a chi m’ascolterà solo ciò che serve per il loro bene.

Durante la conferenza, in prima fila, una giovane segue attentamente il discorso e interviene con domande intelligenti poste con un bel sorriso sulle labbra. È una catechista e nel corso di uno dei suoi interventi suggerisce ai ragazzi di leggere un mio libro che dice averle fatto un gran bene: “Tu vivi solo il tempo dell’amore”. Ne approfitto per invitare tutti agli esercizi spirituali che terrò subito dopo Natale, nel convento delle Benedettine di Ronco Scrivia. Ma la prima a dire di no è proprio lei: “Non in quelle data! L’ultimo dell’anno vorrei passarlo con i poveri. ‘L’ultimo con gli ultimi’”. Non riesco a elogiarla per la bella iniziativa. Anzi sono un po’ stizzito perché, se in un gruppo di persone anche solo una è entusiasta, trascina anche gli altri, mentre il silenzio o la proposta di un eventuale diverso impegno raggelano l’ambiente e bloccano le mozioni dello Spirito.

Reagisco al velo di tristezza per la mancata occasione di una risposta positiva, raccontando un episodio capitato ad un campo scuola a Bani d’Ardesio. C’era un ragazzo che aveva l’argento vivo nelle vene, sempre la battuta pronta per attrarre l’attenzione e un linguaggio strano: sapeva convertire parole volgari in vezzeggiativi. Mi dava fastidio perché, non solo fumava, ma non riusciva neppure a fumare da solo, doveva coinvolgere qualcuno, durante l’ora di silenzio. Con il suo sguardo furbo sembrava volermi insegnare che non si può fumare mentre si prega, ma che si può pregare mentre si fuma…

Una notte, non riuscendo a dormire, andai in chiesa e, avvolto nelle tenebre, cominciai a girare avanti e indietro, cantando alcuni canoni di Taizé. Ad un certo punto m’avvicinai all’altare maggiore per stare un po’ vicino anche al simulacro di Gesù bambino, collocato proprio sotto la mensa che serve per l’eucaristia. Rannicchiato in una coperta e con Gesù tra le braccia, dormiva il “disperato” profanatore dei silenzi.

Per un momento contemplai quello schizzo di paradiso. Poi cercai di sedermi accanto a quel ragazzo che, svegliandosi, balbettò: “Povero Gesù, mi faceva pena”.

Lo voleva scaldare come se fosse il bue. Ed io mi sentii l’asino. Asino perché m’era più volte venuta la tentazione d’invitarlo ad andare a casa, poiché lo ritenevo incapace di moderarsi e di favorire l’altrui meditazione.

E lì, contemplando quello strano “presepe”, ho intuito che l’ultimo degli ultimi è Gesù.

E’ bella l’idea di passare la notte di S. Silvestro con i poveri, purché tra di questi, e al primo posto, si ponga il Povero per antonomasia, Cristo. In tanti angoli della terra ci sono volontari che trascorrono l’ultimo dell’anno con quelli che la società rifiuta o lascia soli nella loro miseria. Ma quanti si rendono conto che Gesù nel tabernacolo, o nella sua icona sotto l’altare, è completamente solo? Quanti, come le suore di clausura, decidono di vegliare con lui anche solo un’ora? Chi va dal proprio parroco per rassicurarsi che almeno l’ultima notte dell’anno lasci la chiesa aperta all’adorazione continuata dell’Santissimo? Chi prova quanto sia bello aspettare l’anno nuovo con i miei amici, celebrando la cena ebraica?

L’ultimo con l’Ultimo. Quello stesso Gesù che, di fronte a chi si lamentava per quello spreco d’unguento sui suoi piedi (“si poteva dare l’equivalente ai poveri”) non esitò a richiamare l’attenzione dei conviviali sulla sua persona: “I poveri… li avete sempre con voi, ma non sempre avete me” (Gv 12,8).

Da quando Cristo ha pronunciato questa sconvolgente frase, forse più nessuno ha in coraggio di definire che cosa sia la povertà. Ma è chiaro Chi sia il povero . È Lui, il figlio di Dio e Figlio dell’uomo che mendica un po’ del nostro tempo, per trasformarlo in eternità. È Lui che valorizza la nostra pena per quel freddo di rapporti umani e di abbandono, peggiore, in certo qual modo, della bestemmia. È Lui che per tutta l’eternità ricorderà a quel ragazzo indisciplinato che, al campo scuola di Bani d’Ardesio, quella notte dopo Natale, l’ha riscaldato sotto l’altare, l’ha coccolato e ha sussurrato una delle più belle preghiere: “Povero Gesù, mi faceva pena!”.

Valentino