Non il caso, ma incontri e segni

Attraverso il mio giardino con un vasetto di miele in mano, dono di una anziana signora molto rispettosa del Mistero che rappresenta l’uomo di Dio. Mi colpisce un particolare: il bastone arido che avevo messo nel terreno per sorreggere un fiore era fiorito, mentre il fiore stesso era morto. Mi si accumulano molte idee per la testa: penso alla verga fiorita di S. Giuseppe. Mi viene in mente l’illogico gioco del Signore che fa sfiorire la donna feconda e dona una moltitudine di figli a quella sterile. Rimedito alla politica di Dio, mirabilmente cantata nel magnifica: “Abbatte i potenti ed innalza gli umili”… E così, di meraviglia in meraviglia il pensiero si muta in preghiera. Scordo d’avere in mano il vasetto di miele liquido che, cadendo, va in frantumi.
Mi dispiace un po’ per la signora che me lo ha regalato. Ma è tanta la gioia di pregare con gusto  - non sempre è facile pregare –  per cui chiedo al Signore di convertire in segno quanto mi capita. E il segno non tarda a venire: attorno al miele si radunano parecchie api che, per istinto cercano di salvare il frutto del loro lavoro mangiandolo. Ma ne  divorano talmente tanto da lasciarci la pelle. Il giorno dopo ne trovo morte una ventina.
Mi fermo ancora davanti a quella ecatombe di api per cercare, ad ogni costo, di trarre un insegnamento da questo nuovo segno, che non può essermi dato a caso, perché il caso non esiste: nella storia esistono solo incontri. Il “caso” è l’atto di fede nel nulla, pronunciato dall’ateo. “Il caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare. (Anatole France).  “Il caso è come i granelli di polline che vagano nell’atmosfera, si posano su tanti fiori, ma sposano solo quello che è pronto alla fecondazione” (Magdi Allam). “La casualità è soltanto il travestimento assunto da un Dio che vuol passeggiare in incognito per le strade del mondo (Giacomo Biffi).
Appunto  perché  non credo al caso e sono convinto  che nella nostra esistenza tutto si giochi attorno a provvidenziali incontri,  mi siedo accanto alle api morte, con in mano la Bibbia, in attesa di capire il perché.
Arriva un’anziana signora con la faccia sofferente. Ha tanto bisogno di sfogarsi, parlando di un nipote trentenne che sta morendo di AIDS. Conosco quel giovane e i suoi trascorsi. Ricordo i tempi della sua velleità di salvare il mondo, il suo adagiarsi e rassegnarsi a vivere come tutti gli altri, le sue frequentazioni d’amici  interessati solo a cogliere il nettare della vita, sfruttando al massimo tutte le occasioni e le sensazioni forti, quali antidoti ad una vita normale, semplice, ripetitiva.
Ricordo l’ultimo incontro che feci con lui: gli dicevo che aveva perso l’identità perché aveva smarrito il volto di Dio. Non riusciva più a dire “io” perché non riusciva più ma dire “Dio” e cercava di soffocare la sete d’infinito ricorrendo a quelle vanità tanto stigmatizzate da Qohelet.
Pensando a quel giovane trovo la risposta al segno che presentivo: le api morte, ingorde di miele …     
Certo, non posso dire a questa anziana signora ciò che provo in questo momento, anche perché nel frattempo mi pone una domanda: “Perché il Signore permette queste cose? Perché proprio alla mia famiglia?”.
Non posso neppure chiederle se si era posta un’analoga domanda quando tutto le andava bene. Taccio e penso al vangelo di oggi ( venerdì della XXVI settimana): “Chi dice la gente che io sia? … Ma voi, chi dite che io sia?”.
Cristo s’aspetta una risposta personale. Non gl’interessa la risposta del catechismo. Vuole sapere se lui è importante per me, se sono disposto a vivere e morire per lui.
E trovo la risposta da dare a quest’anziana signora: “Si può vivere senza sapere perché. Ma non si può vivere senza sapere per chi. Il nostro dolore umanamente parlando è sempre assurdo, ma se imparo a offrirlo a Colui che amo, per i fratelli nel bisogno, allora tutto acquista  un senso. Non mi dispero più. Anche se non capisco, pongo quel segno come seme dentro di me. Fiorirà. Darà il suo frutto a suo tempo. Allora capirò e a Dio darò ragione”.

Valentino