Ambasciatori per Cristo

“Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo” (2 Cor 5,20)

Nella foresta, lontano dalla capitale Abuja e dal grosso villaggio di Gwagwalada, sorge il seminario missionario nazionale, in cui un centinaio di studenti di teologia si stanno preparando alla ordinazione presbiterale.
Diversamente dai grandi seminari maggiori nigeriani che accolgono dai quattrocento ai settecento studenti, qui si fa la scelta di avere una comunità che non oltrepassi il centinaio di seminaristi, benché le richieste si aggirano sulle cinquemila all’anno. Solo l’uno per cento dei richiedenti viene accettato.
Negli ultimi trent’anni la Nigeria è passata da ottanta a centocinquanta milioni di abitanti, la stragrande maggioranza dei quali vive nelle città, megalopoli invivibili per gli Occidentali. Questa situazione avrebbe potuto produrre un più alto tasso di violenza di quella che c’è, in questo Paese in cui altissima è la corruzione. Invece, tutto sommato, la gente si mostra serena, desiderosa di vivere danzando, maestra nello sdrammatizzare i grossi problemi con grandi risate.
Quando, nei primi cinque anni di ministero presbiterale, vivevo nel seminario di Ibadan, i cattolici dello Yorubaland erano solo il 2,5% della popolazione. Molto più numerosi nello Igboland, dal quale i missionari furono cacciati in seguito alla guerra del Biafra. Attualmente i cristiani superano il 40% della popolazione. I rapporti con i musulmani non sono pacifici. Ma a tutti è noto che le persecuzioni dei cristiani sono seme fecondo per questa religione che sta salvando la Nigeria. E la salva grazie alle preghiere di persone coscienti che il timone della storia è nelle mani di chi prega. E non si tratta solo del timone della storia nigeriana. Parlando sia con gli studenti del seminario missionario, sia con i responsabili della formazione del clero nigeriano, qui radunati per un lungo corso di aggiornamento, emerge chiaramente la coscienza che il Signore ha un progetto preciso per questo Paese: suscitare tante vocazioni, sia missionarie sia di preti “Fidei donum”, in modo da avere un buon numero di preti da inviare in Occidente, per rievangelizzarlo.
Che il vecchio continente abbia bisogno di ritornare a Cristo è stato ben messo in evidenza dai discorsi di Benedetto XVI e dalla scelta di creare un nuovo dicastero vaticano per la Nuova Evangelizzazione. A questo compito si sta preparando il clero nigeriano, nutrendo la propria spiritualità e formazione teologica sulla vita e sul pensiero di S. Paolo. Il quinto capitolo della seconda lettera ai Corinti fa da fondamento all’ideale di spender e la propria vita “spinti dall’amore di Cristo”, per testimoniare in tutto il mondo la gioia della resurrezione, sicurezza che scaccia ogni paura, fa superare ogni difficoltà, comunica la fierezza di esercitare il ministero della riconciliazione. Motto dei missionari di Gwagwalada e dei preti “Fidei donum”: “ Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo”.
Prima di partire per la Nigeria, “Settimana” (7/2/2010) aveva pubblicato l’articolo “Un sassolino nella scarpa nell’anno presbiterale. Perché i preti giovani non vanno più in missione?”. Mentre riportavo testimonianze di vescovi italiani che lamentavano il fatto che i preti non sentano come bruciante la responsabilità di portare Cristo ai quattro miliardi e mezzo di persone che ancora non lo conoscono, sottolineavo tutte le difficoltà che i preti “Fidei donum” devono affrontare nella loro missione in terre straniere. Mostravo inoltre la mia perplessità di fronte a quei vescovi che chiedono ai preti africani di venire da noi, per metterli, in molti casi, in parrocchie con trecento persone, in montagna, mentre in Asia e in tante parti dell’Africa e America Latina abbiamo estremo bisogno di missionari. Quest’ultima esperienza in Nigeria mi ha messo di fronte ad una nuova situazione che mi obbliga a rileggere attentamente i segni dei tempi.
Innanzitutto ho constatato, amaramente, che i missionari europei in Nigeria stanno scomparendo: all’ordinazione presbiterale di sette missionari nigeriani ero l’unico prete bianco, oggetto d’ammirazione e di continue richieste di benedizioni (soprattutto da parte dei giovani), perché i missionari europei hanno lasciato un bel ricordo tra la popolazione.
Quanto alle mie perplessità sui “Fidei donum” africani in Italia, ho dovuto mettere un sassolino nella mia scarpa. Una valutazione puramente sociologica dell’esplosione delle vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata in Africa porta chi ha poca fede a ripetere il ritornello: “Vanno in seminario e in convento per sbarcare il lunario e per raggiungere una rispettabile posizione sociale”. Chi, invece, ha fede cerca capire che cosa voglia dirci lo Spirito Santo in questo momento storico. Mentre noi ci interroghiamo sulla validità dell’enciclica di Pio XII “Fidei donum”, i formatori del clero nigeriano non hanno dubbi nel volerci aiutare nell’opera di discernimento delle mozioni dello Spirito nella Chiesa:
Il materialismo e il relativismo degli Occidentali stanno azzerando i valori dell’Europa un tempo cristiana ed ora senza un’identità.
La paura degli Occidentali di procreare figli e la crescita zero della popolazione porterà nel giro di settanta o cento anni alla pratica scomparsa degli Europei, sostituiti dagli Africani.
Evidentemente quelle famiglie che hanno solo un figlio non permettono che questi si consacri al Signore e così i seminari si svuotano.
I giovani europei, tra una “destra” consumistica” e una “sinistra” follemente anticlericale scelgono la destra o provengono prevalentemente da ambienti di destra, con il risultato d’esser anch’essi consumistici e conservatori, oltre ad essere, come i loro colleghi, paurosi di tutto, senza spina dorsale, facilmente omologabili, paghi dei loro quattro amici. In queste condizioni non sviluppano uno spirito missionario, anche perché vedono il venir meno dei preti nell’ambiente in cui vivono, per cui giustificano la loro decisione di lavorare nella loro diocesi.
La Chiesa in Occidente ha problemi – sempre secondo i preti nigeriani – non tanto riguardo alle accuse mosse dai mass media nel campo sessuale –genitale, quanto piuttosto per la mancanza di spirito profetico. La Chiesa ufficiale si allinea con i giovani di destra e non è voce critica delle situazioni d’ingiustizia. Che cosa fa per chi muore di fame? Come fa a tacere di fronte all’abisso tra Nord e Sud del mondo? Perché si limita a frasi generiche sulla necessità di applicare la giustizia distributiva, per poi fingere di non accorgersi che tutti – ed ora la Cina al primo posto – continuano a depredare l’Africa delle materie prime e a farle produrre ciò che giova ai mercati europei?
I cristiani occidentali, soprattutto i giovani, profanano la domenica, non più considerata come giorno del Signore. Che cosa ci si può aspettare da gente che ha smesso di pregare o che ricorre a Dio prevalentemente al venire meno delle forze o al sopraggiungere di gravi difficoltà?
Poiché la Chiesa cattolica è una e indivisa in tutti gli angoli della terra – come uno e unico è il corpo di Cristo – i cattolici devono sentirsi a casa propria in ogni Chiesa locale. Ovunque devono poter vivere il loro battesimo, in virtù del quale sono profeti, sacerdoti, re e missionari. I preti devono poter esercitare il loro ministero presbiterale là dove può essere utile la loro presenza, coscienti di portare qualche cosa di nuovo e di valido proprio per il fatto di provenire da culture ed esperienze diverse.
Quasi tutti gli oltre centoventi partecipanti al corso di aggiornamento a Gwagwalada sono laureati e hanno fatto studi di specializzazione all’estero. Sono tornati nella loro terra scandalizzati per quanto hanno visto in Occidente e convinti della necessità di riportarci a Cristo. Dimostrano una immensa riconoscenza nei confronti dei missionari che, al di là di errori comprensibili nel loro contesto storico, hanno fatto immani sacrifici e hanno dato la loro vita per evangelizzare l’Africa. Ma ora, proprio per dimostrare lo loro gratitudine, i preti africani sentono il bisogno di venire da noi per rievangeliazarci.
Non interessa loro di andare incontro alle innumerevoli difficoltà legate alla diversità culturale. Non si preoccupano per nulla del nostro cibo insulso e del nostro “pane d’aria”. Sono disposti ad accettare la piccola parrocchia di montagna, con la convinzione che il disagio ambientale e la diffidenza degli Occidentali non impediranno loro di fungere da ambasciatori di Cristo e di supplicarli nel suo nome: “Lasciatevi riconciliare!”.

Valentino

Commenti

  1. silvia
    ago 4, 15:02 #

    Mi trovo – pur malandata e anziana -in un paese di montagna, in Cadore (BL), in “vacanza” , a lavorare faticosamente per figli genero nipoti…Il parroco, un santo prete ormai anche lui anziano, deve occuparsi di due parrocchie, tre paesi oltre i 900-1000 metri, poco benvoluto dai locali e sempre sorridente e disponibile alla fatica di spostarsi per essere presente ovunque richiesto…
    Un semplice prete diocesano ma Missionario comunque, le sue parole sono sempre e solo la Parola!
    Manca tempo e forza per dire altro, questo solo per testimoniare che anche qui ci sono preti – destra e sinistra permettendo- cui talvolta non interessa di andare incontro alle innumerevoli difficoltà per esercitare il ministero presbiterale là dove può essere utile la loro presenza.

    Grazie a tutti i Preti e a tutti i Cristiani, di qualsiasi cultura, paese,età..

  2. Fabrizio Martelli
    ago 8, 11:28 #

    Alcuni giorni fa il parroco del mio paese proveniente dallo Shri Lanka mi confidava che la mattina alla messa feriale partecipano non più di tre signore anziane: <<Una volta che loro se ne saranno andate non avrà più senso la messa dei giorni feriali>>. Tre persone su un numero di residenti superiore a 800. Tradotto in numeri una percentuale minore dello 0.4%. E la domenica non è messa molto meglio. Alla messa domenicale (quella in teoria più bella) non partecipano mai più di 50-70 persone. Quindi solo circa il 8% dei residenti partecipa alla messa della domenica. Inoltre la situazione va ulteriormente interpretata. Solo una ridotta percentuale di coloro che partecipano alla messa domenicale sono praticanti. Molti invece riducono il cristianesimo alla presenza alla messa, confondendo così un mezzo di grazia con il fine della vita cristiana. In Italia si calcola che minimo dodici milioni di persone partecipano alla messa della domenica (la popolazione italiana supera i sessanta milioni). Non è un numero da poco e non va sminuito, anche se dobbiamo ammettere che il numero dei praticanti è molto più basso. Molte volte in tante parrocchie manca il desiderio del parroco. Che senso ha un sacerdote in una comunità che non lo desidera e non lo ama? E che dire di quelle parrocchie che stentano a esprimere uno spirito comunitario. Come fanno ad accogliere un prete, quando non sono capaci di esprimere accoglienza tra i suoi membri? Mi sembra che questa sia una situazione che sta divendando piuttosto frequente specialmente in piccole parrocchie. Mi domando, e se in certi casi l’assenza e la nostalgia del prete avesse un effetto benefico per la vita delle comunità cristiane, tale da essere uno stimolo per molti cristiani a diventare adulti e responsabili nella fede?

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