Intervista radiofonica a Radio Vaticana, 2 Ottobre 2009

Per non avere l'inferno nel cuore

Il secondo Sinodo africano sarà celebrato in Roma dal 4 al 25 ottobre. Che cosa ritiene rilevante in questo evento sia per il continente africano, sia per tutta la chiesa cattolica?

Innanzitutto occorre mettere in evidenza la portata del tema: “La Chiesa in Africa, al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. ‘Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo’”. Già il primo sinodo aveva parlato di questo argomento, senza poterlo sviscerare a sufficienza. Perciò la Santa Sede ha ritenuto opportuno che i vescovi africani si concentrassero esclusivamente su questo argomento, che può portare abbondanti frutti sia per la vita interna della Chiesa, sia per la società civile.
Il perdono è il profumo, l’essenza del cristianesimo. Il seguace di Cristo è chiamato non solo a perdonare tutti, ma anche ad amare i nemici. Da questo atteggiamento nasce la pace interiore per chi perdona e dai cuori riconciliati con se stessi nasce la pace nella società. Chi perdona evita d’avere l’inferno nel cuore e pone le premesse per creare la civiltà dell’amore.
Il servizio che in questo momento la Chiesa cattolica sente di poter offrire al tutto il continente africano, e attraverso di esso, a tutta l’umanità è ribadire il discorso della montagna che inizia con il proclamare beati i poveri e termina con il comando d’amare i nemici. Questa è la condizione indispensabile per poter affrontare il tema della giustizia a livello locale e planetario, tema che dovrebbe essere prioritario per tutti i politici, per tutti i grandi della terra.


A proposito di questi ultimi, nella lettera scritta ai grandi delle terra in occasione del G8, Benedetto XVI chiedeva che non fossero eliminati gli aiuti ai paesi poveri e che si moltiplicassero per tutti le possibilità di accedere ad un posto di lavoro. In queste affermazioni e in altre fatte a favore della giustizia, la Chiesa è ascoltata o é una voce che grida nel deserto?

Ho posto una simile domanda al cardinale Napier, arcivescovo di Durban, in Sud Africa e faccio mia la sua risposta: “ Sarei molto sorpreso se i Grandi non avessero tenuto in considerazione quanto il Papa ha scritto e se avessero ignorato la dottrina sociale della Chiesa. Chi studia la storia si rende facilmente conto che prima o poi il pensiero ufficiale della Chiesa sulla giustizia trova una precisa risposta in campo sociale. Molte espressioni che sembravano eccessive sulla bocca di Giovanni Paolo II sono passate nel mondo laico come normali, ad esempio, quanto ha detto a riguardo dello sviluppo come nuovo nome della giustizia e riguardo alla giustizia che richiede lo sviluppo armonico di tutti i popoli della terra.
La stessa cosa sta capitando nei confronti di Benedetto XVI. Nonostante i mass media, all’inizio del suo pontificato, l’abbiano presentato molto male, ora si rendono conto che hanno a che fare con una persona sempre più accettata, perché ha qualche cosa di veramente nuovo da dire sia nel campo della fede, sia in quello della giustizia.
I discorsi che recentemente Obama ha fatto in Ghana sono molto simili a quelli di Benedetto XVI: gli aiuti devono servire a rendere l’Africa autosufficiente a tutti i livelli”.


Con il cardinale Napier senz’altro avrà parlato del sinodo africano. Che cosa ne pensa sua eminenza? Che cosa si aspetta?

Chiare indicazioni riguardo a quello che la Chiesa si aspetta dai politici e dagli economisti, particolarmente dopo la pubblicazione dell’enciclica:’Caritas in veritate’. Ci si aspetta che la Chiesa lanci una sfida agli economisti. Che veda quello che si può fare per le innumerevoli vittime dell’AIDS, specialmente nell’Africa Sub sahariana. Che abbia maggiori possibilità d’intervenire nel campo dell’istruzione.


Lei lavora per la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli che ha come segretario l’arcivescovo africano mons. Sarah. Questo prelato che cosa si aspetta dal Sinodo?

Le sue aspettative sono simili a quelle di tutti i vescovi da me interpellati: “Benché anche durante il primo sinodo i vescovi abbiano parlato della giustizia e della pace, la guerra è continuata in troppe parti dell’Africa. Non sono diminuiti l’individualismo, la corruzione e ogni forma d’ingiustizia. Perciò ora nutriamo una grande aspettativa: poter dire una parola che tocchi non solo i cattolici ma tutti gli Africani sull’urgenza di arrivare ad una riconciliazione, per costruire una società più pacifica, più giusta, più riconciliata”.


Di recente lei è stato in Senegal, proprio nell’isola di Goré, ritenuta santuario del dolore umano, a causa degli innumerevoli schiavi che da li partivano per le Americhe. Pure lì ha trovato persone capaci di quel perdono che è condizione indispensabile per creare una civiltà riconciliata e desiderosa di costruire la pace?

Ho chiesto ai giovani senegalesi di Gorè di comunicarmi che cosa pensassero e che cosa significasse per loro vivere in mezzo ai pellegrini di questo luogo, testimone di una razza giudicata barbara e valida solo per essere venduta al migliore acquirente.
Le risposte, sia pure diversificate, hanno un comune denominatore: la voglia di dimenticare il triste passato. Qualcuno ha affermato che in ogni epoca storica, in tutte le culture e società ci sono stati gli schiavi. Ci sono stati allora, e chi negherebbe che ci sono pure oggi, sotto forme diverse, più subdole ma non meno pesanti? Qualcuno esplicitamente ha ripetuto che l’Africano non ama ricordare le cose negative: “Quello che è passato è passato. Noi viviamo oggi”. “Noi perdoniamo, per non avere l’inferno nel cuore”. “Noi non dimentichiamo completamente il passato, per evitare di fare gli stessi errori. Ma ci sforziamo di non mantenere il rancore, per evitare di vivere male”.
In Africa è forte il fenomeno del tribalismo e crea tantissimi problemi. Ma è forte anche la volontà di perdonare. Muoiono – di fame e in guerra – tanti figli, tanti fratelli. Tre giorni di lutto: poi tutto inizia come prima. Chi sopravvive non vuole vivere con l’inferno nel cuore. Questo dovrebbe essere il messaggio del secondo Sinodo Africano, offerto a chi si rende conto che non sono Hitler, Stalin o Milosevic i tiranni che rubano la nostra pace. Il vero tiranno è l’odio che portiamo nel cuore.

Cosa ne pensi?

Comment form