Ponte Nossa, 7 Febbraio 2010, sessantacinquesimo genetliaco

“Per i vecchi rimbambiti come te”

Sto recandomi da un amico prete per celebrare il sacramento delle riconciliazione. Costeggio il lago di Endine completamente coperto di ghiaccio, regalo di questo questo strano inverno che porta tanta neve al Sud e giornate fredde ma sfavillanti di vivida luce qui al Nord. Tutto intorno le montagne appaiono nella loro sfolgorante bellezza e il solo guardarle è già in sé pregare.
Canta il cuore, contento di essere lontano dalle preoccupazioni legate al mio ministero presbiterale. Contento per l’occasione di rivedere un amico. Contento perché è sempre una festa la possibilità di chiedere perdono al Signore e da Lui ricevere la forza di tornare da capo.
Immerso in questo angolo di paradiso, sento che dietro la mia macchina qualcuno suona ripetutamente il clacson. La strada è un lungo susseguirsi di curve e paesi ed è impossibile viaggiare a velocità sostenuta. Arrivato ad un semaforo, scendo dalla vettura e chiedo al giovane nell’auto che mi segue cosa c‘è che non va: “Ma stai andando come una lumaca!”. Gli faccio notare che c’è il divieto di superare i cinquanta chilometri all’ora. E lui: “Per i vecchi rimbambiti come te”.
Lo fisso con quello sguardo stupendamente messo in evidenza da Marco (10,21) allorché parla dell’incontro di Cristo con il giovane ricco. E mi limito a sussurrargli: “Il Signore ti benedica”.
“Per i vecchi rimbambiti come te”. Si vede che questo giovane ha studiato, poiché, come Dante, si esprime con un endecasillabo! Anch’io cerco sempre endecasillabi per i titoli dei miei articoli. Quindi questa volta lui mi facilita il compito.
“Rimbambito”. Etimologicamente non è un insulto, anzi, per me, cristiano, è un elogio, dato che “rimbambire” significa ritornare come bambini. E non ha forse Gesù detto che questa è la condizione indispensabile per entrare nel regno dei cieli?
“Rimbambire” nell’accezione data da quel giovane significa “perdere il senno” ed è spesso legato all’età. Allora devo prendere in considerazione la parola “vecchio”.
“Vecchio”. Quante volte ho detto e scritto che una persona non deve sentire come una segreta vergogna il fatto d’invecchiare. Anzi, è un privilegio vivere carico di anni. Si diventa come gli alberi d’autunno: col cadere delle foglie lasciano intravvedere la loro nuda bellezza ed essenzialità. E pure i loro rami spogli, visti in prospettiva del cielo, scrivono parole di speranza.
“Vecchio”. Il mio dizionario etimologico, dopo tutta una pagina di brutte considerazioni su questo termine, proprio nell’ultima parola mi consola, affermando che ci può essere il rimando a “veglio”. Forse fa allusione al fatto che noi, “vecchietti” dormiamo poco. Oppure che viviamo con un cuore che ascolta. Le due accezioni mi piacciono. Noi siamo chiamati a vivere captando ogni cosa con un senso di meraviglia, vedendo ovunque tracce del divino. Ma per arrivare a questa capacità di vedere il mondo con gli occhi stessi di Dio, occorre vivere tante, tante primavere. Per cui occorre molto tempo per diventare giovani, come lo è Dio.
E torno col pensiero al giovane Salomone che, in risposta a Dio che gli chiedeva cosa volesse, disse: “Dammi un cuore che sa ascoltare”. Il cuore, per i semiti, è la sede dell’intelligenza e della vera sapienza, da intendere come l’arte di gustare le cose. Sentendosi giovane il re d’Israele domanda la sapienza nella preghiera. Ciò mi rimanda ancora a Cristo che ci addita l’atteggiamento del bambino che conviene al cristiano. Il bambino domanda. Di fronte alla vita che presenta tanti problemi a livello sociale e personale – la tentazione di ripiegarci su noi stessi, il venir meno delle forze e quell’egoismo di cui tutti, più o meno, portiamo in noi stessi i germi – come forza ci rimane solo la preghiera.
Come avere il coraggio di fidarci di noi stessi? Contare su quali forze? Sperare in quegli amici che il tempo porta via da noi?
L’invecchiare fa capire che bisogna avere sì fiducia in noi stessi, ma nella più grande umiltà.
Umiltà che è una forza di agire per ciò che è essenziale nella vita: amare ed essere amati.
Umiltà che è verità su noi stessi, del nostro invecchiare, accettato con un sorriso anche quando ciò ti è sbattuto in faccia, assieme all’appellativo di “rimbambito”, preso in tutte le sue possibili accezioni. Anche perché non c’è umiltà senza umiliazione.
Umiltà che è la gioia di sorridere quando c’è un insuccesso che il “mondo” giudica con orrore, ma che per l’uomo di fede può essere l’inizio di una vera sapienza: “Solo Dio basta”.

Valentino