Ponte Nossa, 20 Giugno 2010

Aggiungi un posto a tavola, c'è un peccatore in più

È la festa del “Corpus Domini”. Un gruppo di amici che avevo incontrato in Nigeria nella prima metà degli anni settanta m’invita a celebrare l’eucaristia e a rinnovare il vincolo dell’amicizia, specialmente ora che sanno che devo tra poco ritornare nel loro paese. Ci sono anche alcuni Italiani che lavoravano laggiù. Tra di essi un quarantacinquenne nasconde il suo affetto nei miei confronti con una notevole aggressività: “Mi hai cresimato, ma lo Spirito Santo, quello che tu chiami tuo amico, non ha funzionato in me. Non credo più in Dio. Non sopporto la Chiesa che fa ballare Gesù per scopi di lucro e sfrutta la povera gente facendola sentire colpevole per dominare le coscienze dei cosiddetti fedeli”.

Non gli rispondo a parole, ma con un abbraccio che lo disarma. Il mio silenzioso sguardo è un implicito invito a partecipare all’eucaristia. La bocca dice di no, mentre gli occhi e il cuore gridano di sì.

Inizio la messa con gli amici Nigeriani e, visto il mio stato d’animo, cambio il Vangelo e leggo Matteo 22, 1-14: la parabola degli invitati a nozze. E faccio la seguente esegesi.

Inverosimile, improponibile ed assurda questa parabola? Per molti Africani è semplicemente incomprensibile. Rifiutare un pranzo? Peggio ancora rifiutare un invito a nozze? Se poi l’invitante è il re, chi mai oserebbe pensare ad un rifiuto?

Gli Africani soffrono di una fame atavica e sognano i l paradiso come il regno in cui si starà eternamente seduti a tavola a pregustare tutte le possibili delizie. Senz’altro pure ai tempi di Gesù la situazione doveva essere analoga. Perché allora il Maestro ha inventato una parabola in cui tutti gli invitati rifiutano di prendere parte al banchetto? È forse un dispetto che si fa al Padrone declinarne l’invito? E come mai prima di pronunciare queste parole Cristo non ha esitato a dire che a quanti rifiutarono l’invito sarà tolto il Regno (cfr Mt. 21, 43)?

Sembra poi addirittura grottesca la situazione di quegli invitati che uccidono gli ambasciatori della lieta notizia, come se fossero stati mandati ad annunciare una convocazione in tribunale.

L’essere umano mal sopporta la gratuità, il dono, l’invito che può essere visto come presupposto di un obbligo nei confronti dell’invitante. Ignora l’invito perché incapace di gestire lo scandalo della gratuità .

E quell’invitato che non aveva l’abito nuziale?… Vediamo come si comporta con lui Cristo.

Sulla porta della sala nuziale un servitore regalava a tutti l’abito, come capita tutt’ora in certe tribù africane, dove segno della festa è indossare tutti lo stesso abito, dello stesso colore. L’invitato doveva semplicemente allungare la mano e accettare quanto era a lui dato in dono. Ecco giustificata l’ira del Re nei confronti dell’invitato che non si è degnato di accettare il regalo dell’abito che unisce tutti nella medesima gioia.

Altra possibile interpretazione: quell’individuo ha frainteso sul significato dell’invito. Ha creduto di dover parte cipare a un funerale, non a un pranzo di nozze. In questo senso diventa simbolo del credente che partecipa all’eucaristia quasi vestito a lutto, con un viso che esprime severità, austerità, tristezza, silenzio. Non indossa l’abito del la gioia e della speranza. Pensa che davanti a Dio bisogni portare tutte le sofferenze dell’umanità, scordando che questa è salvata dal suo sorriso, riflesso dell’eterna felicità del Creatore.

“Il regno dei cieli è simile a un re che fece una festa di nozze per suo figlio. Le nozze e il banchetto sono metafore per indicare il Regno di Dio. Il Re è il protagonista, tutti gli altri sono esecutori: è lui che prende l’iniziativa d’indire la festa, è lui che subisce il rifiuto, è ancora lui che si prende la briga di giudicare quanti hanno disatteso le sue aspettative e di punire colui che, accettato l’invito, si presenta senza l’abito nuziale.

I farisei rifiutano l’invito. Il loro diniego diventa benedizione per i poveri, i ciechi, gli zoppi. Israele rifiuta l’amore del Padre e i pagani approfittano della misericordia dell’Altissimo. I “giusti” non accolgono l’invito ad entrare nel Regno e così i peccatori, le prostitute, gli esattori di tasse precedono i “giusti” nel paradiso.

Per tutti però c’è un giudizio: per i primi che hanno deluso il Re c’è l’incendio della loro città; per chi non indossò l’abito nuziale la relegazione nelle tenebre, dove c’è pianto e stridore di denti.

Tutti sono chiamati, ma quanti gli eletti?

Se i Giudei del tempo di Cristo e gli Africani della presente generazione fanno fatica a comprendere questa parabola, per i motivi sopra accennati, i nostri contemporanei occidentali fanno ancora più fatica a vederne l’utilità: supernutriti, privi ormai del concetto di comunità, incapaci di relazioni stabili con più persone, sarebbero tentati di eliminare quel re che li invita a nozze, là dove gli interminabili pranzi sono vissuti, specialmente dai giovani, con una noia mortale.

Ma proprio per tutti questi motivi la parabola è interessante. Bella perché, in certo qual modo, assurda. Rispondente alla logica evangelica che ribalta tutte le categorie umane: gli ultimi sono i primi, la povertà è ricchezza, la debolezza è forza.

Cristo ci invita alle nozze, a stare con Lui che non esita a dire: “Fa festa finché lo sposo(io, il tuo Signore) è con te”. Cristo sa che soltanto stando con Lui, ruminando la sua parola e facendo nostro il suo insegnamento possiamo godere di quella profonda serenità e intima gioia che il mondo solo promette ma non può donare. Cristo sa che la preghiera non ci dispensa dallo sforzo. Non è un narcotico che ci proietta in un’incosciente attesa dell’avvento del Signore. È piuttosto una stupenda forza propulsiva che ci proietta nella vita arricchiti dal fatto che la nostra debolezza si è convertita nella forza stessa di Dio.

Finita la mia esegesi, inizia la discussione. Accenno all’incidente capitato prima della messa, anche perché alcuni erano stati testimoni. Uno mi dice: “Ma perché te la prendi? Non ha rifiutato te, ma il Signore”. “ E ti sembra poco…” (mi trattengo dall’aggiungere: “Io e il Padre siamo una cosa sola”).

Un altro afferma che benché sia lì per la messa, non farà la comunione perché lui non va troppo d’accordo con i comandamenti e con i precetti della Chiesa. A lui mostro come Cristo abbia cercato la compagnia dei peccatori, fino a sedersi a tavola con loro. E mostro come pure io gioisca della scoperta esistenziale d’essere un peccatore, così che Cristo viene a mangiare a casa mia. E termino con il canto: “Aggiungi un posto a tavola, c’è un peccatore in più”.

Valentino

Commenti

  1. Matteo
    giu 20, 22:47 #

    Rispondo solo con la frase che più mi ha colpito:
    Non gli rispondo a parole, ma con un abbraccio che lo disarma!!!!

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