Ibadan, 19 Luglio 2010

I poveri, nostri signori

Non giova, a livello psicologico, ritornare in quei luoghi in cui, da giovani, si è spesa la propria vita per gli altri. E, dicendo “altri”, intendo sottolineare che il primo degli altri è Dio.

Se si è obbligati a ritornare nello stesso luogo, è di grande sostegno sostare in una chiesa lasciandosi trasportare da ricordi e parole che aiutino a vedere tutto alla luce della fede e a ravvivare quella convinzione che faceva ripetere a Santa Teresa di Lisieaux: “Tutto è Grazia”.

Dopo trentadue anni ritorno nel seminario di Ibadan (Nigeria) dove ho speso i miei primi cinque anni di Africa. Un fiume di ricordi e una marea di volti vorticosamente danzano e s’intrecciano nella mia mente. Volti e nomi.

È curioso il fatto che settimana prossima sarò a Lusaka. Lì ho insegnato per quattro anni. Ma non mi ricordo nessun nome e nessun volto. Anche in Zambia ho lavorato molto. Ho cercato di voler bene a tanti studenti, ma da loro ero più distaccato rispetto ai Nigeriani. Forse volevo essere più efficiente e soffrire di meno, perché amare tanto implica soffrire tanto…

Il seminario di Ibadan non è cambiato, la struttura è rimasta come la ricordavo ma ora tutto è più decadente. Nella sala dei professori c‘è ancora lo stesso frigorifero e come allora è completamente vuoto. Neppure una bottiglia di acqua! Gli stessi alberi, un po’ più robusti rispetto al passato. La stessa flemma di chi si muove in quel luogo. E, nota dolente, non c‘è nessuno di quelli che ho amato.

Entro nella grandissima chiesa. L’altare di marmo mi riporta a tutte le messe celebrate in quel luogo. Implicita l’accusa: basterebbe una messa per diventare santo, ma dopo tante eucarestie sto ancora facendo i conti con il mio vecchio io che non vuole morire, per far posto ad un io cristificato.

Ecco il pulpito, silenzioso testimone delle mie prime prediche in inglese, quando lottavo con una lingua mai studiata a scuola, quando cercavo di dare il meglio di me stesso a quegli studenti che ora sono preti. Una decina di loro sono diventati vescovi. Molti occupano posti importanti. Mi ricordano con affetto. Soprattutto vanno ripetendo ciò che li ha colpiti nel mio rapporto con loro. Non tanto le mie idee, quanto la mia fede, il mio amore.

Dopo più di trent’anni telefono a qualche ex-alunno. Mi vorrebbero vedere. Ma vedere una persona in Africa vuol dire programmare di spendere una settimana. Perciò mi limito alla telefonata. Scopro che c‘è un denominatore comune nei ricordi:
-non ero il “professore”, ma uno di loro;
-mangiavo pochissimo e con loro;
-ero fedele alla preghiera più di loro;
-lottavo contro i ricchi e quelli che volevano fare carriera ecclesiastica:”i bottoni rossi”;
-li tormentavo con citazioni bibliche:”O caldo o freddo, altrimenti io, Dio, ti vomito”; “Volete andarvene anche voi?”…

Era necessario questo controllo per vedere se il mio insegnamento ha portato frutti? Probabilmente no, se il “portare frutti” come insegna la Bibbia implica la volontà di continuare a pregare e di aiutare gli altri a pregare.

Uno dei motivi che mi ha portato a sostare a Ibadan, in viaggio verso l’aeroporto di Lagos, è l’appuntamento dato ad una mia carissima amica. Fu la prima donna africana che conobbi ed alla quale volli bene fin dal 1973. Architetto, aveva sposato un ingegnere che poi l’avrebbe resa madre di quattro figli. Famiglia ricca, completamente distaccata dai soldi. Lui anglicano e lei cattolica. Ogni mattina alle sei veniva a messa in seminario. Mi aspettava fuori dalla chiesa per salutarmi e commentare la predica. La prima estate in Africa non andai in vacanza: da solo portai avanti il seminario che fungeva anche da parrocchia. E lei non mancava mai a nessuna messa.

Quando lasciai la Nigeria, per anni, continuò a scrivermi ringraziandomi per quanto da me aveva ricevuto. Caso più unico che raro: infatti, quando si interrompe un rapporto, gli Africani non scrivono più, mentre fanno una grandissima festa se la vita permette un nuovo incontro.
L’appuntamento con questa mia amica era previsto fra le nove e le dieci.
L’aspettavo in chiesa contento di poter pregare, facendo memoria davanti a Dio di quanti avevo aiutato a diventare preti. Ma l’iniziale gioia di pregare si offuscava man mano passavano le ore e lei non arrivava. Alle quattordici, non senza una plausibile delusione, stavo salendo la vettura diretto all’aeroporto. Ed eccola comparire all’orizzonte, con un dolce sorriso, trattenendo le emozioni, come trentadue anni fa.

“Padre. Padre Valentino. Padre…”
Quel nome, tanto trascendente e tanto umano che attribuiamo a Dio assume una connotazione ineffabile quando è rivolto ad una creatura, specialmente se la persona che lo pronuncia ne assapora tutto il contenuto. Già da allora, benché avesse tre anni più di me, mi chiamava “padre” con il massimo rispetto.

Appena il suo quarto figlio cominciò ad essere indipendente, dopo la morte per assassinio del suo primo figlio, venduti tutti i suoi possedimenti, si era data completamente al servizio dei più poveri, dei miserabili. Otto, dieci ore al giorno, tra le maleodoranti baracche di quei poveri che noi cristiani chiamiamo “nostri signori”, estremamente esigenti e spesso aggressivi nei contro di chi si fa carico di loro.

La mia amica s’era mossa quasi in tempo per l’appuntamento preso con me, ma una serie di richieste da parte delle persone della sua baraccopoli l’avevano obbligata ad essere fedele alla promessa di servire e di adorare Dio negli ultimi dei nostri fratelli.

…era capitata la stessa cosa a Madre Teresa, quando, in India, aveva accettato l’invito di Giovanni Paolo II di parlare al congresso eucaristico mondiale. Allorché il Papa le chiese come mai non avesse onorato l’impegno assunto, lei rispose: “Santità, stavo venendo da lei, quando ho visto un morente ai margini della strada…”. Il Papa non le permise di finire la frase, ma rivolto a quanti gli stavano accanto disse:” Noi, oggi, abbiamo parlato di Gesù eucaristico. Lei ha dimostrato di essere la vera adoratrice”.

Valentino

Commenti

  1. Concetta
    lug 26, 13:53 #

    Sono senza parole… Questa donna ha tutta la mia stima ed il mio affetto…
    <Amare tanto implica soffrire tanto> … mi ricorda una frase di Padre Pio da Pietrelcina, che conosco da quando ero piccola, ma a furia di ripeterla tutte le volte che i miei coetanei venivano a piangere da me a causa delle loro “pene d’amore” (chiamiamole così), temo di averla un po’ modificata involontariamente (vogliate scusarmi per questo!)
    < Chi comincia ad amare deve essere pronto a soffrire>.
    Mutatis mutandis questa frase l’ho dovuta rivolgere a me stessa nei mesi scorsi, solo che con gli altri è più facile, quando i problemi ce li hai con te stessa viene il brutto! Devi escogitare un modo affinché ti entrino bene in testa e ti si scolpiscono certe parole di salvezza …
    Vorrei tanto avere lo spirito e la volontà d’animo che hanno gli Africani: la forza e il coraggio di sorridere sempre, soprattutto nelle difficoltà, la forza di cantare e ballare anche nelle ore più buie della nostra breve ma intensa esistenza ….

  2. Pezzo di Cielo
    ago 12, 16:56 #

    Ciao Valentino,
    si potrebbero affrontare tanti aspetti che emergono dal tuo scritto. Preferisco soffermare l’attenzione su quell’amica che è rimasta amica, ma soprattutto ha scelto di diventare Eucarestia per i poveri della sua e tua Africa.
    Quante volte Gesù ci chiede di essere Eucarestia gli uni per gli altri!
    Ci domanda di “lasciarci mangiare” dai fratelli, come Lui si lascia mangiare da noi.
    Si fa sacramento e ci chiede di fare altrettanto.
    Le nostre Eucarestie non terminano con la Messa.
    Trovano piena realizzazione fuori dalle porte della chiese,
    in mezzo alle piazze e nelle nostre famiglie,
    nelle scuole e negli uffici,
    nelle corsie degli ospedali, ai crocicchi delle strade,
    nel silenzio del dolore, come nell’esplosione della gioia.
    Lì, dentro la vita di ciascun fratello, soprattutto con i poveri,
    inizia la nostra Eucarestia, quella di Gesù con noi.
    A farci pane e vino per gli altri.
    A farci comunione!
    Soprattutto per coloro che non partecipano alle Eucarestie nelle chiese…
    Poiché solo attraverso noi, Sua Eucarestia vivente, Gesù può raggiungere tutti, può darsi a ogni uomo, può cingersi il grembiule del servizio.
    In un’autentica diaconia di amore e di dono. E nel servizio si ritrova l’amore dato e ricevuto, trovano ragione la sofferenza e il dolore che inevitabilmente accompagnano la scelta di amare, sempre e comunque.
    Ciao Valentino. Un abbraccio.

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