Ponte Nossa, 20 Febbraio 2010

“Maledetto chi confida nell’uomo”

Tutta una vita a ripetere, in ogni angolo della terra, di cercare Dio sul volto dell’uomo più che nell’alto dei cieli. Perché il corpo dell’uomo è il corpo di Dio, da quando Lui si è fatto uno di noi. Dio e uomo, consacrati nel mistero affascinate della “rivelazione”, arte del togliere un velo per avvolgerlo in un altro. Perché questa è la logica di Dio: svelarsi nascondendosi.

Anno dopo anno ribadendo il concetto che a questo uomo bisogna dare un anticipo di fiducia, perché solo l’amore lo può far sentire grande e aiutarlo a mettere in evidenza le sue immense potenzialità. Questo essere umano da amare al di là dei meriti, perché l’amore non calcola, non si basa sulla meritocrazia, ma “tutto sopporta, tutto crede, tutto spera…”. Amore: unico mezzo a nostra disposizione per capire, per tendere al Signore e per portare Dio ai fratelli.

Ed ecco la liturgia della VI domenica dall’anno C (2010): “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo”, grida il profeta Geremia e gli fa eco Luca con quattro beatitudini contro corrente – non secondo la logica umana – con l’aggiunta di quattro maledizioni. Maledizioni che acuiscono il gemito dell’inviato da Dio contro la sua volontà: “Maledetto il giorno in cui nacqui!”.

Sconvolgente tema che ci introduce alla quaresima, con quella cenere posta sul capo, mentre il prete va sussurrando ad ogni fedele: “Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai”. Polvere, vanità e peccato. Peccato adombrato nello scambio tra Dio e l’uomo, nel divinizzare ciò che è puramente umano, nell’assolutizzare un essere transeunte, per dargli il posto di Dio. Peccato come “amartia”: sbagliare il bersaglio, non fare centro, essere dei pasticcioni, nel non distinguere a sufficienza i sentimenti di questo nostro cuore che si aggrappa alle ombre, anziché cercare la pura Luce.

“Beati voi poveri”. Dopo trenta anni d’Africa tremo a proclamare questa beatitudine perché vedo che la mia voce nasconde anziché rivelare la profondità del distacco da tutti e da tutto, implicito nel proclama di Cristo.

“Beati voi che avete fame”. Quando mai avrò saziato la fame d’amore, mia e degli altri, oltre alla fame di pane? Io che ho visto tanti giovani occidentali ammazzati dalla mancanza d’amore e tanti bambini africani ammazzati dalla fame, pecco gravemente perché non sono capace di essere felice facendo contenti gli altri, con briciole d’amore e di pane.

“Beati quelli che piangono”. Lui promette di consolare chi piange perché Dio non è amato. Io piango perché ad uno ad uno se ne vanno gli amici, mentre io resto con il dubbio che in vano sia passato nella loro vita e non sia riuscito nello scopo di aiutarli ad amare di più il Signore.

Mentre in me si agitano questi pensieri, alla fine della terza messa celebrata a Brescia, un amico che nel passato aveva partecipato a parecchi miei campi scuola, mi abbraccia, mi stringe forte e mi sussurra di non pensare ai dieci anni che non mi vede più, ma di lodare il Signore, perché, grazie a quelle esperienze, ha potuto mantenere la fede.

E, tornato a casa, ecco la lettera di un altro amico (ed è poco chiamarlo amico, lo considero un figlio) : “Non rimpiango nulla. Di tutto rimane l’amore, l’intensità di momenti unici e irripetibili che sono ancora oggi parte importante della mia vita. Oggi sono e siamo diversi. Lontani e allontanati dalla distanza fisica e, probabilmente da modi diversi di leggere la storia, l’Umanità e le molteplici relazioni di cui essa si alimenta … Ad unirci per sempre e al di là di ogni diversità, rimane l’Amore, la mano di Dio e dei nostri Padri sulla testa, la dolcezza di una terra che ha cullato il nostro essere uomini”.

A queste parole, chi non proromperebbe in un canto simile a quello che fece danzare Maria, assieme ad Elisabetta? “Rimane l’Amore”, dice l’amico. Ma io vorrei lui. E lo vorrei vicino, sì che piango mentre scrivo, perché, forse, sono ancora vittima di quella “maledizione” stigmatizzata dalla Bibbia e concretizzata nell’accusa della coscienza: “Dio non ti basta. Tu vuoi continuare il canto dell’amicizia non nel ricordo, non a distanza, ma nella gioia della presenza e dell’abbraccio. Proprio tu che a centinaia, a migliaia di studenti hai insegnato: “He whom you loved and lost, is no moore where he is, but wherever you are” ( Colui che tu hai amato e perduto, non è la dove si trova, ma dovunque tu sei)”.

Perduto a causa della distanza. Perduto a causa della morte fisica o morale. Perduto per uno sbaglio di metodo, o di una parola detta in più o fraintesa. Perduto per un’ideologia. Perduto per quell’invecchiare che porta con sé il venire meno del giovanile entusiasmo e, soprattutto di quella fede che un tempo faceva percepire Dio tra di noi, mentre ora la mancanza del “rito”, non alimenta l’antica fiamma dell’Amore.

Nulla è mai perduto – ho sempre insegnato – “perché l’amato stesso è il premio dell’amore”. In altre parole: chi ha amato non perde nulla, perché non si ama mai in vano. Il fatto di avere amato ha in se stesso la sua ricompensa.

Il piangere per la lontananza e la perdita degli amici mi mette nella categoria dei maledetti che confidano nell’uomo? Il proclamare le beatitudini mi deve far rassegnare a vivere senza chi ho tanto amato? Non dovremmo noi essere degli eterni innamorati dell’amicizia come S. Agostino, che anche da anziano continuava a vivere in un cenacolo creato per i suoi amici, per vivere in comunità, in una casa di preghiera, proprio come quella che suggerivo agli amici tanti anni fa, quale oasi nel deserto del vivere quotidiano?

Che significa amare una persona e vivere senza di lei? Sentire qualcuno come figlio e fratello ed essere fratelli separati non è una contraddizione? Fratelli separati vuol dire fratelli non fratelli. Fratelli che si ignorano. Fratelli che si fanno del male.

Fratelli separati non vuol dire fratelli perduti?

Ed unica sarebbe la strada per tornare a vivere l’amicizia non come un ricordo, ma come un sacramento: quello che Dio fece sperimentare a Giacobbe – in fuga dal fratello Esaù -, al guado del fiume Iabbok, quella notte in cui il Signore si rotolò nel fango con il Patriarca. Lotta (preghiera) che umanizzò Dio e divinizzò Giacobbe.

Se tornassimo a pregare insieme! Questa l’unica via che può colmare le distanze e porre le premesse per una fedeltà, non necessariamente scandita con precise date, ma per lo meno fecondata dal desiderio dell’incontro. Desiderio che già è una vicinanza, una presenza, una festa.

Desiderio che non può essere tacciato di maledizione, perché anche Cristo, la notte prima di morire, non ha esitato a dire: “Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum”. Ho desiderato con un grande desiderio mangiare con voi. Ho desiderato ardentemente stare con voi. E lui era il Figlio di Dio. Il Benedetto.

Valentino