Ponte Nossa, 31 Gennaio 2010

Madre Teresa, emblema di pace, e i doni dei Kosovari

Quando, nel 1985, incontrai madre Teresa in Pakistan, mi parlò della sua martoriata terra e mi fu di stimolo a cercare contatti, assieme a mio fratello Gian Carlo, per conoscere e far sapere all’Occidente quello che là stava avvenendo. Questa grande santa, figlia del Kosovo, è simbolo, forza e anima del perdono e della riconciliazione della sua gente. In lei è presente, innanzitutto, l’immagine del martirio secolare del suo popolo e della sua Chiesa. Lei, paladina di un aiuto offerto a tutti, indipendentemente dalla cultura, dall’ideologia, dalla religione o dall’appartenenza a un popolo, anche quando dichiara guerra.

A tutta l’umanità insegna che, se si vuole la pace, occorre perdonare e riconciliarsi attraverso metodi ispirati ai valori della nonviolenza. La sua “profezia” può essere così sintetizzata: non dobbiamo fissarci sulla nostra personale sofferenza, ma cercare di sublimarla, grazie alla comprensione del dolore altrui. Questa concezione di vita ha avuto un benefico impatto sui Kosovari, che da lei, dal vescovo Prela e dal presidente Rugova hanno sperimentato che, per poter fermare la spirale di odio senza fine, non ci sono altri mezzi all’infuori del dialogo, del perdono e della riconciliazione.

In occasione dell’apertura della prima casa di Madre Teresa a favore dei poveri a Bucarest, il 3 maggio 1990, il vescovo Prela e don Lush Gjergji, presenziarono alla cerimonia, dopo della quale poterono intrattenersi con “la madre della carità”. A Lei raccontarono come il suo popolo si stava riconciliando in forme pubbliche, attraverso il rito del mangiare un boccone di pane intriso del sangue dell’assassino. Madre Teresa si commosse fino alle lacrime, chiese un foglio e scrisse in albanese questo messaggio:

Sono sempre unita spiritualmente nella preghiera e nell’amore al mio popolo albanese. Particolarmente nei tempi difficili. Dopo molte sofferenze e pericoli, gioisco enormemente per la notizia della riconciliazione.
Auguri alla gioventù albanese kosovara, che ha cominciato questa opera grande e santa, come a tutti quelli che vi partecipano. Prego sempre per voi, Dio vi benedica. Pregate per me, per le mie suore e per i nostri poveri

In Cristo,
Madre Teresa, Missionaria della Carità.

PS. Desidero che dimostriate l’amore in azione verso l’uomo bisognoso.

Convinta che le opere della Carità sono opere di pace, Madre Teresa in qualsiasi paese andasse, ricorreva alla stessa metodologia usata nella sua terra: umana compartecipazione, astensione da ogni giudizio negativo, invito a puntare sempre più in alto.

La familiarità con il vescovo Nike Prela, l’amicizia con il vicario generale del Kosovo mons. Lush Gjergji, la collaborazione con il presidente Rugova, hanno permesso a mio fratello e a me di trarre grande vantaggio dai nostri numerosi interventi nel Kosovo. Arricchiti dai doni che questa martoriata terra ci ha donato – la scelta della nonviolenza, l’offerta del perdono e il rito della riconciliazione – li proponiamo a tutti gli uomini di buona volontà.

· Il male è bene organizzato e va affrontato nella maniera giusta. Non si può cadere nella trappola di rispondere al male con il male, ma occorre vincerlo con il bene, con il perdono, con la riconciliazione, con un supplemento d’amore. Il male si disarma con la scelta di un bene superiore, basato sul perdono.

· Tutti siamo chiamati ad evocare il meglio di noi stessi, facendo a tutti quel bene che vorremmo per noi. Non cercare di dominare sugli altri. Non far ricorso alla potenza economica e alla forza delle armi, ma contare sulla ragione, quella del cuore e quella della fede, alimentata dalla forza della preghiera.

· Dobbiamo renderci conto che lo scatenare una guerra contro alcuni musulmani rende tutti gli altri “fanatici” ed aumenta le tensioni contro il mondo occidentale e, in particolare, contro l’America. Le religioni, vissute bene, non alimentano le guerre, aiutano a dialogare. Il cristiano non sottolinea ciò che divide i popoli, ma – sull’esempio di Giovanni XXIII – “cerca quello che unisce”.

· Il perdono deve essere incondizionato, sia pure dopo aver fatto analisi sulle responsabilità, sulle conseguenze del male subito e sulla necessità che la giustizia faccia il suo corso. Se il perdono non è incondizionato, non è perdono. Qui non c’è da contrattare: se uno si mette unicamente sul piano della giustizia vuol dire che è alla ricerca di una certa “soddisfazione” e che ritiene l’eventuale perdono come un fatto puramente umano. Il perdono, invece, è una realtà eminentemente divina. È porsi su di un altro piano. È un gesto che oltrepassa ogni nostro limite. Perdonare significa vivere il nostro rapporto di figli di Dio, “che mostra la sua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono”.

· Chi perdona mette in mostra l’aspetto divino della sua personalità. Perdonare significa agire come Dio che, pur di fronte ad un mondo disumano e barbaro, continua a far scendere la pioggia sui buoni e sui cattivi… Non possiamo essere simili a Dio nella conoscenza perché siamo limitati. Non possiamo assomigliare a Lui nella potenza, perché siamo poverissimi e incapaci – da soli – “di trasportare le montagne”. Ma possiamo essere come lui quando vinciamo l’odio con l’amore, quando perdoniamo, quando preghiamo per chi ci fa del male.

· Perdonare significa amare di più. Ciò non si comprende a livello intellettuale, ma a livello pratico, quando si vede un albanese aiutare un serbo, nasconderlo nella propria cantina per salvargli la vita, mentre ancora ribolle il sangue per aver visto un suo collega sventrare una donna albanese incinta.

· È indispensabile liberarsi dall’odio, il vero tiranno interiore. I libri che GianCarlo ed io abbiamo scritto sul Kosovo, oltre a portare l’esperienza di questo Paese quale paradigma del modo col quale debbano essere risolte le contese, mirano a mostrare quanto sia relativo il vantaggio di liberarsi dal dittatore Milošević se noi non ci liberiamo dalla dittatura del nostro odio, che rende impossibile il vivere.

· È una grazia il decidere di perdonare per vivere: questo è il messaggio che abbiamo colto in dieci anni di collaborazione con amici nonviolenti Kosovari, guidati da Rugova e da Prela: essi hanno posto le premesse per evitare che il loro Paese fosse completamente distrutto.

· Di fronte ad una grande sventura, di fronte all’odio che arma la mano del fratello contro il fratello e davanti alle fosse comuni dove i Serbi hanno ammazzato i Kosovari, l’umanità deve unificarsi, ma non nella solidarietà della violenza contro chi sbaglia, bensì nel comune impegno a curare ferite morali con un supplemento d’amore.

… ma il dono più grande del Kosovo all’umanità, oltre a Madre Teresa e al presidente Rugova, è il vescovo tanto amato dai cristiani e dai musulmani, Nike Prela, per tutti fattosi dono, fino al martirio.

Valentino