Ponte Nossa, 21 Settembre 2010

Ad uno ad uno tutti se ne vanno

Mi trovo in Zambia. La liturgia della parola del giorno contiene due provocazioni: “Vanità delle vanità – dice l’Ecclesiaste – vanità delle vanità e tutto è vanità”. “Disgraziato! Questa notte morirai, e allora…?”. Tra i preti che ascoltano l’omelia sono presenti alcuni miei ex alunni che non vedevo da 23 anni. Parlo del distacco da me stesso, da quell’ “io” che S.Paolo chiamerebbe l’uomo carnale o uomo vecchio, schiavo del peccato; da quel disastroso narcisismo che m’impedisce di accettarmi come peccatore e di perdonare me stesso; dai familiari e amici; dalla tentazione di formarmi una famiglia per vivere una vita normale.
Dopo la messa c’è la seconda conferenza e la risonanza alle idee emerse. Quasi tutti parlano unicamente del distacco. Quegli ex alunni che per 23 anni mi hanno ignorato, citano frasi da me apprese, chiedono come stanno i miei fratelli chiamandoli per nome, soprattutto ricordano la mia esperienza di fede davanti alla tomba di mia sorella Elisa. Uno, l’attuale rettore del seminario dove insegnavo, amaramente constata che noi aspettiamo la morte di una persona per esprimere con le lacrime il nostro amore.
È notte. Scrivo questi appunti in chiesa, alla luce della lampada del Santissimo. Io e Lui, da soli, in questa notte scurissima, con un cielo fantastico trapuntato di stelle. Cielo statico: non si vedono stelle cadenti, che in questo angolo della terra sono foriere di sventure … Io e Lui, da soli, per farci un momento compagnia. Mi lascio coccolare da Lui e Gli chiedo perdono per la gaffe del mattino.
…il mio senso di orientamento è molto vicino allo zero. Mi era stata indicata la sala dove avrei dovuto tenere la prima conferenza. Ma, stanco di due giorni di viaggio e preoccupato per ciò che dovevo dire, mio ero perso nel labirinto che mi ospita. Trovata la chiesa, ero entrato chiedendo ad alta voce: “Is there anybody around”? (C’è qualcuno?) E mi ero dato la risposta: “Nobody!” . Sì la chiesa era vuota, ma come ho potuto dire: “Nessuno!” quando ero in presenza del Tutto?
Ora sono qui davanti a Lui, per parlargli direttamente, dopo aver speso più di otto ore parlando di Lui. E mi torna in mente l’impatto che la parola “distacco” ha avuto sul mio uditorio.
“Distacco”. Ma io lo sto praticando? Per convinzione, per amore o… per forza? Metto in pratica ciò che vado insegnando agli altri, con una convinzione tale da far nascere in alcuni il desiderio di farsi santi e monaci per vivere fino in fondo il discorso della montagna?
Molti giovani, dopo l’esperienza dei miei campi scuola, hanno iniziato a vivere poveramente, si sono distaccati dagli ideali proclamati dalla presente generazione, si sforzano di essere coerenti con il Vangelo e con quanto da me hanno appreso. E tale coerenza li spinge anche ad essere totalmente distaccati da me. Non li vedo più.
Altri amici hanno intrapreso diverse strade, che li portano a vivere all’estero e quindi non li vedo più. Altri sono figli di questa generazione che esalta le emozioni forti del momento, ma non il valore della riconoscenza e della fedeltà. E quindi non li vedo più. Altri scompaiono, ignari della sapienza indiana: “Se hai un amico, va spesso a trovarlo perché le spine e le siepi invadono la via che non viene percorsa”. Ad uno ad uno tutti se ne vanno. Ed io resto nella chiesa vuota, ad intercedere.
Qui, solo, davanti al Santissimo che illumina questa fredda notte africana. Qui a fare memoria di quanti amo. Un nome. Un sorriso. A volte una lacrima.
Qui, su questa fredda pietra, a ricordare al Signore gli amori consacrati, i peccati perdonati, gli amici aiutati a credere in Dio, in se stessi, nella vita.
Gli amici, i figli spirituali e tanti conoscenti ad uno ad uno la vita ha condotto in diversi angoli della terra. Ha distaccato, sradicato, piantato altrove. E la ‘vita’ non è un’astrazione, ma un volto e un nome: quello del più bello dei figli dell’uomo. Lui, suo Padre e l’Amore. Provvidenza specifica: Dio – ho ripetuto più volte – conta solo fino ad uno. Lui che ha tatuato il mio nome sul palmo della sua mano.
Questa Provvidenza fa sì che ad una ad una il mio albero perda tutte le foglie, in modo che resti solo l’essenziale: nudi rami, quali braccia imploranti misericordia. Rami secchi, che, visti in prospettiva del cielo, vi scrivano parole di speranza e di vita. Parole che questa notte piovono dal tabernacolo come invito a stare attaccati solo a Lui: “Mi ami?” Mi ami più degli altri? Mi ami con l’amore con il quale io amo i tuoi fratelli?”.

Valentino