Ponte Nossa, 22 Dicembre 2009

Perchè tutto diventi grazia

Mentre il silenzio avvolgeva ogni cosa,
la tua Parola discese dal cielo.

Dal cielo è discesa la grazia in quel lontano Natale, che illumina e rende vera e sacra ogni nascita, ogni vita e ogni morte. E la grazia ha un volto: Cristo che gode per le nostre gioie, ama in ogni nostro amore, piange ogni lacrima e vive ogni morte. In ogni realtà pone un seme divino, perché tutto diventi grazia.

Semi divini che noi riproponiamo nei nostri presepi, dai quali cogliamo alcune immagini, quali stimoli a rinascere con Gesù.

Il bue e l’asino. Secondo la profezia di Isaia (1,3 ) questi due animali riconoscono il loro padrone, gli Israeliti non riconoscono il loro Signore. Solo accettando di essere umili e semplici scopriremo la grandezza della misericordia di un Dio «che abbatte i potenti ed innalza gli umili».

Nella mangiatoia, in Betlemme, città del pane, è deposto il futuro pane eucaristico, mistero nel quale ogni aspetto della vita cristiana è riassunto: la messa è l’apice e la sintesi della misericordia di Dio verso l’umanità.

La stella è simbolo della fede che ci attrae verso colui che è mite e umile di cuore.

Maria è l’espressione più bella dell’umanità che genera il Salvatore e dà vita alla vita: allatta il Figlio dell’Uomo pensando: «Il mio latte si converte nel sangue di Dio». Lei, madre di Cristo, mamma di tutti noi.

Giuseppe assurge a prototipo della paternità: rende genitore non tanto lo sperma, quanto quella Parola che i Padri della Chiesa accostavano sempre alla qualifica di forma vitale: «Logos spermaticòs».

I pastori – per gli Israeliti – sono l’immagine del peccatore: maledetti dal fatto di non avere una fissa dimora, di dover vivere come le bestie, di essere poveri, privi cioè di quella benedizione che stoltamente Israele faceva consistere della ricchezza. Essi, i pastori, sono i primi beneficiari della misericordia del Signore.

Queste immagini sono per noi uno stimolo a rinascere in questo Natale percorrendo sette tappe, riassumibile in una: cogliere l’attimo fuggente.

- Fare memoria. Vivere come attuale il fatto che Gesù torna a nascere per noi. Il Natale non è solo un fatto storico, ma un dono messo a nostra disposizione , un tesoro, una grazia: oggi posso accogliere la misericordia di Dio. Oggi, se voglio, posso diventare santo.

- Immergere il tempo nell’eternità. Per il credente ieri è un ricordo. Domani è un sogno. Oggi è un dono: per questo si chiama anche presente.

- Operare il miracolo di nascere uomo nuovo: per chi ha tanta fede, il passato è un sacramento e un memoriale. Il futuro è da costruire assieme a Dio e dipende totalmente da Lui e totalmente da noi. E il presente è il tempo di grazia, da vivere nello stupore, tipico dell’eterna infanzia.

- Far crescere il corpo di Cristo. Aumentare la grazia del Natale: se do spazio a Cristo d’incarnarsi in me, non solo rinasco come uomo nuovo, ma divento come Cristo. Divento Dio. *Rinnegare l’empietà, consistente, secondo S.Paolo, nell’ignorare Dio, nel vivere semplicemente rivolti al presente senza sentire tutto il soave peso dell’eternità, vivere da adulteri, cioè da persone che non pongono Dio al primo posto nella loro vita.

- Rinascere in virtù di nuove certezze. Tra queste va messo il fatto che Dio non ci salva togliendoci la fatica del vivere, ma garantendo che egli cammina con noi, come con i due discepoli di Emmaus. Ci salva stando accanto a noi e dandoci la gioia di credere nelle sue promesse, che in noi creano vigilanza, attesa, apertura, speranza; virtù che sfociano nell’amore.

- Pensare come pensa Dio. E da Lui prendere la forza di essere vigilanti, scommettendo su quell’eternità nella quale c’immerge la notte di Natale. Notte santa in cui Dio si fa uomo perché l’uomo si faccia Dio, purché accolga la sua invocazione: «Oggi, se ascolterai la mia voce, non indurire il cuore».

Cristo in noi, speranza della gloria, ci immerge un quel silenzio che preserva l’anima dal caduco rumore di un nome, presto ricoperto dalla terra. Terra che è fango, senza cielo. Terra che , con il cielo, è un giardino.
E nel più eloquente dei silenzi, il più bello tra i figli dell’uomo ci innamori della vita di ogni vivente, illumini le nostre tenebre, ci sussurri che la morte non è l’ultima parola: per chi ha fede l’ultima parola è sempre vita. Vita nuova, nel suo, nel nostro Natale.

Valentino