Ponte Nossa, 1 Luglio 2010

L'inquieta nostalgia di Dio

Suona più volte il claxon e m’accosta al semaforo chiedendomi: “Non mi saluti neanche?”. Scendo dalla macchina e chiedo scusa per la mia incapacità di riconoscerlo. Un tempo avevo una memoria formidabile; ora mi rimane la memoria affettiva, ma tanti nomi e volti svaniscono un po’ alla volta, come le orme sulla spiaggia, se non tenute vive da una presenza. Forse è meglio così: quando morirò almeno non si apporrà al mio nome il consuetudinario: “di felice memoria”…

L’interlocutore è un ventenne che si aspetta d’essere chiamato per nome, per il fatto che otto anni fa ha trascorso con me, assieme ai suoi amici, un giorno di ritiro, in preparazione alla cresima. Interessante la risposta alla mia richiesta chi egli sia: “Un fancazzista alla ricerca di Dio”. Non perdo l’occasione per invitarlo alla messa che tra poco celebrerò nella sua parrocchia. Il diniego è giustificato con affermazioni che riassumono tristemente bene quanto molti giovani si attendano dalla Chiesa ( non tanto intesa come istituzione, ma quale “popolo di Dio”): “Non vado più a messa, perché non ci vanno neppure i miei amici e i preti non mi divertono: parlano solo della croce. Non m’interessa che il parroco faccia l’oratorio, il CRE, le vacanze estive in montagna e le serate per far socializzare la gente. Mi stancano le prediche. Vorrei incontrare cristiani credibili. Io non sono credibile, anzi, mi faccio schifo. Ma appunto per questo avrei bisogno di qualcuno che mi aiuti ad aumentare la fede”.

M’invita ad andare a trovarlo in una cascina, in montagna, dove trascorrerà molto tempo con gli amici. E quando gli dico che passerò l’estate in Africa, conclude: “Comoda scappare dai problemi. Ora l’Africa è qui”.

Non posso controbattere: m’attendono i fedeli per la messa vespertina di questa XII domenica del ciclo C, il cui vangelo parla del bisogno per ogni cristiano di prendere la propria croce e di mettersi sulle orme di Cristo. Ma proprio quell’incontro mi dà lo spunto per improvvisare un’omelia in cui mettere in gioco me stesso: parlo innanzitutto per me , convinto come sono che ogni incontro è provvidenziale e che il dialogo con culture diverse e con nuovi modi di pensare diventa estremamente positivo quando non solo io accetto l’esistenza del diverso, ma aspiro ad arricchirmi di ciò che l’altro possiede di bello, di vero, di sanamente provocatorio e di quel bene che sempre si cela anche là dove non c’è pienezza di verità.

Le provocazioni di quel giovane mi portano a dire che le nostre prediche dovrebbero essere delle iniezioni di speranza. Quando siamo chiamati a parlare della via stretta che porta alla salvezza, dovremmo presentare la croce non come una incomprensibile esaltazione del dolore, ma come espressione massima dell’amore.

I segreti di Fatima parlano delle sofferenze che i cristiani devono affrontare per il semplice fatto di essere seguaci di Cristo. Sofferenze che non pesano molto quando si ama tanto. Non pesa eccessivamente la sofferenza quando si ama il Maestro e la Chiesa da Lui fondata, non come società perfetta, ma come comunità chiamata ad una continua purificazione, a perdonare e a chiedere perdono, a fare penitenza in riparazione dei peccati personali e di quelli del mondo. Soprattutto i peccati di omissione di questa umanità troppo spesso sorda al grido di dolore che si alza da parte dei miserabili della terra.

A Fatima il Papa ha lanciato un caloroso appello ai cristiani perché assumano, con il calore della fraternità, il fermo atteggiamento del fratello che aiuta il fratello a restare in piedi, a farsi carico dei bisogni di tutti – bisogno di fede, tanto quanto del pane – a cercare, ai piedi della Madonna e sulle sue orme, la libertà: “Con lei e come lei siamo liberi per essere santi, liberi per essere puri, casti e obbedienti; liberi per tutti perché staccati da tutto; liberi da noi stessi, perché ciascuno cresca in Cristo”.

Questo discorso non è rivolto solo ai preti, ma a tutti i cristiani, al servizio del battesimo dei quali noi preti siamo chiamati per offrire soprattutto il sacramento della riconciliazione e l’eucaristia. La responsabilità di diffondere il Vangelo e di confermare i fratelli nella fede è di tutti i credenti, ognuno responsabile nella misura in cui è cosciente dei doni ricevuti e dell’esperienza di fede, come dice S. Pietro: “ Adorate il Signore nei vostri cuori, pronti a rendere conto della speranza che è in voi”.

Abbiamo bisogno di laici che si ribellino all’idea di accontentarsi di gestire quello che abbiamo, di continuare con una tradizione che non dice più nulla alle nuove generazioni. Non dobbiamo prendere per scontato che i nostri figli abbiano la fede, specialmente se in famiglia non si prega, non si legge il Vangelo, non ci si incoraggia a vicenda ad emularci nelle virtù che rendono bello il vivere e che aiutano a fare cose belle, a far diventare le nostre vite sorgente di bellezza.

Papà e mamma, assieme a tanti credenti della comunità, devono essere credibili, per poter affascinare i giovani mediante una fede che si esprime nelle opere, nella silenziosa testimonianza, nella fedeltà al rito, anche quando arriva il momento dell’aridità e del deserto interiore, quando cade la notte della fede. È quello il momento di dimostrare la propria fedeltà non ad un Dio generico, ma al Dio di Gesù Cristo, colui che ci ha insegnato a guardare il mondo con la capacità di vedere anche nel limite dimensioni eterne, vedere la grandezza nella piccolezza, vedere la forza nella debolezza. Vedere in ogni situazione d’invecchiamento, di indebolimento e di morte la presenza dello Spirito Santo, che ci fa gridare con S. Paolo: “Quando sono debole, allora sono forte”.

L’esperienza del proprio limite e peccato diventa devastante per chi ragiona con categorie puramente umane, ma per chi vive di fede, per chi è proiettato verso l’Eterno, si trasforma in provvidenziale occasione di grazia: nel deserto degli affetti, nell’abbandono anche delle persone più care, nell’accettazione della nostra fragilità finalmente scopriamo il volto paterno di Dio che ci ama non perché noi siamo santi, ma perché lui è “clemente, buono, misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore”. Ci ama perché il suo amore è illogico. Ci ama perché in Cristo ha sperimentato che cosa significhi essere uomo: abbandonare la propria famiglia, trascorrere notti in preghiera, affrontare il deserto, scegliersi dodici amici che lo lasciano solo nell’ora della prova, lo vendono per trenta denari, lo tradiscono con un bacio sulle labbra, lo rinnegano tre volte, cioè totalmente: “Non lo conosco. Non so di chi parli. Non lo amo”.

A quel giovane che si aspetta da me d’essere riconosciuto e salutato, a lui che mi parla male della Chiesa perché ancora la ama, non servono le mie parole, ma la mia vita di preghiera: serve un volto sereno che comunichi speranza. Serve un cristiano che tenga viva la ricerca della verità e quindi di Dio. Serve un uomo che sia rimando all’al di là, a quell’oltre che è il fondamento del presente. Serve un credente che inviti a cercare non le cose effimere, ma le ultime, le verità eterne, assieme a quella croce presentata come trampolino di lancio verso quella parola finale che non sarà certo il dolore, ma l’amore. Non la morte, ma la resurrezione. Non l’ultimo respiro, ma il primo sorriso che il Padre renderà eterno.

Valentino

Commenti

  1. marco
    lug 7, 00:41 #

    Io ho conosciuto soprattutto in questi ultimi 5/6 anni persone che attraverso la loro presenza e testimonianza di vita hanno fortemente contribuito alla mia (ns con mia moglie) conversione. Un cammino difficile per certi aspetti più ora che all’inizio. Più ci avviciniamo alla Trinità e più il mistero si infittisce. Più stò con Cristo e più mi scopro per quello che sono. Niente per l’uomo della terra. Tutto per l’uomo che guarda al cielo.
    Il ns padre spirituale poi una monaca agostiniana conosciuta durante un viaggio a Roma, il rettore di un famoso santuario mariano della mia zona, un sacerdote indiano, tu don Valentino.
    Qualcuno dirà- per forza – hai incontrato tutti addetti ai lavori. Io rispondo: molto di più – nei loro sguardi ho riconosciuto il volto della Misericordia, ho pregustato il sorriso eterno del Padre.

  2. Silvia
    lug 8, 00:25 #

    Quanto scrivi, don Valentino, ha risonanze diverse, stanti le infinite differenti esperienze di chi legge.
    Il messaggio che trasmetti è sempre di Fede piena, assoluta, indiscussa e apparentemente non “provata” ma sempre comunque indubitabile.
    Magari, non è così, anche i Santi, anche Maria, anche Gesù conoscono la “prova”.
    ORA”, mi aiutano a credere e sperare, alcune tue parole, che mi viene di collegare, anche se appartengono in realtà a pericopi successive.
    Ma non mi sembra di alterare il senso globale.

    “….nel deserto degli affetti, nell’abbandono anche delle persone più care, nell’accettazione della nostra fragilità …. serve un volto sereno che comunichi speranza. Serve un cristiano che tenga viva la ricerca della verità e quindi di Dio. Serve un uomo che sia rimando all’al di là,… Serve un credente che inviti a cercare … le verità eterne, assieme a quella croce presentata come trampolino di lancio …”

    Non ho un Padre spirituale.Né una monaca di alcuna congregazione.Né il rettore di un famoso santuario.Né un sacerdote indiano.E neppure nostrano…
    Ci sei tu, vedo il tuo sguardo nel “Diario” oltre che nella foto e in qualche video…

    Spero di incontrare un giorno vicino, il Volto della Misericordia.

    Con la paura quasi continua di compiere il peggiore e iirrimediabile peccato.
    “Presunzione di salvezza senza merito”.

    Signore, abbi Misericordia!

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