Nuovo, disperato flagellatore

Sto salendo il monte, grato al Signore per il privilegio che mi concede di pregarlo. È la vigilia della beatificazione del Cardinale Newman, mio ideale nel pellegrinaggio di gente in gente, con la sua intuizione che si arriva alla perfezione cambiando continuamente. E prego con le sue stesse parole:
“Gesù, aiutami a diffondere la Tua fragranza ovunque vada. Inonda la mia anima con il Tuo Spirito e la Tua Vita. Penetra e possiedi tutto il mio essere, così completamente che la mia vita non sia che un riflesso luminoso della Tua. Risplendi attraverso di me, e sii così presente in me, che ogni anima con cui vengo a contatto sperimenti la Tua presenza nella mia anima. Che alzino gli occhi e vedano non più me, ma Gesù soltanto”.
Mentre pronuncio quest’ultima frase, alzo gli occhi verso la crocefissione dipinta sulla parete di una cascina dove nel passato avevo fatto significativi incontri con giovani alla ricerca del volto di Dio.  Sconcertante rivelazione: Cristo è tutto deturpato dall’aggressività di chi, disperato,  ha inflitto nuovi flagelli al suo martoriato corpo.
Povero Gesù, non gli sono bastati i dolori inenarrabili della passione per essere ancora sottoposto ad una flagellazione forse peggiore di quella materiale!  Perché quel giovedì notte, benché tremendo, il dolore fisico si protrasse solo per poche ore. Ma adesso per Cristo c’è il dolore morale, ancora più straziante dei flagelli e della corona di spine: i suoi fratelli non accettano il suo amore, anzi, lo reputano responsabile del male del mondo. Oppure infieriscono contro i segni della religione perché, non credendo in Dio, odiano chi fa della fede un motivo per sperare ed amare.
Alzo gli occhi al Crocefisso e mi torna in mente una tragica confessione: “Padre, ho bestemmiato sputando addosso al Crocefisso, ma ho subito aggiunto: Signore, ringrazia Dio che ho il coraggio di rivolgermi ancora a te. Sarebbe peggio se ti ignorassi”.
Flagellazione, sputi, coronazione di spine. Nuovi flagelli sull’icona e sputo sul Crocefisso … Perché questo accanimento? Pura cattiveria? Ignoranza? Disperazione?
Mi torna in mente quello che insegnavo di  Kierkegaard:  la dimensione esistenziale dell’uomo è segnata dall’angoscia, dalla disperazione e dal fallimento o scacco esistenziale. La disperazione nasce da un rapporto serio dell’uomo con se stesso, mentre l’angoscia nasce da un rapporto serio dell’uomo con il mondo, e consiste nel senso di inadeguatezza che nasce dall’impossibilità dell’uomo di essere autosufficiente senza Dio.
Un Kierkegaard che tiravo ad ogni costo dalla mia parte di credente, leggendo le sue pagine più disperate come  stimolante ricerca di Dio o di una fede che si alimenta di speranza, come diceva George Eliot: “ Ma ciò che chiamiamo disperazione è in realtà la dolorosa impazienza della speranza non alimentata”.
Appoggio il mio capo sul muro di quella cascina e penso ai giovani che lì con me pregarono. Penso al nuovo flagellatore del Crocefisso e  a tutti i giovani che sono stati derubati dalla gioia di cercare Dio, di alimentare una speranza, di credere nell’amore.
Giovani in cerca di un futuro sempre meno garantito e stanchi di sentir parlare di precariato, disillusione, fuga dall’Italia, lontananza dalla politica, fuga dei cervelli, fuga da se stessi, fuga da Dio, o da un’immagine che di Lui molti malamente danno, fuga dal mondo, sperimentabile in chi non si riconosce in nessuna appartenenza politica o di fede.
Ciò che maggiormente mi fa soffrire di questa situazione è l’incapacità di raggiungere questi giovani per proporre loro un’esperienza forte, in virtù della quale scoprirebbero che Dio li ama, che vale la pena cercare tutto quello che c’è di positivo nella vita. Far loro scoprire quante energie sono presenti nel loro corpo e nel loro spirito, quanti nuovi spazi di libertà, bontà e bellezza si aprono ai loro orizzonti. Basta fare come Newman che visse cercando la verità nell’armonioso fondersi di scienza e fede, nel cambiare denominazione religiosa, nel mettere al servizio dell’umanità nuova, redenta in Cristo, la sua bellissima intelligenza, che non disdegnava di abbassarsi agli infimi gradini dell’umana esperienza, convinto, come S. Carlo Borromeo, che l’umiltà aspira all’alto, per potersi meglio abbassare nel servizio.
Soffro nel sentirmi non aiutato ad avvicinare questi giovani, che non vengono in chiesa e quindi non sentono un messaggio; non leggono un libro scritto da un prete; non mi sentono più nelle assemblee scolastiche, perché c’è sempre, ovunque un “professore” che si oppone all’incontro con un prete; non credono che esita un uomo di Dio che li possa amare gratuitamente, pago solo di una paternità spirituale e sofferente  per il fatto di non riuscire a far comprendere quanta gioia una persona possa provare nel portare dignitosamente la sua croce, sulle orme di Cristo.
Croce che non è invito alla sofferenza, ma alla piena realizzazione di sé , alla ricerca della felicità qui, in terra, perché qui è il regno di Dio; dentro di noi, nelle nostre relazioni basate su un amore non astratto, ma per questo essere umano, compreso il mio nemico. Amando quest’essere umano qui, davanti a me, provo quell’intima gioia, garantita da Cristo a chi lo cerca con sincerità, semplicità, con la totalità del suo essere, chiamato a scoprire la propria identità d’essere creato creatore della sua felicità.
“L’eternità – dice Panikkar ( il grande filosofo e teologo del dialogo, recentemente scomparso) – si vive adesso. È questa la mistica, la spiritualità vera: felicità, beatitudine, gioia. E chi la trova è nel mistero di Dio”. Anzi, diventa Dio, scavalcando la logica del tempo, per entrare nella “tempiternità”, tempo ed eternità amalgamati nella felicità proposta nel discorso della montagna.
Lui ci porta le beatitudini e noi gli riserviamo una croce, e dopo duemila anni ancora lo flagelliamo!
Con lo sguardo rivolto a quell’immagine di Cristo, non mi resta altro che concludere la preghiera di Newman, invocando il Signore di restare con me, perché la mia speranza vinca la disperazione di chi non crede:
“ Rimani con me, e allora comincerò a risplendere come Tu risplendi; risplendere in modo da essere luce per gli altri. La luce, o Gesù, proverrà tutta da Te; niente di essa sarà mia. Sarai Tu a risplendere sugli altri attraverso di me. Fa’ che, così, io ti lodi nel modo che più ami: risplendendo di luce su coloro che sono attorno a me. Fa’ che ti annunci senza predicare;  non a parole, ma con l’esempio, con una forza che trascina, con l’influenza benevola di ciò che faccio, con la pienezza tangibile dell’amore che il mio cuore porta per Te”.

Valentino