Ponte Nossa, 1 Maggio 2010

Nan Thai Tho

Nan Thai Tho, otto anni, birmano. Non sa chi sia suo padre, ma dai tratti del viso, dal colore della pelle e dal suo modo di comportarsi non può che essere figlio di un Indiano del Kerala.

Magrissimo, febbricitante, affetto da scabbia. E’ un bambino di strada che mi guida nella periferia di Yangon ( Myanmar) alla mensa dei poveri: mangiamo in quattro spendendo due dollari, bibite incluse. Lui finge di non avere fame.Si fa dare un sacchetto di plastica e raccoglie i resti dai piatti per farne dono a sua madre. Tripudia di gioia per l’ultima mancia della giornata. Ha raggiunto il dollaro, che gelosamente nasconde nelle mutandine.
Da buon buddhista gode pensando alla gioia di sua madre, che l’ha istruito al risparmio: “Metti via i soldini prima della stagione fredda, quando non ci saranno più i turisti”.

Nan Thai Tho ora ci porta al mercato, aperto giorno e notte. Là si vive, si nasce e si muore, ci si da’ il cambio per dormire sui cartoni. Una mamma riposa con due bambini accanto. Uno dorme con la mammella in bocca… E non descrivo il resto dell’ambiente: ci vorrebbe un Dante per cantare degnamente quelle bolge infernali, trasformate in pittoreschi quadri di vivida umanità.

Nan Thai Tho e’ orgoglioso di passare tra i commercianti. Tutti conoscono quello “scricciolo”, figlio di nessuno e di tutti, cacciato più volte dalla polizia e abituato a dormire aggrappato al corpo di altri bambini, in un angolo del mercato. Lì la polizia non osa interferire: anche gli uomini dell’ordine hanno un cuore.

Passiamo davanti ad un tempietto eretto in onore di Buddha. Nan Thai Tho congiunge le manine e fa un inchino. Dice di non avere tempo per pregare più a lungo: deve cercare da mangiare. Poi ci porta nel compartimento dei fiori. Profumi inebrianti sovrastano per un momento l’insopportabile puzza, mentre una bianca nube proveniente da tanti bastoncini d’incenso circonda il Buddha e noi di arcano mistero.

Mentre Nan Thai Tho s’intrufola tra i corpi dei suoi amichetti, ritorno all’angolo dei fiori e mi siedo sotto i rami del gelsomino.

Chiudo gli occhi e penso al gelsomino che ho piantato nel mio giardino: e’ durato tre anni. Non e’ fiorito alla quarta primavera. Ma il suo profumo ancora vive in me così come in me vivono la amicizie seminate in tanti angoli della terra. Molte sono svanite. Molte, apparentemente, perse. Ma il loro profumo ancora nutre la mia fede nell’Amore che fa vivere altri amici.

E’ lo stesso amore che anima il piccolo birmano Nan Thai Tho che vince la febbre e sopporta, sereno, la scabbia al pensiero di far contenta sua madre con gli scarti della carne di cui si è privato, con quel dollaro che servirà quando non ci saranno i turisti, con quella manina nella mia manona più volte accarezzata, mentre mi sussurra: ‘Sono felice, sono felice, sono molto felice’.

Con la mistica felicità del credente, con il sorriso, le mani giunte e l’inchino di Nan Thai Tho, rispondo a quanti continuano a chiedermi come sia possibile sperare in un eventuale “Dio buono” quando si vedono soffrire bambini innocenti nell’ospedale di Niguarda, in un Milano che compera tutto, ma non la vita morente del proprio figlio (così, ieri, mi ha sfidato un papà disperato, impotente di fronte alla sua creatura che ha i giorni contati). E tra le tante lettere ecco un brano: “Osservando molti cristiani, scorgo con fatica in loro la luce della speranza nella morte e resurrezione in Cristo, vissute nel proprio battesimo di cui vai parlando. Anche io mi sento vacillare di fronte ai grandi mali del mondo. La grazia del nostro battesimo ha forse perso la sua efficacia originaria?”.

“ Basta una lacrima di un bambino innocente per dimostrare che il tuo Dio non esiste..”. Con questa affermazione sono stato più volte provocato da molti giovani incapaci di affrontare il mistero della sofferenza umana. Questa profondamente mi tocca, perché “Tutto ciò che è umano mi appartiene”. Però le tragiche situazioni di morte che ho vissuto in diversi angoli della terra non si trasformano in rassegnazione e in pessimismo, anzi la sofferenza alimenta la mia voglia di lottare: più soffro, più lotto! E, guardando a Nam Thai Tho, mi rendo conto dell’urgenza di imparare dai poveri a farsi carico dei mali degli altri e trovare pace nel tentativo di aiutarli.

Nella parola di Dio trovo quotidianamente la forza per non cedere alla disperazione, per portare pace nel mio cuore e vigore al mio agire. Prima di pensare al fare, occorre preoccuparsi dell’essere. Così inizio e termino ogni giornata spendendo lungo tempo nella contemplazione della Parola, che rendo mia preghiera. E faccio ciò non perché sono migliore degli altri, ma perché so che, se non pregassi tanto, sarei peggiore degli altri…

Molti cristiani sono schiacciati dal pessimismo non perché il battesimo abbia perso la sua forza, ma perché non si immergono nella Luce, non si concedono il privilegio di ristorarsi alla fonte della vita e riandare ai momenti belli, in cui il credere e sperare era una festa. La nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità sono come orme sulla sabbia: il mare dei nostri affanni le cancella, se non vengono continuamente rinnovate dalla preghiera.

La speranza è un’arte e una virtù che si apprende con la preghiera, con la ruminazione costante della Parola, con la perseveranza nella ricerca dei segni positivi e belli che la vita ci offre. Carichi di un nuovo spirito e di un rinnovato entusiasmo, potremo lottare per creare il Regno sulla terra. E la nostra lotta alimenterà in noi il fuoco della speranza con la coscienza che, dopo la creazione dell’uomo e ancor più dopo la resurrezione di Cristo, il mondo è nelle nostre mani. Nello sforzo di liberare l’umanità dal male, liberiamo noi stessi. Nel tentativo di rendere più umana una persona, divinizziamo noi stessi. E siamo grati a Dio che ci fa incontrare il Risorto nelle manine giunte e nell’inchino riverente del piccolo buddista birmano Nam Thai Tho.

Valentino

Commenti

  1. Concetta
    mag 2, 10:12 #

    Ciao Valentino, come sempre hai un tempismo perfetto!
    Sai, già dal titolo mi sono sorte delle domande: chissà cosa significa il nome Nam Thai Tho nella lingua di questo povero ma felice bambino, felice di esser riuscito a mettere da parte qualcosina per la madre e per l’inverno. Suona bene “Nam Thai Tho”… magari in mezzo a tutta quella sofferenza (una sofferenza tale che <la polizia non osa interferire: anche gli uomini dell’ordine hanno un cuore>) lo avrai visto sorridere più di una volta… È incredibile la forza che hanno i bambini poveri, la forza di vedere quello che noi siamo troppo ciechi per vedere… Un bambino che è troppo impegnato per cercare di sopravvivere per avere un po’ di tempo per pregare… E noi? Non è forse quello che diciamo sempre? Sono troppo impegnato per pregare, devo fare questo, quello e anche quest’altro… La fretta… il tempo che ci insegue o noi che lo rincorriamo… Non abbiamo mai tempo… Ma di fronte a milioni di bambini come Nam Thai Tho, abbiamo ancora il coraggio di affermare una cosa del genere?! “Impariamo ad ottimizzare il tempo”, dice una mia prof. Io penso che dovremmo imparare a capire quale priorità dare alle cose da fare… Penso al fatto che un’auto per camminare ha bisogno di benzina. E la mia Benzina? Se prima non faccio rifornimento come faccio a mettere in moto? Magari non potrò sostare tanto alla Stazione di Servizio, ma un bel pieno di Benzina lo dovrò pur fare se voglio concludere qualcosa di buono ogni giorno! La Parola… mai come in questi ultimi giorni ho sentito la necessità di sostare all’Area di Servizio… Sai, proprio in questo momento mi sono venute in mente le batterie: hai detto che se si scaricano del tutto non si possono più ricaricare. Ecco, dovremmo pensarci ogni tanto a ricaricarle… Parte tutto da lì. Anche nei rapporti umani. Soprattutto nei rapporti umani. Se non abbiamo la giusta dose di carica non vedremo rifiorire le nostre relazioni alla quarta primavera. Che tristezza, io non sono arrivata nemmeno alla terza!… Ogni giorno dobbiamo curare i nostri rapporti, farli crescere, dar loro la giusta linfa vitale per sopravvivere e sbocciare ad ogni primavera, proprio <come le orme sulla sabbia: il mare dei nostri affanni le cancella, se non vengono continuamente rinnovate dalla preghiera.> Quello che mi è successo martedì, ahimè! <Ma il suo profumo ancora vive in me> Sì, il suo profumo vive ancora in me, anzi ogni giorno diventa sempre più intenso anche se non so se il ramoscello che è appassito potrà mai rifiorire… Forse è stata colpa mia: non avevo più fatto una sosta degna di questo nome all’Area di Servizio, e questo è il risultato! Soffro, Valentino, tanto… Lo hai visto anche tu l’ultima volta che sei venuto com’ero felice e invece credo di aver sbagliato, non so bene cosa, ma qualche danno lo avrò combinato. Ho dovuto fare una sosta forzata! perché <Prima di pensare al fare occorre pensare all’essere> Povera me… Però devo dirti che è vero! <La sofferenza alimenta la mia voglia di lottare: più soffro, più lotto!> Io lo voglio far rifiorire questo ramo… Ho fede nella sua rifioritura… deve rifiorire… Nutro speranza in questa “nuova primavera”, spero solo di trovare la giusta forza per lottare nella Benzina!
    Valentino… ti chiedo di pregare per me… (e per noi)
    Ti mando un abbraccio, spero che ti arrivi insieme a tutto il mio affetto…

  2. silvia
    mag 3, 23:31 #

    E’ una testimonianza che pur mettendomi in imbarazzo e illuminando tragicamente la mia povertà e pochezza, mi lascia un grande desiderio di conversione.
    Quel bimbo indiano, la tua esperienza con lui, pur analoga ad altre conosciute per altre vie, mi fa sentire indegna di credermi cristiana.
    Ho il mio dolore, le mie sofferenze, le mie povertà…ma so che Cristo è altro.
    Per me il tempo è poco, “ora devo andare di corsa”: sono le parole che anni fa, un Padre, il solo che Dio mi ha dato per il poco tempo che Lui ha voluto, mi disse negli ultimi giorni di vita.
    Chiedo a Dio – e a te – di aiutarmi
    -a convertirmi ad una sequela vera e non illusoria.
    -a non nascondermi dietro alibi colpevoli.
    -a stare con Lui, il Signore, sempre anche quando le cose da fare sono tentazione.
    -a vivere la mia vocazione battesimale sacerdotale sempre e per tutti.

    Donaci ancora

    la tua fede,
    l’amore,
    la ricerca del più e del meglio,
    la tensione alla santità,
    l’esperienza di essere Sacerdote sempre e per tutti,
    l’umiltà di confessare anche limiti e dubbi e fatica e dolore…

    Grazie sempre, a te e a Lui, perchè ciò che ho letto oggi, è per me una Parola severa ma buona.

    Grazie: continua sempre a essere Prete senza misura, malgrado tutto…
    Accogli e senti l’affetto, l’amore, la gratitudine che ti avvolgono.
    Senti l’Amore e la Gioia di Gesù che ti guarda e ti ascolta e ti segue …

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